Dallo Spazio con ardore: intervista a Paolo Musso.

1.Si presenti in poche righe

Mi chiamo Paolo Musso, ho insegnato per alcuni anni Filosofia della natura nelle Università Pontificie di Roma e poi Filosofia della Scienza e Scienza e fantascienza nei media e nella letteratura all’Insubria di Varese. Sono inoltre visiting professor di Epistemologia presso la Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima in Perù, nonché membro della Accademia Europea di Scienze e Arti e del SETI Permanent Committee della International Academy of Astronautics, che cerca di stabilire un contatto con eventuali civiltà extraterrestri attraverso le onde radio. Nel 2017 sono stato Fellow della Oxford University in America Latina per lo sviluppo del progetto La vita nell’universo. Ho studiato soprattutto il metodo scientifico galileiano, il suo rapporto con le origini della modernità, la ricerca della vita nell’universo, l’intelligenza artificiale e le implicazioni filosofiche di diversi problemi di fisica e cosmologia, nonché, negli ultimi anni, ovviamente la fantascienza.

2.Perché ha intrapreso il suo percorso di studi?

Perché mi affascinavano le stelle e i dinosauri. Per diversi anni, in effetti, ho pensato di fare l’astrofisico o l’archeologo, ma poi mi sono reso conto che, per come sono fatto, avevo bisogno di mantenere una visione più ampia di quella che è possibile nell’ambito scientifico, che ormai è molto specializzato. Così ho pensato che la filosofia della scienza poteva consentirmi di trovare il giusto equilibrio fra profondità e ampiezza di sguardo ed è stato davvero così. Certo questo non mi è piovuto dal cielo: ci sono riuscito perché mi sono dato molto da fare, soprattutto nel costruirmi tutta una rete di rapporti all’interno del mondo scientifico, senza i quali qualsiasi tentativo di fare Filosofia della Scienza risulta inevitabilmente monco, perché nessuno studio a tavolino, per quanto approfondito, può sostituire la conoscenza diretta della ricerca scientifica vissuta dall’interno. Mi è stato fondamentale soprattutto il lavoro nell’ambito del SETI Committee, che è istituzionalmente concepito come un gruppo di ricerca interdisciplinare, a cui possono partecipare con pari dignità (anche se ovviamente nel rispetto dei rispettivi ruoli) scienziati, filosofi, teologi e perfino artisti.

3.Com’è nata l’idea del ciclo di incontri Scienza&Fantascienza e da quanti anni si ripete?

Scienza & Fantascienza, ciclo di conferenze abbinato all’omonimo corso che tengo all’Insubria, è nato ufficialmente nel 2013 insieme al corso stesso, ma di fatto è l’evoluzione del precedente Seminario sulle scienze dello spazio che ho iniziato a organizzare fin dal primo anno della mia permanenza a Varese, nel 2004, e che, per quanto fosse di taglio esclusivamente scientifico, spesso trattava già temi al confine con la fantascienza. Comunque l’idea di un corso dedicato esplicitamente a questo argomento è nata quando abbiamo riorganizzato la nostra laurea specialistica, cercando di renderla più moderna e interessante, anche in base alle richieste dei nostri studenti, che teniamo sempre in grande considerazione. Visto il recente boom del nostro corso di laurea, che negli ultimi tre anni ha quasi quadruplicato le iscrizioni, direi che ci siamo riusciti.

4.Il suo percorso di studi e il suo lavoro hanno comportato dei sacrifici, delle scelte difficili o delle rinunce?

