Se abbiamo un diritto alla vita, abbiamo anche un diritto alla morte?

Il caso di Dj Fabo fa ancora discutere: uomo libero o vigliacco?

Alle 11:40 di lunedì 27 febbraio Fabiano Antoniani, 40 anni (in arte Dj Fabo), muore in una clinica svizzera per arresto cardiaco dopo l’assunzione di un cocktail di farmaci letali. “Ha scelto di andarsene rispettando le regole di un paese che non è il suo” scrive su Twitter Marco Cappato, presidente dell’Associazione Luca Coscioni che da anni lotta per la promozione della libertà di cura e di ricerca scientifica.

Dj Fabo era da quasi tre anni cieco e affetto da tetraplegia, condizione che porta a una paralisi dei quattro arti, frutto di un incidente stradale risalente all’estate del 2014. Costretto a letto in una “lunga notte senza fine”, veniva assistito costantemente da Valeria, la fidanzata, che gli ha prestato la voce in numerosi spot di ammonimento allo Stato Italiano, sino ad oggi totalmente disinteressato al tema dell’eutanasia, perché nel nostro Paese venisse attivata una legge sul “fine vita”.

Il caso ha fatto naturalmente molto parlare le grandi istituzioni tra cui, prima fra tutte, la Chiesa Cattolica, nettamente schierata contro l’eutanasia, essendo considerata “una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona.” C’è però qualcuno, come un teologo belga, padre Gabriel Ringlet, che si sbilancia a favore dei “condannati a morte”, affermando che “sul piano etico non si è d’accordo con l’eutanasia, ma ciò non significa che la Chiesa non debba essere presente sull’ultima frontiera dell’esistenza di un uomo”. Per il caso di dj Fabo, la curia milanese si è limitata a organizzare un incontro di preghiera nella parrocchia di Sant’Ildefonso a Milano, rappresentando forse un primo spiraglio verso una maggior tolleranza.

A seguito della morte di dj Fabo e delle numerose lotte, petizioni e inchieste sorte di conseguenza, in Parlamento si è iniziato a discutere di una legge sul testamento biologico. Fretta insolita e, infatti, subito sfatata. La totale indifferenza di chi ci governa nei confronti di questo tema tanto delicato ha trovato conferma nel dibattito del 13 marzo, tenutosi in una Camera semi-deserta, presenziata da soli 20 parlamentari su 630. Dopo i due medici non obiettori in ogni ospedale nel Lazio, oggi è proprio il “fine vita” a dividere l’opinione pubblica in due parti.

Il termine porta con sé molteplici significati. Si parla, ad esempio, di eutanasia quando viene richiesto un intervento medico, per mezzo di un medicinale anestetizzante, il Pentobarbital, volto a provocare la morte indolore del malato, affinché si possa porre fine a sofferenze inguaribili e giudicate insopportabili dallo stesso. L’eutanasia attiva, che accelera la morte del paziente per mezzo di farmaci letali, è attualmente legale solo nei tre paesi del Benelux, mentre la pratica passiva, con cui si sospende ogni tipo di cura, è ammessa in alcuni paesi europei e del mondo, quali India, Canada, Messico, Australia, Spagna e Ungheria. In Italia, dal 2015, sono stati registrati circa 232 casi di persone che hanno richiesto la dolce morte all’estero.

Appare a questo punto necessario non confondere l’eutanasia con altre terapie del “fine vita”. Essa, infatti, differisce dal suicidio assistito giacché, in questo caso, l’atto finale di togliersi la vita è compiuto interamente dal malato stesso e non da soggetti terzi. Diverso ancora è il testamento biologico (dichiarazione anticipata di trattamento), espressione della volontà di una persona circa le cure che vorrebbe o non vorrebbe accettare qualora non dovesse essere più in grado di intendere e di volere. Causa di queste procedure mediche è, talvolta, l’accanimento terapeutico, ovvero l’esecuzione di trattamenti inefficaci in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge un’ulteriore sofferenza per dei pazienti comunque in stadio terminale.

Come in ogni tema etico, è difficile stabilire chi abbia ragione. Ecco perché un taglio apertamente a favore è stato messo a confronto con uno di parere opposto, volutamente scritti in anonimato per consentire ai lettori di rendersi partecipi di un dibattito serio e diplomatico, relativo ad una realtà che, dopo i casi Englaro, Welby, Coscioni e molti altri, non è mai stata così attuale.

