Te la sei cercata!

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6 novembre, Cork, cittadina dell’Irlanda.
Uno stupratore di 27 anni viene assolto per l’abuso su un’adolescente diciassettenne: la difesa è riuscita a persuadere il giudice portando come prova il tanga di pizzo indossato dalla vittima durante l’accaduto, una lingerie «troppo sexy» che avrebbe reso lo stupro un atto del tutto legittimo. 
La sentenza della corte ha scatenato una protesta generale, portata avanti da una marcia fino al tribunale della città, sulle cui scale è stata deposta biancheria intima. Ma la vera bufera si è scatenata sui social, grazie all’hashtag #thisisnotconsent che ha diffuso la vicenda in tutto il mondo, dando occasione di sollevare numerose riflessioni.
Ruth Coppinger, durante una seduta del Dail, il parlamento irlandese, ha mostrato un paio di mutande dicendo: «Potrebbe sembrare imbarazzante mostrare un tanga qui, ma come pensate che si senta una vittima di stupro quando in modo inappropriato viene mostrata la sua biancheria intima in un tribunale?».
Dopo questa provocazione, proprio nel bel mezzo del suo intervento, le telecamere hanno smesso di inquadrarla.
Stando alle statistiche del 2017, in Italia vengono stuprate 11 donne al giorno e considerando anche le stime inerenti agli abusi che purtroppo non sono denunciati per paura delle conseguenze, i numeri si alzano sensibilmente. 
Dati del genere sembrano quasi fantascienza, se si pensa che viviamo nel XXI secolo. Se da una parte i diritti della donna stanno conquistando sempre più visibilità e interesse, dall’altra però gli stereotipi maschilisti imprigionano la figura femminile, svalutandola e riducendola ad oggetto sessuale. 
“Vestiti adeguatamente”, “Stai attenta in stazione”, “Dove credi di andare conciata così?”, “Quella gonna è troppo corta”: qualunque ragazza, almeno una volta nella vita, si è sentita dire una di queste frasi, come se le venisse imposto di adempiere ad un dovere.
Ormai, quando i mass media diffondono notizie sui casi di stupro, le prime parole che saltano all’occhio riguardano lo stato fisico della vittima, se fosse ubriaca, sotto effetto di stupefacenti o vestita in modo provocante, quasi per sminuire l’accaduto, come è successo in Irlanda.
Ma se si applicasse questo assurdo ragionamento per qualunque crimine sarebbe lecito affermare, per esempio, che una persona che è stata derubata di un orologio «se l’è cercata», avendo ostentato il gioiello al polso e indotto così il ladro a sottrarglielo. 
Nessuno si sognerebbe mai di assolvere un borseggiatore usando questa scusa, eppure quando si tratta di stupro le cose vanno proprio in questo modo.
Si è ben lontani dal modificare questi e tanti altri pregiudizi radicati da tempo immemore nella nostra società, soprattutto dopo l’avvento dell’arma a doppio taglio rappresentata dai social network: da una parte, proprio come dimostra l’ondata di protesta riguardo al caso di Cork, sono un utile strumento per diffondere idee e cambiare in positivo il pensiero comune; dall’altra, però, offrendo la possibilità di visualizzare qualsiasi giudizio con l’estrema semplicità di un click, diventano uno spietato distributore di etichette, sminuendo il reale valore delle persone. 
Una donna, così come un uomo, non è un “like” su Instagram, un commento volgare o solo un bel corpo. Sicuramente i complimenti fanno piacere, ma, se essi devono necessariamente essere a sfondo sessuale, forse è meglio tacere.
Nel 1969 abbiamo mandato il primo uomo sulla Luna, ma nel 2018 si fa ancora fatica a vedere lo stupro per ciò che realmente è: un crimine, a prescindere dalle condizioni in cui si trova la vittima.  
Sveglia, mondo, che il Medioevo è finito da un pezzo!

Silvia Cassani 5A

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