Premesso che svolgere questo mestiere è uno straordinario privilegio perché permette di far coincidere lavoro e divertimento e consente una libertà nell’organizzazione del proprio tempo davvero senza paragoni, qualsiasi cosa a questo mondo presenta aspetti negativi e richiede sacrifici; quindi anche la carriera accademica. I due problemi principali dell’Università italiana sono la burocrazia e la carenza di risorse, entrambe molto peggiorate negli ultimi anni: sono anche la vera causa del cattivo posizionamento delle nostre Università nelle classifiche internazionali. Se però si guardano le classifiche relative alla produzione scientifica, si scopre che siamo sempre tra i primi 4-5 paesi al mondo e, se si guarda il rapporto tra risorse disponibili e risultati ottenuti, addirittura 9 delle prime 12 Università al mondo sono italiane! Siamo i più bravi a far rendere gli scarsi fondi che abbiamo, eppure continuano a tagliarceli sostenendo che li sprechiamo! Quindi è quasi impossibile riuscire ad avere una posizione stabile nell’Università italiana prima dei 40 anni e, anche dopo averla ottenuta, spesso siamo costretti a pagarci parte delle spese di tasca nostra perché i fondi per la ricerca sono ridicoli (io, per esempio, pur essendo sempre tra i primi del settore umanistico dell’Insubria, prendo circa 1300 euro all’anno, che non bastano neanche per partecipare a un congresso all’estero o pubblicare un libro). L’altro problema serio che ho dovuto affrontare è più specifico, perché purtroppo il settore disciplinare di Filosofia della Scienza risente ancora, dopo quasi un secolo, del fatto di essere stato istituito su impulso del movimento del positivismo logico, per cui la maggior parte dei suoi membri sono in realtà esperti di Logica o di Filosofia del Linguaggio che non sanno nulla di scienza naturale ed hanno spesso una mentalità rozzamente materialista o estremamente intollerante; per cui, chi non si adegua al sistema viene brutalmente emarginato. Non ho mai accettato questo ricatto, studiando sempre quello che ritenevo più importante e non quello che era più conveniente, e infatti l’ho pagata molto cara in termini di carriera. Ma ne è valsa la pena perché, oltre all’inestimabile tranquillità derivante dall’avere la coscienza a posto, ho avuto la soddisfazione di vedere che il mio lavoro ha aiutato molte persone ed ha ottenuto diversi riconoscimenti da parte di prestigiose istituzioni, senza contare che così mi sono certamente divertito molto di più.

5.Che differenza c’è tra il modo di pensare scientifico e quello filosofico? Tra i due ambiti di studio ci sono più affinità o differenze?

In realtà, non credo che ci siano grosse differenze nel modo di pensare: in entrambi i casi si tratta, come dice sempre il mio maestro Evandro Agazzi, di cercare il “perché” delle cose. La differenza sta soprattutto nel modo di verificare ciò che si è pensato, perché il metodo scientifico, basandosi su esperimenti che danno risultati quantitativi, “costringe” tutti a riconoscere la verità anche quando non la gradiscono (e succede spesso, perché anche gli scienziati sono uomini e hanno i loro gusti e pregiudizi). Tuttavia, proprio come succede con un binocolo, per vedere meglio i dettagli occorre restringere l’orizzonte; infatti la scienza moderna è nata con l’auto-limitazione, operata da Galileo, allo studio dei soli aspetti misurabili della realtà. Per questo sono necessarie altre discipline, come appunto la filosofia (ma anche l’arte e la religione e, in parte, le scienze umane e sociali), che si occupino degli aspetti non misurabili, anche se i loro metodi per accertare la verità sono meno “efficaci”. Attenzione, però: non è che di per sé la filosofia non sia capace, nel proprio ambito, di arrivare a conoscere la verità con lo stesso rigore e certezza della scienza. Solo che, per farlo, ha bisogno di una maggiore onestà intellettuale che, come sappiamo, non sempre gli esseri umani sono disposti a esercitare.

6.Seguendo i suoi studi crede che sia possibile l’esistenza della vita extraterrestre?

Me lo chiedono tutti e a tutti rispondo, deludendoli ma almeno non ingannandoli, che non lo so. Infatti, a seconda del punto di vista che si adotta, si giunge a conclusioni opposte: “certamente sì” se consideriamo l’enorme vastità dell’universo, “certamente no” se consideriamo l’enorme complessità della vita, soprattutto di quella intelligente. Non è un caso se i più ottimisti al riguardo tendono ad essere sempre gli astronomi, mentre i più pessimisti sempre i biologi. Quando si verificano situazioni del genere, significa che non abbiamo abbastanza dati; quindi, per poter esprimere un’opinione attendibile, dobbiamo aspettare di saperne di più. Per fortuna è probabile che l’attesa non sarà troppo lunga, perché nei prossimi 15-20 anni dovrebbero verificarsi progressi sostanziali al riguardo.

7.Come immagina la vita extraterrestre?

