Tosi Tales: L’Ultima Ora

7.30: Qualche mattonella allentata mi esplose sotto i piedi in uno scroscio di fango, mentre costeggiavo a passo spedito il cancello del Liceo – ma quando si decideranno a ripavimentare quel campo minato?

Mi ero incamminato da casa prestissimo per appostarmi sugli scalini all’entrata e ripassare con calma per la verifica di Filosofia dell’ultima ora, ma a metà strada era scoppiato quell’acquazzone tremendo e io ero rimasto lì, fuori, in balia di vento e pioggia, la cartelletta da disegno disperatamente alta sopra la testa, per proteggermi come un parafulmine. Non so quanto durò quel supplizio, però a un certo punto arrivarono un ragazzo e una ragazza che, chiacchierando sotto l’ombrello, spinsero il cancelletto d’ingresso e scesero in S. 

Cosa?! Ma da quand’è che la scuola faceva entrare chi arrivava prima dell’orario stabilito? Davvero si aspettavano che mi mettessi a controllare ogni giorno le loro noiosissime circolari sempre piene di errori di battitura? 

Seguii la coppia, insultandomi da solo per non aver nemmeno provato a testare il cancello.

8.10: La scalata fino in mansarda fu sfiancante, ma non ero stato abbastanza veloce: tutti i banchi dell’aula “Disegno 1” erano già stati presi, e a me toccò il posto centrale della prima fila, esattamente di fronte alla lavagna. Da lì era semplicemente IMPOSSIBILE ripassare senza che il Professor Rosazza se ne accorgesse! Perciò dovetti sorbirmi tutta la lezione di Storia dell’Arte e prendere diligentemente appunti. Ricordo di aver sentito parole come “Michelangelo, confronto col Brunelleschi, dintorni di Firenze, Cinquecento europeo” e tante altre, ma mi ronzavano nel cervello come nomi incomprensibili, a causa del rimbombo mentale di tutte le nozioni filosofiche che avevo ripassato la sera prima. 

9.10: “Oggi è il giorno della consegna delle vostre prospettive” ci rammentò il professore: “Avete un’ora per sistemare gli ultimi particolari”.

Il pomeriggio precedente mi ero dato da fare con quella tavola; quindi, con un po’ di fortuna, sarei riuscito a finirla in anticipo e a ritagliarmi una mezzoretta da dedicare a Filosofia. 

Però questo sarebbe stato possibile SE e soltanto SE, nel coprirmi con la cartelletta quella mattina, l’inutile pioggia non mi avesse ridotto in poltiglia la copertina dell’album con i primi quattro fogli, tra cui ovviamente la tavola prospettica. Persi dieci minuti solo per fissare a bocca aperta quell’ennesima fatale sventura. Mi guardai intorno e scoprii con orrore che tutti stavano già facendo i contorni dei loro disegni con i rapidograph. Non avevo scelta: avrei rifatto il disegno direttamente a china. Supplicai il mio vicino di prestarmi un foglio, asciugai le squadre e via! 

Comunque, penso che il prof. fu contento del mio lavoro: l’ineffabile scarabocchio che consegnai alla fine dell’ora era molto avanti col programma, considerato che assomigliava più ad un’innovativa opera di Picasso piuttosto che a una pittura Rinascimentale noiosamente tradizionalistica. 

10.15: “Buongiorno” 

La donna vestita d’azzurrino che si era appena fatta viva non l’avevo mai vista. Quindi, poteva voler dire un’unica cosa. Io e i miei compagni ci guardammo l’un l’altro, increduli, prima di cominciare ad esultare e ad abbracciarci, neanche fossimo stati tecnici della NASA che fossero appena riusciti ad approdare su un nuovo corpo celeste: un’ora intera di supplenza, l’occasione perfetta per prepararsi alla verif…
“ZiTTiiiiiiiiiiiii!!!” Questo il monito megalofono dell’insegnante, che paralizzò la classe in una posa degna di quei dipinti bellici menzionati da Rosazza.
“Io” disse, dopo aver inspirato con estrema teatralità: “Mi occupo di Diritto ed Economia e scommetto che non sapete nemmeno cosa vogliano dire queste parole. Quindi ho appositamente preparato una lezione per rendervi meno ignoranti”. Ma proprio adesso?

Altro non servì: mi tappai le orecchie e mi immersi in Filosofia. Feci per leggere la seconda frase, ma la signora in azzurro mi sfilò il manuale sotto gli occhi e si mise a sbraitare come un’ossessa. Mi voltai prima a destra, poi a sinistra e, infine, una volta che ebbi capito che ce l’aveva proprio con me, tolsi le mani dalle orecchie: “NON VOGLIO VEDERE LIBRI DI ALTRE MATERIE! CHIARO?!”.

Imparai quel giorno che scopo dell’economia è ottenere il massimo risultato compiendo il minimo sacrificio. Un po’ come quando studi Filosofia lo stesso giorno della verifica e riesci a prendere 10, no? Ah, già! Basta che non ti chiudano il libro nel cassetto della cattedra. 

11.10: “Cosa abbiamo adesso?” chiesi al mio compagno di banco.

Religione” 

Le mie membra si lasciarono infondere di sollievo: quella sì che era l’ora giusta per studiare! 

Ma l’astuto Prof. Sametti non fece in tempo a posizionare il proiettore e ad aprire bocca, che avevo già messo da parte il mio libro di Filosofia. Era più forte di me: il modo in cui erano strutturate le sue lezioni era fin troppo geniale. Ci mettemmo infatti a dibattere sul senso della vita, su Dio, sull’uomo, sull’infinito davanti e dentro di noi, e parvero essere passati appena cinque minuti, quando la campanella suonò, portandosi via l’unica ora di quel giorno infausto. 

12.15: Avevo approfittato dell’intervallo per un assurdo ripasso dell’ultimo secondo, ma ero ancora in tempo per una capatina in bagno. 

Mi lavai le mani e controllai, come sempre, se ci fosse del sapone, ma sapevo già che non sarebbe uscito niente. Della carta non ne parliamo! Mentre mi asciugavo le mani sui jeans, mi chiesi se fossero solo i bagni dei maschi ad essere rimasti nel Medioevo. 

Strano, però… la porta con cui il bagno dava sul corridoio era chiusa. Che fosse passato qualcuno a mia insaputa? Abbassai la maniglia per uscire, ma non si aprì. Ci riprovai altre volte: niente di niente. E la Verifica? Immaginavo già le urla dell’insegnante di Filosofia che, non trovandomi al mio posto…

[Continua sul prossimo numero]

 Enrico Forte 3D

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