Tosi Tales: Trenta Facce e Un Cancellino

Qualcuno sfogliava gli appunti senza nemmeno darsi il tempo di leggerli, qualcuno li bisbigliava impercettibilmente per cercare di ricordarseli un po’ più di niente, mentre altri stringevano rassegnati un portafortuna… c’era persino chi piangeva sotto al banco! Io, ecco… può anche darsi che facessi tutte e tre le cose.

«Arriva!» annunciarono all’unisono quelli affacciati sul corridoio, e non erano ancora tornati ai loro posti quando cominciai ad avvertire un fin troppo familiare rombo sconnesso, come di un piccolo ma minaccioso carrarmato in avvicinamento. Si fece più chiaro, forte, assordante, finché dovetti trattenere il respiro e la professoressa Baratta immancabilmente entrò, seguita dal suo rumoroso trolley pieno di libri e di fogli.

Ciò che accadde dopo fu questione di pochi secondi, due o tre al massimo. Senza alcuna sorta di convenevole, infatti, la prof. estrasse il suo famigerato Dado a Trenta Facce, lo soppesò tra le mani, come per sincerarsi che il trasporto non l’avesse deformato, e, con immenso orrore di tutta la classe, lo lanciò. Per quattro volte vidi la mia carriera scolastica passarmi davanti agli occhi, miserevole e precaria quanto i numeretti stampati sulle facce del dado, ma per quattro volte il temutissimo oggetto rotolante mi risparmiò. “Che fortuna!” pensai ingenuamente, mentre i poveri interrogati vacillavano a domande espertissime che scartavetravano la pronuncia di parole inglesi a me ignote. Ben presto, infatti, da quattro diventarono solamente due i sopravvissuti che, per uscirne con la media illesa, dovevano affrontare l’ultima temuta prova: la traduzione scritta.

«Cancellate la lavagna» disse la prof. scrivendo qualcosa sul registro. I due ragazzi si lanciarono degli sguardi perplessi, ma poi si sfidarono in una rapida e silenziosa mano a Bim, Bum, Bam per decidere chi avrebbe tradotto per primo. Con il pugno tra i denti, il perdente si apprestò a liberare la lavagna dal guazzabuglio di calcoli rimasti dopo l’ora di matematica, ma, a metà tra sollievo e terrore, balbettò: «P-prof… Non c-c’è il cancellino».

La Baratta cessò istantaneamente di scrivere. Con una lentezza inquietante si tolse gli occhiali, alzò la testa e rimase così, a fissare la vaschetta vuota del cancellino per almeno cinque minuti. Infine tirò il dado, e ancora, ancora, ancora. E ancora! Tirò quel poliedro infernale per almeno otto volte: OTTO volte! Io – guarda caso – fui il sesto ad essere sentenziato.

Mi schierai così a fianco degli altri sventurati, in riga a sinistra della cattedra. Fuori ero immobile come un soldato al patibolo, ma dentro sentivo lo stomaco che si accartocciava, il cuore che tremava e le gambe che si scioglievano. La prof. ci guardò negli occhi uno ad uno, lentamente, come per assaporare la ricerca dell’ispirazione necessaria ad iniziare il suo discorso e, finalmente, disse: «Ho una nota di classe pronta. Trovate chi ha rubato il vostro cancellino prima della fine dell’ora e la assegnerò ai colpevoli, non a voi».

Sollevati dall’inaspettata fine della tortura dell’interrogazione, ci riversammo in corridoio, ancora confusi e disorientati, ma piuttosto speranzosi di poter far fronte alla situazione assurda in cui eravamo capitati. Ci guardammo l’un l’altro e, senza dirci una sola parola, ci dividemmo nei lunghissimi corridoi della scuola.

Andai porta a porta per le aule, come un venditore di aspirapolveri che non vuole acquistare mai nessuno. All’insegnante di turno dicevo che mi mandava la professoressa Baratta (una nota autorità in materia di incarichi), perquisivo velocemente l’armadio e i cassetti della cattedra cercando di mantenermi vellutato e silenzioso, quindi scappavo via.

Avevo appena finito di cercare, invano, in una classe vuota quando, passandomi una mano tra capelli, mi ritrovai le punte delle dita ricoperte di bianco. Che strano: c’era del gesso che scendeva da un punto sopra la mia testa, ma cosa ci faceva lì? Mi arrampicai in punta di piedi sul banco più vicino e sollevai uno dei pannelli del soffitto: la valanga di polvere e cancellini che ne uscì fu così impetuosa che mi fece rovinare a terra frastornato.

Ma le sorprese erano appena cominciate. Tossendo e scrollandomi di dosso l’aridità del gesso, scoprii di essere circondato da una dozzina di ragazzi alti quasi il doppio di me. Preso com’ero dalla parte del ficcanaso, infatti, non mi ero accorto né della campanella che suonava, né della Quinta che, di ritorno dalla palestra, si accomodava nella sua aula. Gli studenti in questione erano alquanto irritati dal fatto che, alla fine, fosse stata scoperta quella che sembrava una quantità di cancellini trafugati nel corso dell’intero quinquennio, ed erano intenzionati a chiudermi la bocca per mantenere il loro segreto.

Ero così agitato che, senza neanche pensarci, affondai le braccia nella montagna di cancellini di fianco a me e li lanciai per aria. Approfittando della copertura offerta dalla nebbia bianca che si stava diffondendo un po’ ovunque, m’infilai sotto al banco, godendomi la vista delle ombre dei miei aggressori che, senza capirci niente, se le davano di santa ragione. 

«Questa storia finisce qui» tuonò infine, congelando la situazione, una voce che non ero mai stato così felice di sentire. Alla professoressa Baratta non servirono altre parole: i miei aggressori la seguirono fuori come mansueti cagnolini.

Rimasi solo io, tutto sbiancato per la polvere di gesso, in un’aula disseminata di cancellini, finché non entrò la Teresina. Gli occhi della bidella guizzarono sconvolti da una parte all’altra della stanza a soqquadro, fermandosi ovviamente su di me. «Tu» sibilò, indicandomi con il manico della scopa «Lo pulisci tu questo disastro!».

Enrico Forte 3D

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