Vittima e carnefice: Una Coppia Improbabile.

Non tutti gli accostamenti sottoposti alla nostra attenzione ci risultano immediatamente nella norma. Alcuni infatti appaiono vagamente dissonanti, al pari di certi casi di trasformismo politico; mentre altri vengono proprio recepiti come evidenti tradimenti del buon senso. Di certo non occorre una gran contezza storica del periodo degli Anni di Piombo per annoverare, almeno in prima analisi, la coppia Moro-Bonisoli nella seconda categoria. Il percorso di dialogo e apertura tra l’ex-brigatista e la figlia della vittima del Terrorismo Rosso ha portato i due alla conferenza “Giustizia e Riconciliazione”, tenutasi il 19/02 a Milano, a cui diverse classi Quinte del nostro liceo hanno partecipato.

I più stupiti sono stati coloro che conservano un ricordo vivo dell’aria che si respirava nel nostro Paese durante i 55 giorni successivi al tristemente noto agguato di Via Fani. La tensione che la società italiana viveva negli Anni Settanta non è infatti facile da dimenticare nemmeno per chi all’epoca fosse stato solo un ragazzino. Certamente non per Agnese Moro, che da quegli anni e dalla violenza ad essi associata si è vista portar via il padre. E nemmeno per Franco Bonisoli, l’ex-brigatista che si rese responsabile dell’omicidio degli uomini della scorta nel tragico assassinio del Presidente Moro. A motivare Bonisoli e i fanatici brigatisti con cui condivideva l’efferata missione era una vischiosa contrarietà verso il famoso “Compromesso Storico”, definizione con cui si fa riferimento al disgelo avvenuto negli Anni Settanta tra Partito Comunista Italiano, guidato da Berlinguer, e Democrazia Cristiana, di cui Moro è stato segretario, esponente di spicco e con cui è stato eletto per due volte Presidente del Consiglio (oggi si parlerebbe di Grande Coalizione, ma all’epoca i tempi e gli elettori non erano ancora maturi). L’onorevole Moro si stava recando alla Camera dei Deputati per votare la fiducia al quarto Governo Andreotti in una normalissima mattina del marzo 1978, che inaugurò il primo di cinquantacinque giorni d’angoscia, il cui ricordo ha attanagliato Agnese Moro fino ad oggi.

La svolta è arrivata nel 2008, quando un incontro organizzato da padre Guido Bretagna portò l’ex brigatista pentito e Agnese a conoscersi, per poi scoprire che un dialogo poteva aprirsi e che il dolore portato in seno per trent’anni dalla donna poteva finalmente lasciare spazio ad una nuova fase nella sua elaborazione del lutto paterno.

A detta della Moro, a permettere questo altrimenti improbabile dialogo sarebbe stata la scoperta di una componente di umanità nel carnefice che, nel ’78, si era adoperato per privare il Paese di uno dei più influenti statisti della Prima Repubblica. Questa agnizione sconvolse nel profondo la figlia dell’onorevole democristiano. La possibilità che in alcuni di quei “mostri” ci fossero dei moti d’animo umani, quelli che portavano per esempio Bonisoli a chiedere permessi in carcere per parlare con i professori dei figli, era ed è tutt’ora difficile da immaginare per chiunque, soprattutto a fronte dei numerosi brigatisti non pentiti.

I presenti alla conferenza organizzata dal Centro Asteria hanno potuto ascoltare il racconto di questo rappacificamento da due punti di vista: quello della vittima e quello del colpevole. La tensione emotiva generata nella sala dalla visione di questi due individui, così lontani ma anche così vicini, non ha potuto lasciare indifferente la platea ammutolita. Quello che inizialmente sembrava un messaggio tutt’altro che condivisibile, il perdono di una figlia verso l’uomo che ha ucciso suo padre, si è tramutato dialetticamente nel corso dell’incontro nella scoperta di valori profondi che sono veramente insiti nella Persona, ma che spesso le sovrastrutture pregiudiziali e passionali che si vanno creando impediscono di osservare lucidamente.

Non sono, però, frequenti degli esempi così concreti e profondi di giustizia riparativa, il vero tema della conferenza. È difficile pensare a un modo più eloquente delle parole usate da Bonisoli durante il suo intervento per comunicare questo concetto. L’ex brigatista, che voleva far la rivoluzione del proletariato e applicare inflessibilmente la dottrina marxista-leninista, ha scoperto che la vera rivoluzione stava nella riscoperta dell’oppositore politico non più come nemico, bensì come individuo animato da ideali, dal potenziale dialettico che fa l’uomo democratico e da una sfera spirituale inalienabile. Un messaggio come questo non può che costituire il fondamento di ogni futura politica che voglia affermarsi come profondamente e culturalmente democratica e non totalitaria.

Matteo Cremonesi 5F

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