Women’s March: la marcia mondiale per le pari opportunità

Manifestanti della Women's March di Los Angeles, il 21 gennaio 2017 (Emma McIntyre/Getty Images)

Il 20 gennaio 2017 si è svolto l’Inauguration Day, giorno in cui è ufficialmente entrato in carica Donald Trump, il neopresidente statunitense, la cui elezione è stata piuttosto discussa. Durante tutta la campagna elettorale, Trump ha assunto posizioni non propriamente tolleranti riguardo alle minoranze: i suoi discorsi sono stati spesso ricolmi di commenti sessisti, razzisti, omofobi e di incitazione alla violenza. Sono stati rivolti sia a categorie sociali, sia alla sua avversaria Hillary Clinton in persona: “Come può soddisfare il Paese, se non riesce a soddisfare neanche suo marito?” Con un chiaro riferimento agli scandali sessuali che coinvolsero Bill Clinton durante la sua presidenza negli anni ’90. Oppure, per citare qualche esempio di discriminazione verso gli immigrati: “Quando il Messico ci manda la sua gente, non ci manda i migliori. Portano droga, crimine, e sono stupratori”. E poi: ”Avverto le persone che arrivano dalla Siria. Se sarò eletto, dovranno tornarsene tutte a casa!” Ha anche affermato che nei confronti delle donne che abortiscono dovrebbe esserci “qualche forma di punizione”. Questa ondata di odio rispetto a così tanti gruppi ha trovato risposta nella Women’s March, la marcia su Washington D.C. avvenuta il 21 gennaio, il giorno successivo all’insediamento del neo-presidente.

Il progetto è partito da una donna avvocato in pensione, Teresa Shook, lo scorso novembre. Gradualmente sempre più persone hanno condiviso l’iniziativa, a tal punto che la marcia si è svolta non solo a Washington, ma anche in città importanti sia americane (Chicago, Boston, New York), sia europee (Londra, Barcellona, Parigi, Roma, Milano e Firenze). In totale, nel mondo, le marce sono state 672. A queste manifestazioni non hanno partecipato solo donne, ma persone di ogni genere e classe: uomini, bambini, giornalisti, avvocati, celebrità. Tutti uniti per protestare contro le discriminazioni perpetrate da Trump, ma non solo da lui. La marcia ha innescato un vero e proprio movimento anti-disparità che ha contato in tutto circa 2 milioni di aderenti.

Sul palco di Washington ha parlato, tra gli altri, la femminista di 82 anni Gloria Steinem, le cui parole spiegano bene la portata dell’evento: ”Questo è il lato positivo del lato negativo. Questo è uno sfogo di democrazia come non ne ho mai visti in vita mia”.

La marcia ha molte analogie con quella avvenuta 104 anni fa, nel 1913, organizzata dalle suffragette statunitensi che partirono da New York con l’obiettivo di arrivare a Washington il 3 marzo in occasione dell’insediamento del presidente Woodrow Wilson, percorrendo 370 km in 17 giorni. In totale furono circa 5 mila donne, attive per chiedere a gran voce al nuovo presidente il diritto di voto, che fu loro concesso solo dopo 7 anni. Oggi, dopo poco più di un secolo, i progressi fatti dai movimenti per la parità dei diritti sono molteplici, come il diritto al voto, all’aborto e all’istruzione, ma purtroppo non a livello mondiale. Con la salita in carica di Trump, il diritto all’aborto, legalizzato negli USA nel 1973 con la famosa sentenza “Roe v. Wade”, sarà rimesso in discussione, per non parlare di tutti quei paesi in cui ancora non è socialmente accettato, in primis l’Italia.

I passi avanti ci sono e incoraggiano a porsi sulla via del miglioramento. Le manifestazioni e i movimenti sono sempre di più, basti pensare ai Gay Pride, contro le discriminazioni alla comunità LGBT, o al Black Lives Matter, movimento contro il razzismo diffusosi negli Stati Uniti a partire dal 2013. Nell’ultimo secolo i miglioramenti sono stati radicali e quest’ultima marcia ne è la prova lampante, quantunque la situazione sia critica in tutto il mondo.

Camilla Esposito 5I

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