Sulle linee di confine.

  • “Another brick in the wall”: così cantavano i Pink Floyd nel 1979, riferendosi al tema dell’educazione e alle condizioni della classe operaia. Il muro voleva rappresentare un bambino che, con l’aggiunta di un semplice mattone, diventava un uomo. A pensarci bene, però, i muri sono una delle basi fondamentali della storia e della società. Già l’uomo primitivo si sentiva al sicuro chiudendosi in una caverna, e lo spirito con cui noi oggi innalziamo le pareti di casa nostra e quelle di confine è lo stesso: cerchiamo riparo da ciò che ci circonda.

Esempi molto noti di mura di confine sono il Vallum di Adriano per separare la romanità dai Pitti (Britannia, II secolo d.C.), la Grande Muraglia cinese, costruita con lo scopo di prevenire le incursioni mongole, e il Muro di Berlino, che, sebbene non particolarmente imponente, ha avuto un decisivo valore storico durante la Guerra Fredda. Negli ultimi anni, soprattutto da quando alla presidenza degli USA è salito Donald Trump, ha riacquistato fama la questione del confine tra Messico e Stati Uniti, nata sotto la presidenza Bush nel 1990. Questa divisione, se da un lato salvaguarda dall’immigrazione clandestina e impedisce al traffico di droghe di espandersi ulteriormente, dall’altro è la causa della morte di circa 350 persone all’anno, tra cui molti minorenni.

Una situazione simile vi è al confine tra Palestina ed Israele, sulla quale “border-line” muoiono tutt’oggi famiglie innocenti. Tra due Paesi così religiosi come questi ultimi non ci si aspetterebbe tutto ciò: la situazione è paradossale, infatti a Gerusalemme è presente il Muro Occidentale (meglio conosciuto come Muro del Pianto), che unisce persone di culture e religioni diverse provenienti da varie parti del mondo. Come possono coesistere nello stesso Paese due realtà così diverse: un muro per unire ed un muro per dividere?

Ci sono anche altre linee “calde” di separazione in tutto il pianeta, le più note delle quali sono quella tra Corea del Nord e del Sud, tra India e Bangladesh e quelle nel territorio del Kashmir (rivendicato da Cina, India e Pakistan). In Africa esiste persino un muro di sabbia che divide il Sahara occidentale in due parti, fatto costruire dal re Hassan tra 1975 e 1982 per difendere il Marocco. Le mine nascoste da decenni sotto la sabbia (attualmente se ne contano circa 10 milioni) uccidono ancora oggi tantissime persone appartenenti al popolo Sahrawi.

In Europa la situazione non si discosta di molto. Con il recente fenomeno migratorio, alcuni Paesi hanno deciso di isolarsi dal flusso costante dei popoli in movimento, costringendo i viaggiatori a rischiare la loro vita e quella dei propri familiari pur di raggiungere la nostra penisola. Questi paesi, come Austria, Ungheria, Bulgaria, Inghliterra, Grecia, Spagna e gli stati della vecchia Iugoslavia, hanno deciso di costruire barriere nei punti in cui i migranti pervengono in maggior numero, spesso maltrattandoli e venendo meno alle norme stabilite dall’UE e dall’ONU a favore del diritto alla vita. Molte volte, infatti, è più facile fare la vittima piuttosto che affrontare il problema, magari trovando una soluzione comune per tutta l’Europa.

Come esistono muri che dividono nazioni, ci sono anche muri che dividono città. A Belfast (capitale dell’Irlanda del Nord), dal 1969 sono presenti le ipocrite “Peace Lines”, muri che separano la comunità cattolica da quella protestante. Vengono solitamente aperte durante il giorno e, al calar della notte, vengono chiuse; ogni cittadino convive tranquillamente con questo “problema” e alla sera rientra a casa propria per non rimanere “dall’altra parte”. 

Resta la speranza che nei prossimi anni si possa vivere in un mondo un po’ più libero, senza fili spinati e mura di cemento più o meno armato, trovando accordi che non blocchino la cultura, la circolazione delle idee, la vita

Davide Mara 4A

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