Francesca Genoni 2A

PRO – “Bene visse colui che poté morire come volle.” 

Avendo già trattato esaustivamente del tema eutanasia, non resta che dire una sola cosa: legalizzatela. Risulta inaccettabile vivere in un Paese apparentemente “democratico” che (questioni morali e religiose a parte) garantisce un diritto alla vita, ma non uno ad una morte degna, che permetta al malato di non soffrire e magari di non gravare in termini economici, pratici ed affettivi sugli altri. Veniamo privati di un diritto inalienabile: siamo esseri umani, siamo nati liberi e come tali dovremmo morire. Facile chiedersi se, allora, siamo liberi di fare ciò che vogliamo e di condurre un’esistenza senza limiti. Parrebbe di no, perché non disponiamo liberamente della nostra vita e, tanto meno, dobbiamo permetterci di svalutarla: essa è infatti un dono unico, inestimabile e da non sprecare. Allo stesso tempo, però, sarebbe irrispettoso lasciare che siano gli altri a disporne per noi. Del resto, finché qualcuno non vive in una condizione di sofferenza e di dolore costanti, non ha l’autorità né il senno per dire cosa sarebbe meglio o peggio fare. L’unico suo diritto-dovere indiscutibile è il sostegno al malato: se sua è la volontà di una “dolce” morte, che sia supportato anche in questo. A differenza di quanto molti credono, infatti, il suicidio assistito è una scelta stessa di chi lo vive, pienamente consapevole e convinto di una decisione da cui può sempre separarsi. Si sta parlando di una sofferenza atroce e permanente, fisica e psicologica, che riduce talvolta ad uno stato vegetativo e non consente più di percepire la vita in un modo che possa definirsi “umano”.

Il termine “dolce morte” è ovviamente contraddittorio: come farebbe la morte, illustrata per secoli senza volto, in gramaglie e lunga falce, ad essere dolce? Chiunque fatica a parlarne in questo senso, ma non abbiamo scelto di nascere: abbiamo scelto come vivere e, quindi, di vivere. Ci sono casi in cui è il destino a dettare la legge; in altri, siamo noi a poter decidere come meglio concludere e, quindi, valorizzare le nostre piccole esistenze.

CONTRO – “Desidera morire soltanto chi non è amato.”

Sostenere l’eutanasia vuol dire affermare che la morte conta più della vita. Sarebbe come sminuire il valore del dono più grande che abbiamo e vorrebbe dire ridurre noi stessi soltanto al corpo, pensare che, dopo un suo danneggiamento, non meritassimo più di vivere. Ma è davvero così?

Il dolore che proviamo non ci definisce. Valiamo forse quattro arti, un tronco e un cuore che batte? Dj Fabo, cieco e tetraplegico, era meno uomo di Usain Bolt? Non sarebbe stato meglio rendersi conto del suo valore, anziché appoggiarlo in una scelta estrema, incentivandone così il suicidio?

Prima di stabilire una posizione nei confronti dell’eutanasia, bisogna capire che valore diamo alla vita, perché nessuno, nel proprio cuore (tranne casi estremi come i terroristi , naturalmente), dovrebbe poter gioire di un uomo che si è ucciso.
Se viviamo in un paese democratico, non per questo bisogna accettare le scelte di tutti. Si pensi ad un autolesionista, che sente il bisogno di procurarsi dolore per sfogare ciò che prova e che, per propria scelta, si infligge tagli e ferite. Perché allora non incoraggiare una tale pratica? Tutti sentiamo che è sbagliata e sappiamo che va contro agli interessi dell’individuo, nonostante sia parzialmente consapevole di ciò che fa. Oppure, perché teniamo sotto osservazione gli aspiranti suicidi? Sentiamo l’impulso naturale di star loro vicino e sappiamo che valgono più del dolore che percepiscono come intollerabile. La legge, opera dell’uomo, è stata creata per tutelare i cittadini e per proteggerli: aiutarli ad uccidersi non rientra in questo progetto.
Risulta assai difficile stabilire se l’atto del suicidio sia più o meno egoistico del desiderio che ciascuno avverte di trattenere in vita una persona sofferente per non separarsi dal suo affetto. Certo è che quell’uomo si sarà lasciato dietro qualcuno che poi starà male per la sua scomparsa. Fabiano sembrava amato, ma lo ha amato di più la fidanzata Valeria, che gli è stata accanto aiutandolo a sentirsi ancora un uomo, oppure chi lo ha accompagnato verso il bisogno della morte?

 

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