Non la immagino: aspetto di vederla. Tuttavia, personalmente sono un fautore della tesi dell’evoluzione convergente, per cui mi aspetto che tale vita, se esiste, sia diversa dalla nostra, ma non poi così tanto. Tutti i fenomeni che hanno a che fare con la vita (metabolismo, locomozione, riproduzione, evoluzione, percezione, memoria, intelligenza) richiedono infatti una grande complessità concentrata in poco spazio e l’unico processo naturale conosciuto che sia in grado di produrla è la chimica del carbonio. Inoltre sulla Terra sono rappresentati molti habitat che ci si può ragionevolmente aspettare di trovare sugli altri pianeti e in 4 miliardi di anni di evoluzione la vita terrestre ha generato una tale varietà di forme, che riesce davvero difficile pensare a qualcosa di radicalmente diverso. Comunque, di certo non credo agli esseri fatti di pura energia, alle nubi di polvere cosmica vivente o ad altre cose simili, che stanno benissimo nei racconti di fantascienza, ma dal punto di vista fisico e biologico sono dei puri nonsensi.

8.Ha mai immaginato/sognato di diventare un’astronauta?

Altroché! È la prima cosa che avrei voluto fare. Avevo 5 anni quando c’è stato lo sbarco sulla Luna ed è una cosa che mi è rimasta dentro per sempre. Purtroppo a quell’epoca l’idea stessa di un astronauta che non fosse russo o americano era inconcepibile. Ma evidentemente la mia strada era un’altra e non ho rimpianti, anche perché mi rendo conto che in fondo non ho perso nulla. Una volta una persona molto saggia mi ha detto che quando uno trova la propria vocazione, poi ritrova anche tutte le cose vere che apparentemente aveva dovuto abbandonare per strada. Nel caso specifico, anche se non sono diventato un astronauta, grazie al mio lavoro nell’ambito del SETI, faccio pur sempre qualcosa in cui continua a vivere ciò che di quel sogno mi aveva maggiormente affascinato: non viaggio fisicamente verso le stelle, ma cerco un modo di farci arrivare lo spirito umano. E molto più di ciò a cui possono aspirare attualmente i veri astronauti, visto che, da quando sono cessate le spedizioni sulla Luna, hanno avuto come unica destinazione le stazioni spaziali a poche migliaia di chilometri dalla Terra.

9.Pensa che lo studio razionale e scientifico del cosmo sia in antitesi con la fede in generale e quella cattolica in particolare?

E perché mai? Scienza e religione hanno metodi e oggetti differenti; quindi non c’è nessun motivo per cui dovrebbero contraddirsi. È vero però che spesso, purtroppo, ci sono persone che lo sostengono; ma questo dipende sempre o da una cattiva interpretazione della religione (come per esempio nel caso dei creazionisti, che pretendono che la Bibbia ci fornisca informazioni sul mondo naturale) o da una cattiva interpretazione della scienza (come per esempio nel caso di quei cosmologi che pretendono che l’Universo sia apparso spontaneamente dal nulla, confondendo la nozione fisica di vuoto con quella metafisica di nulla). L’errore nasce sempre dal pensare che esista un unico modo di usare la ragione, mentre ce ne sono diversi, a seconda dei diversi oggetti. Da questo punto di vista, è sintomatico che nella vostra domanda identifichiate senz’altro (probabilmente senza neanche averci fatto caso) il “razionale” con lo “scientifico”: è un errore molto comune, ma non lo rende meno grave.

10.Sulla base della sua esperienza personale, quali attitudini deve avere uno studioso per raggiungere un alto livello professionale?

In Perù mi hanno chiesto di parlare di questo tema ai docenti della mia Università di laggiù ed ho esordito dicendo: “La ricerca nasce dalla domanda. Quale domanda? Quella che avete. Se non ne avete nessuna, allora questo non è il vostro mestiere”. Questo è fondamentale perché un interesse che non si traduce subito in domande precise, cioè nel desiderio o, più esattamente, nel bisogno di scoprire a tutti i costi come stanno determinate cose, non è un interesse autentico, ma un’emozione passeggera che non potrà sorreggerci nell’impegnativo cammino della ricerca. Poi è importante avere la passione di comunicare quello che si scopre, anzitutto perché quasi sempre il lavoro di ricerca implica anche l’insegnamento, ma più in profondità perché, se è vero che la ricerca nasce dalla domanda, è altrettanto vero che la domanda nasce da un rapporto: cercare di spiegare quello su cui si sta lavorando aiuta moltissimo a capirlo meglio. Per lo stesso motivo è importante avere dei buoni maestri: tanto che, se non si ha la fortuna di incontrarli sulla propria strada, bisogna andare a cercarseli, anche a costo di cambiare strada. Certo, sono necessarie anche le capacità tecniche, diverse per ogni specifico campo di ricerca; ma se c’è il resto, si imparano, mentre se il resto non c’è, impararle sarà molto più difficile e in ogni caso non servirà a molto.

Classe 3F Scrivere&comunicare 3.0

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