Maggiorenni al Voto: obbligo morale o inutile perdita di tempo?

A pochi giorni dalle elezioni politiche del 4 marzo, l’attenzione mediatica e l’ansia dei cittadini indecisi sono in costante aumento. Sui piatti della bilancia politica proposte molto diverse, nelle quali non si intende entrare per non influenzare gli elettori. Ci si pone, invece, il problema dell’astensionismo, che nelle passate consultazioni ha raggiunto dei dati incredibili; infatti, com’è dimostrato dai sondaggi, possiamo notare che negli ultimi 4 anni l’affluenza al voto è passata dall’83,6% al 70% ma, purtroppo, la percentuale è destinata a diminuire sempre di più entro non più di 5 anni.

Ci stiamo però dimenticando del fatto che il diritto di voto non è sempre esistito. Già ai tempi dell’Antica Roma lo aveva solo chi possedeva la cittadinanza, mentre tutto il resto della popolazione imperiale era sottomessa alle decisioni di una piccola élite oligarchica. Addirittura, ancora oggi ci sono Paesi in cui non tutti possono esprimere liberamente le proprie idee politiche: tra i più famosi Cuba, Indonesia, Iraq, Repubblica Popolare Democratica di Corea, Siria e Ucraina i quali, nonostante mostrino al mondo grandi facciate democratiche, mantengono ancora una mentalità completamente dittatoriale.

La strada per il voto fu difficile non solo in Italia. Nonostante la piena affermazione del principio di uguaglianza giuridica, prevalse a lungo l’idea secondo la quale i diritti politici dovessero essere riservati soltanto ad alcuni individui e, cioè, ai cittadini “liberi”, “maturi” e “capaci”. Soggetti “immaturi” esclusi dalla possibilità di votare erano le donne e i poveri perché, secondo un’opinione consolidata, solo gli uomini potevano dedicarsi alla politica e solo chi era ricco sarebbe stato in grado di evitare di lasciarsene corrompere. Inoltre, fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, negli U.S.A. e in Nuova Zelanda solo ai maschi ricchi era riservata la possibilità di accedere ai più elevati gradi di istruzione. Con il tempo si constatò che questi principi non corrispondevano alla realtà dei fatti e che la corruzione coinvolgeva anche individui facoltosi e mediamente colti.

Quanto delle donne, fu un percorso lungo e difficoltoso, a partire dal lontano 1877, quando Anna Maria Mozzoni, considerata la pioniera del nostro femminismo, presentò al Parlamento la prima petizione a favore del voto femminile. Da allora ci sono voluti altri settant’anni prima che le italiane potessero cominciare ad esprimere la propria opinione politica attraverso il voto, con le elezioni amministrative e poi col referendum del 1946. Una grande lotta portata avanti con fatica e spesso con sofferenza, per un diritto che oggi stiamo dando per scontato ma, soprattutto, che stiamo rischiando di non capire più. Sembra incredibile che i primi che decidono di non recarsi alle urne siano i giovani, la parte più innovativa ed apparentemente vitale del Paese, la quale sta smettendo di credere in un’Italia migliore, o migliorabile tramite l’esercizio democratico. Ma perché accade questo processo di “distacco” dalla politica?

Probabilmente perché i Governi o il sistema dei Partiti hanno un’impronta troppo demagogica e, nonostante le caleidoscopiche promesse elettorali, tendono a non investire, per esempio, nell’istruzione, facendo pensare che sia un privilegio che pochi possono permettersi. Certo, i politici commettono sempre molti errori, ma forse lo facciamo anche noi continuando a pensare ai nostri interessi personalistici, invece di comportarci come i Romani della Res-Publica che mettevano tendenzialmente al primo posto le esigenze della loro collettività. Se può ancora essere vero, come scriveva Massimo D’Azeglio, che “fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani”, sarebbe il momento di impegnarsi almeno per tentare di modificare le “sorti moderne e progressive” del nostro Stato, sfruttando il diritto che a molti individui nel mondo viene ancora negato. Poi magari avremo votato male e ci accorgeremo di essere stati sciocchi nel credere alle promesse dell’uno o dell’altro partito, però avremo dimostrato a noi stessi di essere Uomini e non balenotteri spiaggiati sul divano, sempre pronti a critiche pessimistiche e distruttive, pur di non impegnarci in nulla. Permane inoltre una verità logica incontrovertibile: gli unici che avranno il diritto di criticare legittimamente la politica sono quelli che avranno esercitato il proprio diritto-dovere di buoni cittadini, almeno tentando di modificare l’andamento di una tornata di votazioni e non rassegnandosi ad un destino supposto che, in realtà, non esiste, a meno di credere ancora alla Tyche greca o alle superstizioni apotropaiche.

Luca Canola 2B

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