L’alba del giorno dopo: genesi di una catastrofe.

La comunità scientifica ha raggiunto da anni un ampio consenso sul fatto che le attività dell’uomo stiano cambiando in modo rilevante e inequivocabile le caratteristiche climatiche del pianeta. Dal momento che l’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, che la quantità totale di neve e ghiaccio è diminuita e i livelli del mare innalzati, l’aumento delle temperature a livello globale potrebbe portare il clima a manifestarsi presto in modi devastanti.

Il moltiplicarsi di eventi atmosferici estremi – siccità, prosciugamento di importanti corsi d’acqua, tempeste, inondazioni – è in linea con le previsioni scientifiche rispetto a una maggior frequenza e intensità di tali fenomeni causati dai cambiamenti climatici, i quali rappresentano anche un fattore in grado di provocare movimenti migratori su larga scala, instabilità e conflitti. Ma non è finita, perché si riscontreranno persino conseguenze economiche; la pesca e l’agricoltura sono infatti settori che, generalmente, subiscono forti ripercussioni quando la temperatura sale sopra una determinata soglia. Saranno quindi particolarmente compromesse le nazioni in via di sviluppo che dipendono ancora dal lavoro nei campi.

Le emissioni di gas serra dovute alle attività umane sono considerate la principale causa del riscaldamento globale. L’incremento rispetto al periodo pre-industriale è indiscutibile, giacché l’uso dei carburanti fossili introduce nell’atmosfera enormi e costanti masse di anidride carbonica generata dalla combustione, sostanza che contribuisce più di tutti gli altri gas all’innalzamento delle temperature. Occupano un posto di rilievo il metano prodotto dalle discariche, dall’agricoltura e dall’allevamento, il protossido di azoto originato dai fertilizzanti e i gas impiegati per la refrigerazione e nei processi industriali. Altresì decisiva è la deforestazione.

Otre al già citato innalzamento del livello dei mari, effetto anche del disgelo delle calotte polari (si calcola che per il 2020 quella artica sarà quasi completamente disciolta) e la conseguente sommersione delle città costiere e di molte isolette del Pacifico, ci sarà minore disponibilità di acqua per bere, per lavarsi, per l’agricoltura e per l’industria alimentare. In più, molte piante e animali sono in via d’estinzione: secondo una previsione, su un campione di 1103 specie, entro il 2050 ne spariranno fra il 18% e il 35%. Aumenterà inoltre il rischio di desertificazione delle aree limitrofe ai grandi deserti africani o asiatici, e risulterà sempre più prominente il problema della riduzione del pH, che renderà le acque oceaniche più acide e che potrebbe distruggere del tutto la catena alimentare, dal momento che molti organismi ed ecosistemi sono in grado di adattarsi solo all’interno di uno stretto intervallo di valori di acidità, come si nota bene nelle barriere coralline, che in certe aree geografiche hanno subito perdite gravissime, fino al 50% della superficie complessiva.

Alla Conferenza sul clima di Parigi del 12 dicembre 2015 è stato concluso il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima del globo: entrato in vigore il 4 novembre 2016, gli Stati che lo avevano ratificato a ottobre 2017 erano 160. L’Accordo prevede che ogni 5 anni venga attuato un esercizio di global stocktacking, secondo il quale i Paesi che ne fanno parte si riuniscono per valutare ciò che è stato fatto e stabilire gli obiettivi del quinquennio successivo. Sebbene alcuni analisti ritengano che sarebbe stato meglio stipulare un accordo globale “vincolante” che prevedesse tagli netti alle emissioni di gas serra per raggiungere il livello di temperatura prefissato, oggi siamo lungi dall’avere un governo globale sul clima in grado di produrre norme di questo tipo. Ecco perché si è optato per un approccio “dal basso”, per cui ogni Paese stabilisce autonomamente i propri obiettivi impegnandosi ad aggiornarli regolarmente.

Non bisogna dimenticare che i cambiamenti climatici in atto dipendono anche dal nostro footprint, cioè dal livello di emissioni di cui siamo responsabili. Per rimediare, o quantomeno mitigarne gli effetti, occorre individuare le priorità su cui agire. Per esempio, ridurre il più possibile l’impiego di combustibili fossili a favore di fonti d’energia alternative. Diminuire l’uso dei veicoli inquinanti e rendere più pulito il trasporto su strada sfruttando i motori ibridi o, più radicalmente, attraverso il passaggio all’elettrificazione di tutti i sistemi di trasporto. Ma anche evitare di prendere l’aereo risulterebbe benefico; infatti, essendo liberate più in alto nell’atmosfera, le emissioni dei velivoli hanno effetti ancora più devastanti. Si potrebbe prediligere l’acquisto dai produttori locali e il consumo di prodotti di stagione, per ridurre le emissioni dei trasporti ed il ricorso ai sistemi di refrigerazione. Un altro aspetto spesso trascurato riguarda le nostre scelte alimentari, in particolare il consumo di carne rossa e latticini, dato che gli allevamenti di bestiame hanno un impatto enorme sulle emissioni di gas serra: equiparati a una nazione, sarebbero il terzo emettitore a livello globale dopo USA e Cina.

Restano ormai pochi passi prima della distruzione, in un mondo dove sembra che non esistano limiti alle aspirazioni momentanee e passeggere di ciascuno. Non vi è più nulla che ci intimorisca: nemmeno la genesi di una catastrofe di cui già si vedono i prodromi e che, tuttavia, costituiscono solo una minima parte rispetto a ciò che sopraggiungerà nei prossimi decenni. O vogliamo lasciare, come al solito, che tutto ci scivoli addosso, fingendo di non sapere che i primi a subire le conseguenze peggiori di questi drastici cambiamenti saremo proprio noi e le future generazioni?

Francesca Genoni 3D

VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 10.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0 (from 0 votes)
L'alba del giorno dopo: genesi di una catastrofe., 10.0 out of 10 based on 1 rating

Lascia il tuo commento per primo

Rispondi

L'indirizzo email non sarà pubblicato.