Tosi Tales: Evasione da Campo Moscheni

“Corri. Ce l’hai quasi fatta, non fermarti. Ancora un piccolo sforz… Aaahhh!”

La giornata era cominciata piuttosto bene. Avevo preso un insperabile 8½ in Disegno e avevo trovato trentacinque centesimi in una delle macchinette del seminterrato. Mancava solo l’ora di Motoria: niente di meglio per sfogarsi dopo una giornata di duro, ma gratificante lavoro. La settimana prima eravamo stati valutati sulla ginnastica artistica, quindi quella volta avremmo giocato per tutto il tempo. Palla guerra? No, troppo bello. Magari avremmo diviso il campo e noi ragazzi ci saremmo fatti una bella partita a calcetto, mentre le ragazze si sarebbero dilettate a pallavolo. Alla peggio avremmo giocato a headball, frisbee o un altro degli stravaganti sport inventati da Moscheni; ma in ogni caso sarebbe stato più divertente che umiliarsi davanti a tutti nel tentativo di fare traballanti capriole e verticali.

Non penso ci sia bisogno di descrivere la mia faccia quando il Prof. annunciò che, invece, avremmo corso tutta l’ora.

«Le Arturiadi sono alle porte, ragazzi» spiegò con vigore, ribattendo alle nostre lamentele «Una volta che saranno finite, giocheremo fino alla fine dell’anno».

Già, come se fosse vero! Sarà stata la terza volta che lo prometteva, se si escludevano quelle dell’anno precedente. Era un continuo rimandare alle calende greche e, ormai, mi sentivo un topo che si affannava inutilmente dietro ad un minuscolo briciolino di formaggio. Ma adesso basta: avrei dimostrato a Moscheni che c’era chi aveva ancora una dignità!

Ci portò alla solita pista in asfalto granitico e ci fece fare qualche giro per riscaldarci. E meno male! Aveva piovuto tutta la notte e quella mattina di febbraio faceva così freddo che, al confronto, il bagno in mansarda mi sembrava un posto accogliente. Poi tirò fuori il cronometro: quattro per volta, al battere delle mani di una nostra compagna, i miei coetanei si rassegnarono a sfiancarsi negli scatti da 60 metri. Ma finalmente arrivò il mio turno: la felpa a terra, un respiro profondo e mi posizionai. Davanti a me, sessanta metri più in là, c’erano trenta ragazzi che non vedevano un pallone, una rete o una racchetta da mesi, ed erano convinti che avrebbero continuato così fino alla Maturità. Le cose dovevano cambiare, ora avrebbero ritrovato la speranza!

Clap! Mi diedi una spinta così vigorosa che… beh, ecco… scivolai in avanti a faccia in giù. Dannata forza di attrito, quando la Prof. Ciapparelli me l’aveva spiegata non mi aveva mica detto quanto possa essere ruvida sulla pelle, se si sbaglia a fare i calcoli. Nondimeno, la corsa in cui mi lanciai subito dopo mi permise di arrivare insieme agli altri, benché fossero partiti cinque secondi prima. Perciò non mi fermai: lasciata alle spalle la pista, affidandomi alla leggenda metropolitana che il lucchetto fosse sempre aperto, mi buttai addosso al cancello che dava sulla strada. Imparai quel giorno a non dare retta alle voci perché, invece di spalancarsi e offrirmi la fuga trionfale che avevo sognato, la grata mi rigettò indietro, tanto che franai sul prato qualche metro più in là. Feci per rialzarmi, ma un fischio acutissimo e prolungato m’inchiodò lì dov’ero.

«Torna subito qui!» mi ammonì Moscheni, avvicinandosi col suo solito passo spedito. “Sì, ok” pensai tra me e me, e ripartii nella direzione opposta, sotto gli archi rampanti della Palestra Nuova. Stavo per tuffarmi giù dalle scale che portano al sottopassaggio di via Ferrini, quando mi ricordai che tutta la mia roba era ancora in spogliatoio: cellulare, portafoglio, vestiti… non potevo lasciarli laggiù. Così varcai le porte di vetro della Palestra Vecchia e, con Moscheni allegramente alle calcagna, mi misi a saltellare giù per i gradoni delle tribune. Raramente avevo visto il Prof. in azione, ma sembrava maledettamente in forma – o, almeno, quanto bastava per acciuffarmi e farmela pagare cara. Mentre attraversavo il campo, vidi il suo collega, il professor Rizzotto, che faceva saltare sul trampolino dei ragazzini di Prima: che invidia! Mi chiusi alle spalle la porta che divideva le due palestre, ci spinsi contro la cesta dei palloni per bloccarla e raggiunsi con un altro scatto lo spogliatoio. Recuperate le mie cose, decisi che sarei passato per la porta della Palestra Nuova, e, costeggiando la pista di atletica, sarei tornato sui miei passi, fino al sottopass…

«Dove credi di andare?!»

