Tosi Tales: Amarcord tecnico

Ero intrappolato in bagno. Già mi vedevo la Prof. Mondaini che, non vedendomi tornare, mi minacciava di morte, di torture in pubblico o, peggio, di darmi il Debito. Tirai fuori il cellulare, ma, come sempre, la rete Wi-Fi del Liceo era del tutto inutile ed io avevo per giunta esaurito il credito.

Dopo 20 minuti sprecati ad invocare aiuto, nella speranza che ci fosse qualcuno in corridoio, proclamai: «Io la sfondo!». Nessun commento nel vuoto del locale; così, presa la rincorsa fin dalla parete dirimpetto alla soglia del bagno, colpii la porta con una decisa spallata. Non ci misi tutta la forza che avevo, perché in realtà mi aspettavo la stessa reazione del cancello della Palestra, quella volta che avevo provato ad evadere dalla scuola. E, invece, successe esattamente il contrario: l’anta si lasciò spalancare come se fosse stata un foglio di carta stagnola ed io rotolai addosso ad una figura alta coi capelli brizzolati che indossava un camice. Il signor Giovanni si rialzò sbraitando e blaterando qualcosa in calabrese (ma che ci faceva lì, così lontano dal Laboratorio di Fisica?) senza fornirmi nemmeno l’ombra di una parvenza di traduzione, perché gli addetti ai laboratori, si sa, non traducono.
Giù di corsa, ma saltai lo stesso la Verifica di Filosofia e passai tutto il resto della Quinta Ora in Presidenza. Ci provai a spiegare che la toilette era stata chiusa a chiave, ma Giovanni, che per tutto il tempo aveva “fatto la manutenzione ai cardini della porta dell’aula lì davanti” (testuali parole), diceva di non aver “assolutamente sentito” la mia voce, proprio come io non mi ero accorto della sua ineffabile presenza in loco.
Dopo quella giornata così “prospera”, uscii dalla scuola con 3 giorni di sospensione sulle spalle: tre giorni senza poter seguire le lezioni, senza appunti, senza interrogazioni! Mi vedevo già sull’orlo della bocciatura. E, poi, avrei dovuto dirlo ai Miei, ma come?
Fuori dal cancello d’ingresso c’era un capannello di studenti. Ero talmente immerso nei miei funesti pensieri, che nemmeno mi preoccupai di capire cosa ci facessero lì… finché non lo vidi.
Era proprio lui, con il suo cappello a tesa stretta e il pastrano marrone. 
Accidenti! Era già quasi passato un anno dall’ultima volta che aveva chiuso un occhio, mentre con l’altro mi aveva sogguardato in quel suo modo enigmatico, quando avevo suggerito una risposta durante la verifica di Storia dell’Arte. Eppure sembrava ieri che aveva raccontato a me e ai miei compagni uno dei tanti buffi aneddoti sul suo cane Bill, o di quella volta che era sfuggito a una multa grazie alla sua tessera del FAI.
Avrei voluto salutarlo, scherzando ancora insieme a lui, ma sarei stato solo uno tra i tanti “fan” che ora lo circondavano con il mio stesso eccessivo entusiasmo.
Sorprendentemente, però, fu lui ad intercettare il mio sguardo, a farsi largo tra i suoi ex-allievi e a stringermi la mano come aveva fatto prima di andare in pensione.
Parole non ne riuscivo a trovare, troppo stordito da così tanti avvenimenti contemporanei, ma per fortuna il professor Francesco Muollo aveva già qualcosa da dire: «Enrí, sono qui per metterti in guardia».
«Come?…» ribattei, confuso. Mi aspettavo una bella chiacchierata sui vecchi tempi, o magari qualche trucchetto per migliorare in Disegno e, quindi, attaccai dicendo: «Beh, in effetti siamo in primavera e il tempo non è un granché. Pensi che il mese scorso ha pure nevic…»
«Ma no!» rispose lui, alzando gli occhi al cielo come se avesse appena visto una sbavatura con la china: «Mi riferisco alla scuola!».
Mi tornarono in mente il cane di Vittorio che scorrazzava per i corridoi, la classe ladra di cancellini, e anche quelle dannate piastrelle piene di fango, che però non erano certo una novità.
Il Prof. capì che avevo capito e mi spiegò: «Non sono mica coincidenze. Sono tutti diversivi. Ho sempre sospettato che mi nascondessero qualcosa, durante i trent’anni della mia carriera, e continuano a farlo! Speravo che, una volta lasciata la scuola, la mia curiosità si sarebbe spenta; invece non riesco a pensare ad altro, forse perché non ho più tutti gli impegni quotidiani di prima».

