Sempre più Diabete: sempre più ricerca.

[dia-bè-te] s.m. med. Denominazione di varie patologie del ricambio, in particolare di quella consistente in un aumento della glicemia, a causa di una insufficiente produzione di insulina

Dalla definizione asettica di un disturbo del metabolismo che colpisce circa 400 milioni di persone nel mondo, sorge una malattia cronica caratterizzata dalla presenza di livelli elevati di glucosio nel sangue, causata dalla carenza totale o parziale dell’insulina, un ormone presente nel pancreas.

Il “Tipo 2″ o “Diabete Dell’Adulto”, per il 90%, e il “Tipo 1” o “Diabete Dei Bambini”, per il restante 10%, rappresentano le macro-categorie nelle quali la malattia si divide.

Obesità, mancanza di attività fisica e cattiva alimentazione: ecco le cause principali dell’insorgenza del diabete di Tipo 2 nei soggetti che vi siano geneticamente predisposti. Inizialmente basterebbe aumentare l’esercizio fisico e modificare la dieta, per evitare danni permanenti. Se, tramite queste misure, i livelli di glucosio nel sangue non vengono adeguatamente controllati, può però rendersi necessaria la somministrazione di farmaci, come l’insulina. Ancora sconosciute, invece, le cause che determinano la distruzione delle beta-cellule che producono insulina nel pancreas e che causano l’insorgenza del Diabete di Tipo 1, con il conseguente incremento dei livelli di glucosio nel sangue. Si tratta di una malattia autoimmune: il sistema immunitario, che ha la funzione di difenderci dagli agenti estranei all’organismo, come batteri e virus, risulta alterato, per cui produce autoanticorpi che distruggono le beta-cellule. Questo processo è molto lento e può richiedere anche 5-10 anni o più, per giungere al termine.

Il Diabete Mellito è una malattia antica, che era già conosciuta 35 secoli fa e se ne ritrovano le tracce nella letteratura medica più lontana. La parola ‘diabete’ deriva dal greco e significa ‘fontana’, mentre la parola ‘mellito’ significa ‘dolce come il miele’ e si riferisce alla presenza di zucchero nelle urine. A lungo nella storia della medicina si pensò che il diabete fosse una malattia renale, ma solo verso la fine del ‘700 un medico di Oxford osservò per primo che c’erano alti livelli di zucchero nel sangue di tali pazienti. Ciò lo spinse a supporre che lo zucchero venisse perso con le urine prima di essere utilizzato. Nel 1889 venne poi scoperta la chiave per capire la reale causa della malattia. In quell’anno, infatti, Paul Langherans scoprì che all’interno del tessuto pancreatico erano presenti dei gruppi di cellule non connessi con gli altri processi digestivi pancreatici. Osservò inoltre che, se queste cellule venivano danneggiate, si sviluppava una situazione simile al diabete. Da allora vennero chiamate ‘Isole di Langherans’ e si cominciò a pensare che fossero in grado di produrre una sostanza chimica (un ormone) capace di opporsi al diabete. Queste teorie furono confermate da ulteriori studi ed esperimenti che scoprirono come fosse possibile causare il diabete in un animale da laboratorio attraverso la rimozione del pancreas. Quindi tutti gli sforzi dei ricercatori si indirizzarono ad individuare l’estratto pancreatico che fosse in grado di curare il diabete, fino ad allora incurabile per la medicina. Così nel 1921 i canadesi Frederick Grant Banting e Charles Herbert Best isolarono l’insulina.

La cura del diabete si basa su quattro cardini: educazione all’autocontrollo, terapia ‘sostitutiva’ mediante somministrazione di insulina, adeguata alimentazione e attività fisico-sportiva regolare, allo scopo di ottenere il pieno benessere psicofisico ed un’efficace prevenzione delle complicanze. La terapia insulinica, che ha modificato la storia naturale del paziente insulinodipendente, resta lo strumento terapeutico fondamentale; tuttavia diverse nuove strade hanno condotto a risultati promettenti, anche se per adesso solo in studi su animali. Un gruppo di ricercatori della Monash University di Melbourne ha provato a ritardare l’insorgenza della malattia nei topi geneticamente modificati in modo da sviluppare il diabete, nutrendoli con una dieta molto ricca di fibre, in particolare amido di mais ad alto contenuto di amilosio, in grado di rallentare la reazione del sistema immunitario che porta alla distruzione delle cellule produttrici di insulina nel pancreas. Rispetto agli animali nutriti normalmente, che hanno sviluppato nel 70% dei casi l’equivalente del diabete di Tipo 1, fra quelli che hanno consumato la dieta con le fibre quasi nessuno si è ammalato. Benché gli effetti siano da verificare negli esseri umani, questa è una delle prime sperimentazioni in cui si agisce solo sulla dieta e in cui sembra possibile modificare il corso del diabete giovanile.

Sebbene la strada sia ancora lunga per trovare un rimedio stabilizzante per questa malattia, la comunità scientifica si dice ottimista e, credendo nella ricerca e finanziandola, anche noi cittadini possiamo dare un contributo nella lotta al diabete.

 

Martina Bo 3A

 

 

 

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