NOT NEUTRALITY: ritorno ad un’America non neutrale.

Negli Stati Uniti, da pochi giorni la FCC (Federal Communications Commission, l’autorità americana per le telecomunicazioni) ha abolito la Net Neutrality, dopo una votazione in cui i “contro” hanno superato i “pro” con 3 voti a 2.

Ma cos’è la Net Neutrality? Per la maggior parte delle persone, il concetto di una rete definibile come “neutrale” corrisponde ad una rete a banda larga (la massima velocità di una rete on-line) senza restrizioni verso dispositivi, verso luoghi in cui l’utente utilizza il servizio, o verso chi garantisce il servizio medesimo. Con la net neutrality, insomma, chiunque può avere e mettere a disposizione la stessa quantità, qualità e velocità di rete. La neutralità è stata introdotta nel 2002 quando Tim Wu, docente di legge presso la Columbia Law School di New York, ha proposto queste regole per evitare discriminazioni, garantire la libertà on-line e nella trasmissione di contenuti, evitando favoritismi verso chi avesse più possibilità economiche. Da quel momento i Provider (fornitori di rete che ci consentono l’accesso ad Internet) non hanno più potuto imporre tariffe relative ad alcuni siti, diciamo, “a pagamento”.

In assenza della net neutrality, invece, lo scenario che potrebbe crearsi è piuttosto sinistro. Immaginate di ricevere un messaggio di questo tipo scorrendo la vostra newsfeed sui social: “Gentile cliente, hai esaurito il traffico internet verso Instagram/Facebook: se vuoi continuare ad utilizzarlo, puoi acquistare un pacchetto aggiuntivo di traffico per i social a soli euro…”. Sebbene questo difficilmente potrebbe accadere con i colossi Instagram e Facebook, in assenza della neutralità, i provider potrebbero far pagare pacchetti di rete aggiuntivi per siti o applicazioni che non possono permettersi di competere con i giganti del web. Non solo: la discriminazione non riguarderebbe esclusivamente i siti visitabili senza spese aggiuntive, ma anche la qualità e la velocità di collegamento. L’esempio di noi tutti che scorriamo la newsfeed sul divano si presta nuovamente: immaginate  un altro bel messaggio del vostro provider che recita: “Gentile cliente, puoi navigare più velocemente sui social a soli euro aggiuntivi…”. Se accettate, la velocità diventerà ottima, mentre se lo ignorate, la navigazione subirà dei fatali, ma non casuali rallentamenti. Ovvero, il vostro Provider può decidere la velocità e la qualità della vostra rete in base al sito/app che state visitando.

La vera disgrazia dell’abolizione della Net Neutrality negli USA è che i potentissimi siti come Google e Amazon, di fatturato annuale plurimiliardario, funzionerebbero molto meglio dei siti meno influenti e visitati, certamente non in grado di pagare somme sufficienti per competere con i colossi del web. Risultato? La navigazione su tali siti diventerebbe sensibilmente più “scomoda” e, alla peggio, potrebbe arrivare a comportare costi aggiuntivi.

Naturalmente, però, qualcuno che trarrebbe giovamento (e anche copiosamente) dall’abolizione della net neutrality c’è. Stiamo parlando dei famosi provider, che otterrebbero crescenti quantità di denaro dai visitatori che non accetterebbero di rinunciare a siti su cui facevano affidamento, o a cui si erano semplicemente abituati.

La rimozione di questa norma in difesa della neutralità del web si spiega, dunque, sia con l’influenza esercitata dalla lobby delle telecomunicazioni sugli organi politici degli Stati Uniti, sia con la mentalità americana borghese e conservatrice che vuole le regole del commercio al centro del concetto di self made man. Presso la FCC si è infatti verificata la solita “battaglia” tra la fazione Repubblicana (secondo cui ogni bene va pagato per favorire un guadagno, pertanto contraria alla Net Neutrality) e quella Democratica (a favore della Net Neutrality per consentire un allargamento delle libertà personali di tutta la popolazione). Con la vittoria repubblicana, il popolo americano si è riversato in strada per contestare la decisione della FCC, forte dell’appoggio di alcuni fornitori di servizi come Netflix e Twitter. Alcuni si schierano a favore della non neutralità sostenendo che “è più in linea con le altre leggi americane”. Infatti, negli Stati Uniti tutti i servizi sono a pagamento (ne è un esempio evidente la sanità) e vige ancora l’abitudine ottocentesca di lasciare sempre una mancia a fattorini, cameriere, etc.

Ma in tutto questo, l’Europa da che parte sta? Per ora, è ancora a favore della Net Neutrality, ma in alcuni Stati si stanno già iniziando a sviluppare degli esperimenti di non neutralità. Ad esempio in Portogallo la Meo (una compagnia telefonica locale) ha iniziato ad offrire contratti con traffico dati limitato per alcune app specifiche, mentre in Spagna Vodafone offre pacchetti dati per social, video e musica.

Se ci stiamo dirigendo verso un periodo di non neutralità, magari la società civile europea rivendicherà determinati diritti in base alle nuove esigenze comunicative e non si lascerà imporre la logica del profitto come sta di nuovo avvenendo negli Stati Uniti.

Luca Sanna 1B

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