TOSI TALES 2 (ep. 2): Quelli che copiavano

Al tempo delle insurrezioni per la carta igienica e delle faide in nome dei cancellini,

in una scuola oppressa dalla minaccia costante del teorema di Ruffini…

Ma di lì a poco scoprii che la mia persona era già stata “prenotata” da guai ben peggiori: il mio orecchio destro veniva tirato da una forza tale che temetti quasi che finisse tranciato! Due mani possenti stavano trascinando me (che a mia volta mi tiravo dietro la mia bicicletta) e la ladra lontano dall’attenzione della folla, ormai galvanizzata da noi invece che dall’esito della corsa. Il signor Ernesto, il problem solver dell’Ufficio Tecnico, ci intimò di seguirlo fino al Laboratorio di Fisica, dove aprì la porta di vetro del terrazzo e ci chiuse lì fuori: il mio look in maniche corte fu subito individuato e designato come “preda poco impegnativa” dalle spire del freddo, che, penetrando svergognate pure il cotone della maglietta, risultarono in un’agopuntura invisibile ma onnipresente; gli schizzi di pioggia che esplodevano lungo il davanzale del balcone presero poi a beffarmi ulteriormente. Mentre Ernesto usciva dal laboratorio, intuivo che, nel clima di euforica anarchia per la Campestre, chi veniva sorpreso a trasgredire alle regole veniva punito in un modo altrettanto medioevale, abbandonato a patire le intemperie su quel solitario terrazzo. Tutto ciò, non posso negarlo, mi lasciò alquanto esterrefatto. 

La sconosciuta, invece, non batté ciglio, sollevò il telaio della mia bici con entrambe le mani e, maneggiandola come se fosse un ariete da guerra, la abbatté senza tante storie contro la porta: il vetro sprofondò verso l’interno, lasciandosi sfondare in frantumi taglienti, ed io venni sopraffatto da un ulteriore sconforto. 

«Tu sei pazza!» strillai, mentre varcava la breccia nella più assoluta nonchalance: «Ma chi diavolo ti credi di essere?!»

«Ti basti sapere che sono matura» rispose, chinandosi in prossimità di uno degli scomodissimi sgabelli del laboratorio e iniziando a svitarlo per staccarlo dalla sua struttura metallica. Dopo averlo diviso in due, scagliò il sedile di legno fuori dalla finestra: il disco mi mulinò a un centimetro dalla faccia e volò giù dal balcone.

«È una vita che sogno di distruggere questi diabolici strumenti di tortura» disse, compiaciuta, tra sé e sé: «Mi dispiace per la tua bici, ma rubartela era l’unico… beh, era il modo più divertente per finire in punizione, arrivare qua e attuare il mio piano».

Il mio carissimo bolide era proprio ridotto a un catorcio: individuai almeno un paio di raggi piegati e innumerevoli lame vitree che affondavano nei copertoni. Dovetti rimanere lì a disperarmene per un pezzo, perché nel frattempo la “matura”, con feroce soddisfazione, portò a termine la sua radicale repressione di tutti gli sgabelli spezzaschiena del Laboratorio di Fisica. Quindi mi si avvicinò e, assistendo al mio cordoglio, sospirò: 

«E va bene, pare che ti devo un favore. Hai verifiche, prossimamente?»

Da settimane ormai non avevo in testa che un pensiero fisso: l’interrogazione di Matematica! Così, meccanicamente, gliene parlai con un filo di voce.

«Perfetto: di quanti bigliettini hai bisogno?» mi domandò.

Ci misi qualche secondo a capire. Ma, certo, la Matura era una di loro: quelli che copiavano. C’erano in ogni classe, passavano le ore di spiegazione a ridacchiare del più e del meno come fossero al bar e, tuttavia, riuscivano neanche troppo misteriosamente a prendere voti più alti di chi stava attento.

Quella ragazza, in particolare… evidentemente non solo copiava, ma doveva gestire un traffico illecito di bigliettini!

«Io non copio mai» dichiarai con decisione, solido nei miei principi incrollabili.

La Matura alzò gli occhi al cielo, lasciandosi andare ad una risatina insopportabile: «C’era da aspettarselo.».

«Ehi! Tu non sai niente di me!» scattai. Anche se stavo cercando di restituirmi una parvenza di sicurezza, non riuscii a nascondere un leggero tremolio della voce, sintomo dell’inspiegabile senso di umiliazione ed inferiorità che provavo in quel momento.

«Ti sbagli» ribatté lei: «Io so tutto di quelli come te: ami pensare a te stesso come ad un ragazzo colto e raffinato, che trae soddisfazione dall’impegno costante con cui si guadagna voti alti. Ti ripeti che preferiresti prendere mille volte un’insufficienza piuttosto che ottenere con l’imbroglio un singolo buon risultato. Ammirevole».

Quindi mi artigliò il colletto della t-shirt strattonandomi verso di lei, tanto che le punte dei nostri nasi si toccarono. I suoi occhi si inchiodarono in uno dei miei, poi nell’altro. Continuò:

«Ma la verità è che sei rimasto un bambino sottomesso e spaventato, lo stesso bambino che nel test di Religione in Terza Elementare è stato beccato a sbirciare i nomi degli apostoli dal foglio del compagno seduto lì accanto. Da quel momento non hai più osato copiare, auto-convincendoti che infrangere le regole comporterebbe qualcosa di tremendo, come essere consumato dai sensi di colpa. Ma, sotto sotto, sai meglio di me che, semplicemente, non hai il fegato necessario a prenderti le tue responsabilità di correre il rischio. Io ti conosco… perché ero come te».

La manciata di affermazioni stereotipate che avevo serbato per contrattaccare mi scivolò giù per la gola, spinte dalle ultime gocce di saliva: per un momento paradossale, nonostante tutti gli anni che avevo passato a sgobbare sui libri, mi parve di essere davvero niente più di un bambino, mentre la ragazza che avevo di fronte, buona solo a trascrivere definizioni da un foglio a un altro, divenne ai miei occhi il modello di maturità che lei stessa si era proclamata. 

«Se ci ripensi, mi trovi ogni giorno al secondo intervallo seduta sull’ultima panchina del tunnel» aggiunse, mentre scompariva fuori dal laboratorio: «Fa’ un po’ come vuoi, bello». 

[Le “Tosi Tales” continuano sul prossimo numero!]

Enrico Forte 4D

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