«Un attimo… chi le ha nascosto cosa

«Non ho idea di cosa si tratti, ma sono i bidelli, gli insegnanti, la preside!»

«Ma perché dovrebbero nascondere qualcosa?» chiesi, scettico «Voglio dire: non crede che avrebbero coinvolto pure lei?»

«Enrì» disse Muollo, abbassando gli occhiali e guardandomi negli occhi severamente: «Me lo sento».

Quando qualcuno mi dice che ha un brutto presentimento riguardo a qualcosa, non lo prendo mai sul serio: sciocca superstizione. Ma Francesco Muollo non era un “qualcuno” qualunque. Una volta, in Disegno 1, prima che cominciasse la lezione, un mio compagno aveva spostato il banco dietro la colonna e, mentre venivano proiettate le slides di Storia dell’Arte, si era messo a giocare col cellulare. Muollo non solo gli disse di ritirarlo, ma indovinò pure l’App che stava usando! Se c’era qualcuno il cui istinto fosse affidabile al cento per cento, era lui.

«E va bene» sospirai a bassa voce «Mi guarderò intorno. Però non prima di tre giorni».

Mi pentii però di non averlo solo pensato, perché il Prof. s’interessò subito e mi estorse la dettagliata confessione di quello che mi era appena successo in bagno e della mia sospensione. Quindi si batté il pugno destro sull’altra mano, facendomi sobbalzare: «Ma certo» esclamò: «La preside voleva levarti di mezzo! Devi aver scoperto qualcosa di rilevante: è per questo che ti hanno chiuso nei Servizi per inguaiarti!»

Tirai un sospiro di sollievo: per un attimo avevo temuto che avesse intenzione di farmi la predica anche lui. Che, invece, concluse: «Devi tornare dentro. Adesso».

«Ma… ma…» balbettai: «Come faccio? L’orario delle lezioni è finito… e io non potrei entrare comunque: gliel’ho detto che mi hanno sospeso».

«Sospeso non vuol dire espulso. Sappi solo che non devi fidarti di nessuno, fuorché…»

«Me stesso?» azzardai.

Muollo si esibì in una delle sue risate lente, rauche e fragorose: «Come quella volta che ti sei fidato delle tue capacità per fare quella tavola col piano inclinato, quella del Quattro e Mezzo? No, per Diana sanguinante: è di Enea che devi fidarti. E’ uno dei miei infiltrati: ti lascerà entrare».
Pertanto Muollo mi accompagnò all’ingresso della scuola, dove ci stava provvidenzialmente aspettando il signor Enea.
«È stato un piacere rivederla, Prof.» lo salutai, commosso.
«Mi raccomando, Enrí» mi rispose facendomi l’occhiolino prima di andarsene. Quando fu salito in macchina, mi voltai: il mastodontico edificio che si ergeva davanti a me non mi aveva mai messo tanta soggezione. Presi un bel respiro e, insieme al buon Enea, mi immersi nel Tosi ancora una volta, pronto a svelarne i segreti più oscuri, sempre che ci fossero davvero.

[Sul prossimo numero tutto verrà svelato]                          

Enrico Forte 3D

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