TOSI TALES 2 (ep. 1): Anarchia Campestre.

Repost 24 gennaio 2019: 150 views

Al tempo delle insurrezioni per la carta igienica e delle faide in nome dei cancellini,

in una scuola oppressa dalla minaccia costante del teorema di Ruffini…

Correva l’anno scolastico 2018-2019: il periodo di stabilità noto come “Età di Moscheni” era appena giunto al termine. Erano anni che circolavano leggende sulla sospetta chiusura dell’aula di ascolto, mentre chi negava che il Laboratorio di Chimica fosse diventato il sancta sanctorum esclusivo degli studenti di scienze applicate mentiva a sé stesso. Come se non bastasse, le classi che si erano lanciate nella folle impresa del triennio erano state fatte a pezzi: non aveva niente da temere il “sogno Tosiano”, 30 studenti ficcati in ogni aula. 

Così tanti cambiamenti… come potevo prevedere che i guai sarebbero arrivati dal passato?

La tradizione voleva che il venerdì della prima settimana di novembre il meteo desse pioggia. Ed era tradizione anche che lo stesso giorno si svolgessero le corse campestri: partecipava chi fosse sopravvissuto ai due mesi di micidiali test di resistenza, veri e propri Hunger Games studiati per accertarsi che l’essere umano si fosse evoluto dai tempi dell’infelice Filippide di Atene. Ufficialmente, loro soli potevano godere del controverso privilegio della “presenza fuori aula” durante la terza e la quarta ora, ma la verità è che, in occasione di quella ricorrenza, la scuola intera dava i numeri, e non solo perché si trattava di un Liceo Scientifico. Nella spirale delle svariate ore di Motoria che coincidevano con lo svolgimento della Campestre, armenti di studenti disoccupati erravano clandestinamente tra il bar e la Colonia Elioterapica di Santa Croce, dove si svolgeva la competizione, mentre anche quelli che erano costretti in classe si affacciavano dalle finestre per tifare, ignorando spudoratamente l’assennatezza delle lezioni. 

La mia classe, in P, dava su via Grossi e non c’era modo di sbirciare l’andamento della gara; quindi la lezione aveva già perso di significato, nel fuoco incrociato delle vane suppliche dei miei compagni che, anche ricorrendo alle menzogne più improbabili, speravano di espugnare al prof. il permesso di uscire. Io stavo osservando le piccole biglie d’acqua che si schiantavano furiosamente sul vetro, quando per caso misi a fuoco lo scenario in secondo piano: una figura incappucciata usciva in quel momento dal parcheggio delle bici, accompagnando fuori quella che sembrava proprio…

«Mi stanno rubando la bicicletta!» esclamai scattando in piedi. Per l’insegnante quello fu il passaggio del Rubicone, poiché alle sue orecchie si trattò di una scusa talmente scontata e fastidiosa, che con un gesto esasperato sbriciolò il gessetto quadrato contro il pavimento e ringhiò, la voce tremante per l’indignazione:

«E SIA, ANDATE PURE! Solo una cosa mi auguro: che un giorno, guardandovi alle spalle, vi pentirete di aver venduto la mia spinosissima spiegazione per strepitare come bestie fameliche intorno ad una vuota competizione sportiva!»

Ero d’accordo con ogni singola parola ma, comunque, nel giro di due secondi ci stavamo tutti rincorrendo all’esterno della scuola: i miei compagni che si affrettavano nel tunnel, io che guadagnavo il cancello principale. Arrivai proprio nel momento in cui il ladro lo varcava bel bello, conducendo a mano la mia mountain-bike. Ma perché portare la refurtiva all’interno del liceo? 

Non appena mi vide, si congelò. Il volto, pur nascosto nell’ombra, tradì una certa sorpresa. Le mani tremolarono, o così parve a me.

Di punto in bianco, però, calcò con entrambe sul manubrio e per una frazione di secondo gli ammortizzatori si fecero piccoli ed esplosero in lunghezza subito dopo. La sagoma slanciata dell’incappucciato assorbì quella spinta, restando sospesa a mezz’aria per qualche istante, la gamba destra che si proiettava aldilà della sella, per poi inforcare il mio bolide. Fece per investirmi, ma mi buttai a sinistra mentre quello pedalava giù dagli scalini che scendevano nel tunnel.

Lo vidi scomparire dietro l’angolo dell’edificio scolastico; così mi cimentai in un discutibile sequeldella prova dei mille metri fatta a settembre. Continuai a correre fino alla Colonia Elioterapica, presi a farmi largo in mezzo alla pioggia sempre più fitta e allo scalpitante pubblico delle campestri, affannai dietro alla scia del fuggiasco.

Il cielo era uno stomaco nebulizzato e informe, le urla dei tifosi si perdevano in quel costante gorgoglio metallico che minacciava di scaricare folgori da un momento all’altro. Ed eccolo lì, il ladro si era inserito nel percorso della gara e sfrecciava sulla mia bici nel verso opposto rispetto a quello secondo cui i concorrenti, pronti allo scatto decisivo, si stavano avvicinando all’arrivo. 

In quel momento esistevano solo la mia bicicletta e il cavaliere che voleva portarsela via col vento: scavalcai uno dei nastri che delimitavano le corsie, poi un altro e un altro ancora, e proseguii nell’inseguimento tagliando orizzontalmente la pista, mentre le urla o le risate dei tifosi crescevano e convergevano su di me. Finalmente mi lanciai oltre l’ultima transenna e intercettai lateralmente il fuggitivo, atterrandolo. Gli strappai il cappuccio di dosso: era una ragazza, avrà avuto un paio d’anni in più di me. 

Putroppo non ci fu tempo per scambiarci i numeri, giacché il bestiale sprint conclusivo di una mandria di corridori in avvicinamento cominciò a scuotere la terra. Ognuno di loro si sentiva predestinato a tagliare il traguardo per primo: ci avrebbero travolti senza nemmeno accorgersene. 

[Le “Tosi Tales” continuano sul prossimo numero!]

Enrico Forte 4D

VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0 (from 0 votes)

Lascia il tuo commento per primo

Rispondi

L'indirizzo email non sarà pubblicato.