Ambasciata a Gerusalemme: preludio di una terza Intifada?

Il presidente USA Donald Trump, indubbiamente uno dei più controversi della storia del Paese, ha appena deciso di spostare l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo la Città Santa come capitale dello Stato ebraico. Una recrudescenza delle tensioni alla base della tristemente nota questione palestinese sta alimentando sempre di più il conflitto, combattutto da israeliani e palestinesi per ottenere lo status di Gerusalemme come propria capitale. Ma come mai questi popoli continuano a combattersi?

All’origine del conflitto ci sono il Sionismo, movimento politico tardottocentesco il cui obiettivo fu la fondazione di uno Stato Ebraico, ed il nazionalismo palestinese. I problemi più evidenti iniziarono nel 1948, quando venne fondato lo Stato di Israele per dare una casa agli ebrei sfuggiti allo sterminio nazista. I primi conflitti tra i due popoli furono principalmente combattuti dagli israeliani contro Stati a maggioranza islamica come Siria, Giordania, Libano e soprattutto Egitto, l’unico ad aver mai avuto ragione, seppur per poco, del potente esercito ebraico durante la Guerra del Kippur nel ’73.

Nel 1987 una importante rivolta fu la Prima Intifada, che in arabo vuol dire brivido-scossa. L’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, voleva combattere la colonizzazione ebraica sostenuta dagli occidentali nei cosiddetti Territori intorno a Gaza. Lo fece attraverso scioperi, disobbedienza civile ed il lancio delle pietre da parte di ragazzini e giovani contro i soldati israeliani, i quali risposero spaccando le gambe ai protestanti. Dopo molti altri avvenimenti simili, Yasser Arafat, il capo dell’OLP, riferendosi alle Risoluzioni 181 e 242 dell’ONU fondò lo Stato Palestinese, non riconosciuto da Israele, ma accettato pian piano dagli europei.

Il lento e difficoltoso processo di pace si prolungò fino al 2000 ed oltre. Negli Accordi di Oslo l’OLP riconosceva il diritto a Israele di esistere in pace come nazione; mentre lo Stato ebraico riconosceva l’Organizzazione come rappresentante del popolo palestinese. Le tensioni aumentarono quando il defunto primo ministro Ariel Sharon, scortato da mille soldati armati, decise un po’ provocatoriamente di visitare la Spianata delle Moschee. L’OLP interpretò il gesto come una rivendicazione di quella parte di Gerusalemme e dichiarò l’inizio della Seconda Intifada. Sharon fu eletto primo ministro e, a seguito di un attentato a Netanya, nel 2002 avviò l’Operazione Scudo Difensivo, che prevedeva un’ampia offensiva militare nella Cisgiordania, principalmente a Jenin, Ramallah e Betlemme, di cui venne assediata la Basilica della Natività. Inoltre, per diminuire gli attentati suicidi dei palestinesi, si costruì il muro che attualmente separa Israele dalla Palestina e che, però, oltrepassò la cosiddetta linea verde, cioè i confini pre-’67. Nel 2004 morì lo storico leader dell’OLP Yasser Arafat, a cui succedette il moderato Abbas, mentre nel frattempo Israele si impegnava a ritirare le truppe dalla Striscia di Gaza.

Da quel momento la maggior parte dei conflitti si svolse tra Israele e gli abitanti della Striscia, guidati dal movimento estremista e talvolta terrorista di Hamas. Nel 2007 l’allora presidente americano Bush convocò un vertice al termine del quale venne stilata una dichiarazione per cui OLP e Israele si sarebbero impegnati a trovare un accordo per il 2008. Ma nello stesso anno scoppiò una guerra tra Hamas e lo Stato Ebraico. Dopo 3 settimane di attacchi aerei e terrestri causati dall’intensificazione dei razzi lanciati, il conflitto si concluse con 1.100 vittime tra i Palestinesi e 13 tra gli Israeliani. Nel 2011, visto il fallimento dei negoziati, Abbas decise di tentare un’altra via proponendo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di accettare la Palestina come nuovo Stato Membro, ma gli USA posero il veto.

Analizzato il passato della Palestina, si può comprendere meglio la situazione. Gerusalemme è sempre stata uno dei nodi da sciogliere nei negoziati. Per gli ebrei, infatti, rappresenta la capitale biblica della Terra Promessa, dove il celeberrimo Re Davide aveva la sua reggia e dove Salomone aveva eretto il tempio al Dio onnipotente; invece per i musulmani  rappresenta il luogo dove Maometto è asceso al cielo. In particolare, questo si nota nel Monte del Tempio, o Spianata delle Moschee, dove si ergeva il tempio di Salomone e dove ora rimane un muro di quello di Erode, ma anche dove si ergono alcune moschee importantissime. Sicuramente la scelta di una parte di Gerusalemme come capitale scatenerebbe le reazioni violente dell’altra nazione, come nel caso di Ariel Sharon che, visitando le moschee, stava tacitamente dichiarando la sovranità israeliana su di essa. Le soluzioni potrebbero essere due: stabilire lo status della città con un accordo tra Israele e Palestina (non unilateralmente con l’intervento di un altro Stato come gli USA, come specifica Guterres, Segretario Generale dell’ONU), oppure spostare la capitale da un’altra parte, come Israele che l’ha mantenuta fino ad oggi a Tel Aviv. Ma proprio sulla base di queste affermazioni sorgono le contestazioni. La decisione è criticata sia dai Paesi arabi, che la ritengono pericolosa e che invitano a mantenere lo status quo finché non si trova un accordo, sia da quelli europei. Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, afferma che sarebbe meglio riavviare il processo di pace ed evitare azioni che possano minare questi sforzi. La Germania aggiunge che, anziché placare il conflitto, si rischierebbe soltanto di peggiorarlo. Inoltre la Merkel dichiara che è ingiusto sostenere che Gerusalemme, città santa per 3 religioni, sia la capitale unica e indivisibile solo di Israele.

Dopo tanti rifiuti, il presidente americano cambierà idea? O continuerà per la sua strada rischiando di causare ciò che molti politici e giornalisti hanno predetto? Tra chi, citando una legge approvata dal Congresso Statunitense negli anni ’90, ritiene lo spostamento dell’ambasciata necessario per la pace e chi teme una nuova rivolta, sembra che Trump non voglia smettere di andare contro la linea politica tenuta negli ultimi anni dal suo Paese e non è affatto chiaro se lo faccia per ottenere il consenso dei ricchi ebrei americani che l’hanno votato, o perché creda davvero di poter sedare con un gesto eclatante una controversia che perdura da quasi un secolo.

Mathias Caccia 1A

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