Tosi Tales: Il quaderno del professor Carù

«Dove eravamo rimasti la volta scorsa?»

Il professore tirò fuori uno di quei suoi quaderni perfetti e partì a spiegare. Mi sbaragliò. A prendere appunti ho sempre fatto schifo: ogni informazione che usciva dalla sua bocca mi sembrava troppo preziosa per essere scartata e, così, vivevo la lezione di Storia come se fosse un dettato. Ma ero uno zoppo alla rincorsa di un freccia rossa.

«Prof…?» tentai. Nessuna risposta. «Professore?» Solo allora alzò la testa: «Potrebbe andare un po’ più lentamente?». Mi accontentò sollevando un sopracciglio, ma non durò più di due minuti. Scrivevo così veloce che le parole mi entravano dall’orecchio e, senza nemmeno disturbarsi di passare per il cervello, arrivavano direttamente alla penna: com’era possibile? Di conseguenza, era come se il mio foglio fosse stato firmato per intero da un dottore strabico. La mano arrancava, gli occhi si corrodevano ed io non sapevo nemmeno che anno fosse… Solo il provvidenziale intervento della campanella interruppe la trance. “Aspetta un attimo…” pensai. Non era la solita campanella, bensì un suono ad intermittenza: “La prova d’evacuazione!”. La classe scattò in piedi ed io mi trascinai dietro di loro.

«La prossima volta porto un registratore vocale» sbuffò il mio compagno di banco mentre scendevamo la scala d’emergenza in fila indiana. In effetti, sarebbe stato proprio comodo avere un insegnante elettronico che ti ripeteva all’infinito la lezione, però… «Ho un’idea migliore» proposi io, improvvisamente posseduto da un folle piano «Ma dobbiamo farcela prima che il prof faccia l’appello». Con il mio compagno sgusciammo fuori dalla fila e tornammo dentro il liceo, sfrecciando per il corridoio deserto. «Ehi!» ci inseguì una voce «Venite qui!». Era Vittorio, ma noi ci eravamo già chiusi nella nostra aula. Il quaderno del professor Carù era fortuitamente rimasto sulla cattedra. Con quegli appunti tra le mani, nulla mi sarebbe più sfuggito: basta effimere spiegazioni di un’ora, basta crampi al polso a furia di scrivere, basta cervello in panne dalla fatica della comprensione! Avrei avuto tutto il tempo per interpretare e capire: finalmente!

Dei pugni possenti batterono sulla porta, tenuta bloccata dal mio amico. «Rilassati, Vittorio!» gli disse lui «Non ci serve un’altra prova d’evacuazione».

«Questa non è una prova!» ribatté esasperato il custode, in tono molto più serio del solito. Io intanto avevo fatto per prendere l’agognato quaderno ma, proprio in quel momento, sentii qualcosa di strano. Qualcosa che mi paralizzò. Una specie di tuono che, sebbene non particolarmente intenso, sembrava terribilmente vicino. Mi voltai: c’era un’ombra annidata sotto a un banco della prima fila. Riuscii a distinguerne solo gli occhi: neri anche quelli, ma allo stesso tempo brillanti. Brillanti di ferocia. «Uno dei miei cani è scappato ed è da qualche parte nella scuola!» finì di spiegare Vittorio. Non appena la bestiaccia, ringhiando sempre più forte, iniziò ad avanzare verso di me, il mio compagno di banco smise di opporre resistenza e lasciò entrare il bidello. Ma era troppo tardi: il cane mi saltò addosso, sbavando e ringhiando come una Furia. Senza pensarci, riuscii a mettergli il quaderno tra le fauci, fornendo l’occasione a Vittorio di placcarlo e a noi di darcela a gambe.

Una volta che la scuola fu nuovamente dichiarata sicura, tornammo tutti in classe. Vittorio raccontò al prof. semplicemente che il suo cane si era messo a giocare con il quaderno, di cui aveva lasciato qualche misero coriandolo. Lanciò una lunga occhiata a me e al mio compagno di banco prima di andarsene ma, con mio immenso sollievo, non fece i nostri nomi (qualcuno dia una medaglia a quell’uomo!)

«Beh» sospirò infine l’affranto professore, orfano dei suoi poveri appunti: «Visto che non posso più spiegare… interroghiamo: Enrico, vieni tu». Ma questa è un’altra, commovente storia.

Enrico Forte 3D

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