Un nuovo attentato ai diritti civili.

Nuova puntata della serie “proposte oscurantiste” del governo della regressione, ovvero: il disegno di legge 735, meglio noto come ddl Pillon, dal nome del suo principale ideatore.

Se il senatore leghista Simone Pillon, il cui partito va a braccetto con l’involuzione in materia di diritti civili e sociali, è il portavoce di idee integraliste cattoliche e promotore del Family Day, il testo da lui ideato, i cui contenuti principali erano già presenti nel mitologico “contratto di governo”, mira a rimettere al centro la famiglia e i genitori tramite un “equili­brio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari, mantenimento in forma di­retta senza automatismi, contrasto della cosiddetta a­lienazione genitoriale.” Già così si palesa una prospettiva, o una vera e propria intenzione di chi l’ha presentato : tornare indietro in materia di diritti della donna a più di quarant’anni fa, a prima del referendum sul divorzio.

Nel testo si può subito notare un elemento interessante: nei primi 4 articoli si delinea la figura del “mediatore familiare”, uno specialista i cui servigi saranno obbligatori in caso di separazione. Ma chi potrebbe mai avere uno studio di mediazione familiare? Forse il nostro caro Pillon? In questo modo si vedrebbe riconosciuta dalla legge la sua professione e sarebbe obbligatoria la sua consultazione. Suonerebbe un po’ come un conflitto di interessi, materia che, però, nel nostro Paese non giunge mai ad una definizione rigorosa.

Tuttavia, tralasciando quella che potrebbe essere una semplice coincidenza, in questi primi articoli si comanda che la spesa per la mediazione sia a carico delle parti, accanendosi in questo modo contro il genitore economicamente più debole, ovvero, nella maggioranza dei casi, la donna. Inoltre, durante le sedute di mediazione, dovrà essere redatto un “piano genitoriale” molto stringente, che comprenda tutti gli aspetti della vita del minore. Ciò comporta un ulteriore costo economico per i genitori e una grande limitazione per lo stesso minore: ogniqualvolta le sue abitudini dovessero cambiare, bisognerebbe redigere un nuovo piano. Fino ad ora le azioni di separazione miravano a tutelare il minore ed il genitore finanziariamente più debole, mentre nel nuovo progetto, col pretesto della bi-genitorialità, il figlio della coppia in separazione dovrà avere il doppio domicilio e dovrà trascorre almeno 12 giorni, pernottamenti inclusi, nella casa di entrambi i genitori, al pari di un bene da dividere in due metà. Questa falsa uguaglianza tra i genitori che si vuole creare non tiene conto della pesante differenza lavorativa e salariale tra i due. Ora che il testo obbliga i genitori ad un mantenimento attivo, cioè ognuno paga per le spese sostenute durante il suo periodo di affido e senza assegno, per le madri sarà molto più difficile far mantenere lo stesso tenore di vita al figlio, come decretato nella bozza. Con queste premesse sembra chiaro l’intento, scritto fra le righe, degli ideatori: ritornare ad un modello fortemente patriarcale, in cui è l’uomo, avvantaggiato dal sistema retributivo, a dettar legge nella coppia, con la donna de facto spogliata di molti diritti. Per non parlare, poi, della violenza domestica istituzionalizzata dall’obbligatorietà del percorso di mediazione, anche in caso di violenza, e la segretezza delle sedute. L’autorità giudiziaria si trova, in questo modo, impotente davanti a casi di violenza. Introducendo una sospensione della potestà genitoriale in caso di calunnia e restringendo il reato di violenza domestica, si disincentiva del tutto la donna a denunciare gli abusi subiti.

Ne traspare la volontà dell’uomo capofamiglia, con la moglie sottomessa ed i figli quasi come proprietà. Si paventa il ritorno ad un’epoca buia, fatta di prevaricazione di genere istituzionalizzata, e si prospetta il predominio dell’individuo di sesso maschile e di pura razza italica (per quest’ultimo punto si vedano le politiche identitarie e razziste del vicepremier leghista).

La rabbia per questo ipotetico futuro non si è certo fatta attendere ed il “no” più forte non è arrivato dagli sciatti banchi dell’opposizione, ma dalle donne. Sono loro, i centri antiviolenza e le associazioni femministe, che hanno alzato la voce per fermare quest’attentato ai diritti civili. Fortunatamente, per ora, il decreto è solo all’inizio del suo iter e si spera che, in caso di effettiva approvazione, venga completamente stravolto.

Alessandro Longato 2C

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