Addio Trinitario.

Addio studenti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo durante le fatidiche corse campestri nella bufera e nello scoppio improvviso dei temporali almeno imprevedibili, addio beneamati articoli del Corriere della Sera letti dalla cattedra al mattino, addio frasi da completare sempre piene di gatti e spaventi, addio lezioni tumultuanti e suppliche proterve senza neppure un briciolino di speranza di farla franca. Verifiche inuguali addio e soglie percentuali, note a chi è cresciuto tra loro e impresse nella sua mente non meno che l’aspetto dei suoi familiari accenti, dei quali si distingue lo scroscio come il suono delle voci domestiche: versioni sparse e biancheggianti sul pendio dell’insufficienza come branchi di pecore pascenti addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana, forse inconsapevole della nostalgia che entro breve avvertirà e che in questo anno in limine gli appare fosca follia impossibile da sperimentare!

Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla ventilata, ventilatissima speranza di una meritata pensione altrove, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza di tempo libero e lui, o lei, si meraviglia d’essersi potuto risolvere al passo irreversibile verso questo mitologico Aldilà privo di gironi e tornerebbe allora indietro alla giovinezza ormai perduta, se non pensasse che, un giorno, potrebbero anche posticipargli ulteriormente l’agognato pensionamento e che non tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano dell’offerta formativa, ormai mostruosamente denominato Ptof come un antico beffardo drago privo di donzelle e di castelli da presidiare, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme, acriticamente digitale e malamente telematica, ma nuovamente vetusta nel lessico ampolloso e anodino, quasi bazarioto. La sudata aria della palestra gli par gravosa e morta per il passaggio di troppi piedi scalpitanti intrappolati in scarpe elastiche che costantemente inciampano tra loro rincorrendo delle palle molto varie, ma tutte con impressa la scritta “futuro”. S’inoltra mesto e disattento nelle pagine burrascose, le formule aggiunte ai formulari, le griglie di valutazione che sboccano nelle fraseologie e talvolta in nugoli d’improperi sboccati che pare gli levino il respiro e, davanti agli edifici burocratici ammirati dal genitore ancor straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello della sua materia, alla casuccia affabulata a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che lo accoglierà, allo scoccar della pensione, per sempre.

Ma chi non aveva mai spinto al di là del suo lavoro neppure un desiderio fuggitivo? Chi aveva composti in esso tutti i disegni dell’avvenire e ne è sbalzato lontano da una forza perversa? Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini mattutine della sveglia ad andar bene alle sette, della guida nel dolce traffico di mamme che azzardano il parcheggio fino in bocca agli uffici del preside e, disturbato nelle più care speranze di potersi sfogare sgridando almeno qualche timulo studente dotato di infallibile piagnisteo, lascia quei monti di compiti da correggere e quelle cattedre impolverate di gesso dall’insegnante matematico dell’ora precedente per avviarsi in traccia di sconosciuti primini che non ha mai desiderato nemmeno di conoscere e non può, con l’immaginazione, se in dotazione, arrivare a un momento stabilito per il ritorno a quando tutto questo caos disordinato di fotocopiatrici impallate, di figure strumentali, di strumenti figurali o di bidelli più sfuggenti d’una turba di fantasmi ipotetici non gli risultava così stucchevole e indigesto!

Addio scuola natia, dove, sedendo e mirando gli inteminati spazi dei corridoi un po’ francamente scivolosi e i sovrumani silenzi durante le sospirose verifiche, con un pensiero e talvolta un linguaggio occulto s’insegnò a distinguere dal rumore dei passi comuni il rumore d’un passo aspettato per il deprecato compito in classe, o per l’infingarda interrogazione, con un misterioso e soffuso timore quando bisogna ripetere “virgola” perché i sottoposti si decidano finalmente ad aggiungere quello che veramente avrebbero dovuto enunciare fin dal principio della risposta. Addio pensione ancora bulgara e straniera, situazione sogguardata tante volte alla sfuggita come un altro fantasma irraggiungibile, nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di posa. Addio sedia a tormento del nervo sciatico, che tante vittime mieté tra i perduti colleghi nel corso di tutta una vita di convinte supplenze al servizio dei propri ideali di insegnamento, addio lavagna ormai vagamente luminosa sulla quale il gesso ha smesso di essere fondamentale, addio palloni da pallacanestro sfuggiti al controllo e ridondanti per tutto il campo di gioco della vita lavorativa, dove l’animo tornò tante volte sereno urlando le lodi del Simple Past, la gustosa bontà della grammatica, del riscaldamento di venti minuti per vincerle le gare, mica per fare tappezzeria come le damine di fine Ottocento, o dell’incidenza della perifrastica, naturalmente abbastanza passiva, nella lingua latina, eccetera eccetera. Dov’era promesso, preparato un rito d’iniziazione o di lievissima e veniale tortura del farfuglioso liceale, dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto da almeno qualche compitino a sorpresa, tanto per gradire, e l’umore venir comandato a bacchetta addio! Certo che, se solo si decidessero a funzionare gli incantesimi di Harry Potter in latino, si sarebbe potuto più facilmente disfarsi degli studenti che non studiano proprio niente o, scusate se è poco, di certi consigli di classe impenitenti!

Chi dava a voi tanta giocondità è dappertutto e non turba mai la gioia dei suoi insegnanti, se non per prepararne loro una più certa e più grande. Magari al tavolino di qualche pasticceria tentatrice che traviserebbe impudicamente l’aperitivo.

 prof. Simon Carù

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