I miei occhi increduli avrebbero voluto esplodere di gioia ma, date le circostanze, si alzarono al cielo mortificati, dopo essersi posati sulla figura che mi sbarrava la strada: Carmelo, il bidello pensionato, doveva essere venuto a salutare i suoi ex colleghi, proprio il giorno in cui io avevo organizzato la mia personalissima rivoluzione contro le tiranniche tradizioni sportive della scuola.

«Me ne vado pe’ cinque minuti» mi disse con il suo minaccioso accento meridionale: «E gli studenti smettono di pulirsi le scarpe prima di entrare?» Mi voltai e, alle spalle di Moscheni, che si ergeva a braccia conserte in mezzo al corridoio, notai in effetti che una scia di terra attraversava l’intera palestra: ci saranno stati due centimetri di fango sotto alle mie scarpe. Il mio sguardo si spostò da Moscheni a Carmelo e viceversa, e capii di essere proprio nei guai.

«Direi che è ora di piantarla con queste buffonate» sibilò il Prof.

«Ma… Calcetto… Pallavolo… Libertà!…» balbettai, senza trovare una sintassi alle parole. «Ah, fa niente» dissi infine, lanciando la giacca in faccia a Moscheni e aggirarandolo come un birillo, per poi accingermi a ripetere a ritroso la strada fatta fino ad allora. Ma ero esausto, e il peso della cartella mi rallentava notevolmente. Rimaneva solo una cosa da fare: feci un balzo sul trampolino, che mi sparò almeno cinque metri in avanti. Il volo sembrò durare ore, finché non mi resi conto che c’era un piccolo problema a cui non avevo pensato: l’atterraggio. Fortunatamente, riuscii a mettermi lo zaino davanti, appena in tempo perché attutisse la caduta.

Mi rialzai barcollando, con tutti gli occhi addosso e, forte del vantaggio guadagnato, raggiunsi il tunnel senza problemi.

«È fatta» mi dissi avvistando la luce in lontananza: «Ancora un piccolo sforz… AHHHHHHRRGHH». Ci casco ogni volta: quella rampa tremenda! È sempre bagnata: sempre. Non importa che sia al chiuso: la pioggia la raggiunge lo stesso. Sarà per colpa dei giubbotti goccialanti degli studenti, o magari c’è una crepa nel soffitto della galleria, chissà? Fatto sta che scivolai così a lungo che, quando mi fermai, ero fuori dal tunnel. Anche se, da un altro punto di vista, ci stavo entrando a tutta velocità. E quella volta non ci provai nemmeno, a rimettermi in piedi.

«Allora» disse Moscheni, impassibile e freschissimo nonostante l’inseguimento, scrutandomi dall’alto: «Ti piace correre? Ti iscrivo ai Mille Metri. Buona fortuna». E ci vediamo alle Arturiadi.

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«Avanti» disse una voce stanca.

La Marisa entrò nell’ufficio, che, benché ospitasse generalmente una sola persona, era piuttosto spazioso.

«Ancora il ragazzo?» chiese l’ombra controluce alla grande finestra in fondo alla stanza.

«Sì» confermò la bidella: «Continua a dare problemi. Che cosa facciamo?»

L’altra donna sorseggiò con calma il suo caffè ormai quasi freddo, osservando l’edera che si arrampicava senza criterio sui mattoni all’esterno della scuola. Non aveva mai capito perché l’avessero lasciata crescere così, indisturbata. L’avrebbe fatta togliere, prima o poi, o i genitori avrebbero scambiato il liceo per la selva “selvaggia e aspra e forte” che i loro figli studiavano in Letteratura. La citazione era giusta?

La Marisa si schiarì la voce, e l’ombra tornò alla realtà, concludendo: «Prenderò dei provvedimenti. Personalmente».

Enrico Forte 3D

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