Libertà in pericolo.

Ostia, 7 novembre 2017: Roberto Spada aggredisce l’inviato di Nemo (trasmissione di Rai2) Daniele Piervincenzi, rompendogli con una testata il setto nasale. Parigi, 7 gennaio 2015: un attentato terroristico alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo causa la morte di 12 persone. Siamo di fronte a due tra i tanti attacchi alla nostra libertà che appaiono densi di significato. Aggredendo un giornalista, non si fa del male soltanto a lui, ma a tutta la popolazione, perché con questo atto viene meno uno dei diritti fondamentali garantitici dalla Costituzione: la libertà di espressione.

Sebbene in numerosi Paesi (come ad esempio la Turchia, al primo posto per il numero di giornalisti incarcerati) fenomeni di questo genere siano all’ordine del giorno, quello di Ostia è un fatto che chiunque abbia una coscienza intellettuale non riesce a superare facilmente. L’errore dell’inviato della Rai? La passione per la verità e il senso del dovere verso il suo pubblico. Dopo l’evento, in molte interviste gli abitanti del quartiere romano hanno dichiarato che a Daniele Piervincenzini non sarebbe accaduto proprio nulla, se non si fosse spinto ad impicciarsi dei fatti altrui fino a quel punto. Parole che non possono non suscitare una profonda riflessione sui confini dell’omertà e sulla sua connivente pressione esercitata nei confronti dell’opinione pubblica. La presenza di cosche mafiose ad Ostia incute una comprensibile paura costante alla popolazione, ma può forse essere superata attraverso questa totale e indegna mancaza di coraggio e di senso civico?

I pochi individui che, nel decorso di questa malattia sociale che è la mafia, hanno parlato di quanto accadesse, ne hanno ben presto pagato le conseguenze; ma è grazie a quei pochi che l’Italia oggi è un paese meno malato. Personaggi noti, come Roberto Saviano, o mamme comuni, come Federica Angeli, una giornalista di Repubblica, sono usciti dal silenzio e per questa libera scelta oggi vivono sotto scorta. Perché un giornalista dovrebbe mettere a repentaglio la propria vita scrivendo un articolo, facendo un’intervista o addentrandosi troppo in un caso? Ad animare questa iniziativa è un senso di devozione verso la giustizia e il suo valore assoluto. Una devozione che spinge a mettere da parte se stessi per garantire un futuro migliore a tutti.

In questi ultimi mesi stiamo sentendo molti commercianti denunciare le associazioni che richiedono, minacciandoli, il pizzo. Sono uomini e donne coraggiosi che decidono di rompere il luccetto che prima li frenava dal parlare. Che in ognuno di noi nasca il desiderio di fare il bene dovrebbe essere un auspicio condiviso dall’intera società, perché nel nostro “grande” piccolo dovremmo almeno tentare di rompere il silenzio e continuare la lotta alle mafie e al malaffare politico.

Davide Mara 4A

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