Test di Medicina e consumismo dell’istruzione.

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Fine settembre: interviene la Ministra della Salute, Giulia Grillo, vaneggiando la possibilità di un superamento dell’attuale test d’ammissione a Medicina. Analizzando i numeri, 67.005 candidati per 9.779 posti disponibili, sembra impensabile poter abolire un’iniziale scrematura degli aspiranti chirurghi ma, secondo i Grillini, promotori della proposta di riforma, il sistema utilizzato oggi non sarebbe meritocratico ed equo per gli studenti. Un’idea iniziale sarebbe improntarsi sul sistema francese, con il primo anno senza restrizioni, ma con selezioni molto severe a partire dal secondo. Forse, però, sarebbe più giusto per gli studenti sentirsi subito dire di no, come nel sistema attuale, con l’opportunità di riprovarci l’anno successivo, piuttosto che alimentare le loro speranze per un anno e poi escluderli, senza possibilità di proseguire il percorso intrapreso. Questo fronte compatto contro il numero chiuso della facoltà di Medicina, tuttavia, sembra cozzare con il malcelato menefreghismo del Governo nei confronti dell’istruzione e della ricerca in generale. Emblematica la risposta del Ministro dell’Istruzione Bussetti riguardo ai crolli e alle infiltrazioni d’acqua in diverse università italiane: “Bisogna scaldarsi con la legna che si ha”. Con queste premesse “ottocentesche” e la probabile prospettiva di un sotto-finanziamento alle strutture scolastiche di ogni ordine e grado (tranne quando si tratta di installare telecamere), come possono pensare di poter contenere quasi 7 volte il numero attuale di studenti, fosse anche solo per il primo anno? È inopinabile il fatto che in Italia ci siano meno medici di quelli necessari, ma di sicuro il problema non si risolve aprendo la Facoltà a tutti senza alcun criterio di valutazione dei percorsi pregressi: perché un conto è avere alle spalle anni di studio e di formazione di tipo liceale, ed un altro è aver frequentato delle Scuole Superiori che, per vocazione, non preparano al rigore mentale indispensabile a chi avrà poi tra le mani la vita, la salute e la morte dei pazienti.

La maggior parte di coloro che avrebbe fallito la prova di ammissione non riuscirebbe comunque a laurearsi poiché, secondo i dati Anvur del 2013, in media solo il 45,3% lo fa e, qualora dovesse aumentare il numero di conseguimenti della laurea, potrebbero insorgere problemi. Una percentuale di neo-laureati non avrebbe accesso alle Scuole di Specializzazione per mancanza di posti e, se anche venissero creati, causerebbero disagi ai pazienti, che si vedrebbero arrivare il medico con un nutrito seguito di allievi che assisterebbe alla visita. Per aumentare il numero di studenti, e conseguentemente superare progressivamente il tanto discusso test, servirebbero in primis un ammodernamento ed un ampliamento degli Atenei, con nuove assunzioni di professori e acquisto di nuovo materiale didattico. Ma, davanti alla reticenza dimostrata dal Governo circa i fondi per iniziative non contenute nel loro noto Contratto od utili al Paese, sembra che preferiscano di gran lunga far implodere il sistema universitario nazionale, senza cercare un modo per migliorarlo.

Più recentemente, è giunta un’altra proposta di riforma circa l’istruzione universitaria, vale a dire l’abolizione del valore legale della laurea. Significherebbe che si depotenzierà il valore del voto al termine del percorso universitario, puntando invece più sul prestigio dell’ateneo in cui lo si avrà conseguito. Ovvero, laureati eccellenti ma che, economicamente svantaggiati, avranno ottenuto la laurea in un ateneo “di serie b”, avranno meno sbocchi di un laureato mediocre, ma che avrà frequentato un’università privata o ritenuta di alto livello. Pare, anzi, è chiaro, che queste proposte incentivino piuttosto un’istruzione consumistica e pressapochista, in cui non conta quanto un individuo sia davvero bravo, limitandosi a valorizzare le referenze, le fantomatiche competenze, o gli appoggi di ciascuno, come sfortunatamente accade già in molti ambiti pubblici e privati. Se il sistema odierno premia poco la bravura e l’impegno serio degli studenti, probabilmente quello nuovo costituirà la morte della meritocrazia, trasformando la cultura e l’istruzione in un mero bene di consumo. Chissà che non riescano anche a inscatolarlo nelle famose lattine rosse di Andy Warhol?

Alessandro Longato 2C

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