I partigiani nel terzo millennio.

Se il fascismo sta rialzando la testa, dovere di tutti sarà combatterlo.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”, scriveva Gramsci nell’ormai lontano 1917; tuttavia le sue parole risuonano come un monito ancora molto attuale.

Dobbiamo prendere atto che il fascismo in Italia non è mai completamente morto. È un morbo che serpeggia tra i cittadini d’ogni provenienza e d’ogni censo, avvelenandone sottilmente le menti. Agisce sotto lo sguardo indifferente o, alle volte, ammiccante, dello Stato. Già nel 1946 venne comunque fondato il Movimento Sociale Italiano, un’aggregazione di gruppi d’ispirazione neofascista, entrato poi nel panorama politico italiano anche grazie al dialogo con le destre e al sostegno politico portato alla Democrazia Cristiana.

Facendo un balzo in avanti fino a quest’anno, possiamo osservare come il nostro Stato, che si dice “democratico”, non prenda posizioni decise per salvaguardare la tolleranza e l’inclusione, che dovrebbero essere annoverate tra i suoi principi fondamentali, dalle continue offensive di simil-fascistoidi.

A marzo è giunta la notizia che le nove persone a cui era contestato il reato di ricostituzione di partito fascista per aver fondato i “Fasci Italiani del Lavoro” ed essersi presentati alle elezioni comunali del 2017 di Sermide e Felonica, nel mantovano, sono state assolte, poiché il fatto non sussiste. Ciò è avvenuto nonostante la chiara ispirazione della formazione politica, il fascio littorio presentato come simbolo e nonostante la XII disposizione finale della Costituzione e la legge Scelba del 1952 prescrivano il divieto di riorganizzare sotto qualunque forma il partito fascista o di esaltarne l’operato. Sarebbe il caso di chiedersi le motivazioni di questa negazione dei fatti.

Questa non è la sola notizia degli ultimi mesi che dimostra una recrudescenza del fenomeno fascista, sull’onda del risentimento che sta attraversando la penisola. Il 2 aprile, in seguito al trasferimento di 60 persone di etnia Rom in un centro di accoglienza nel quartiere di Torre Maura a Roma, è scoppiata una violenta protesta infarcita di tricolori e saluti romani, fomentata dai movimenti di estrema destra CasaPound e Forza Nuova. Dopo che i manifestanti hanno dato alle fiamme l’auto di un operatore del centro e calpestato il pane destinato al pasto delle persone accolte, il comune di Roma ha deciso di spostarle, dimostrando così che le istituzioni, quando non si schierano dalla stessa parte dei fascisti, non riescono, o non vogliono, imporsi sull’odio che perpetrano.

A distanza di un mese, si è assistito ad un episodio con una dinamica simile: a Casalbruciato, sempre nella periferia romana, CasaPound ha organizzato un presidio sotto la casa popolare assegnata dal Comune a una famiglia Rom. I manifestanti hanno bersagliato gli inquilini con insulti e minacce volgari, come la minaccia di stupro rivolto alla madre, con tale potenza astiosa che dei poliziotti in tenuta antisommossa hanno dovuto scortare dentro e fuori dall’appartamento i membri della famiglia. Anche in questo caso le istituzioni parrebbero piuttosto passive ed incapaci di frenare la deriva che stiamo vivendo.

Con tali premesse, ognuno dovrebbe chiedersi: nella nostra società civile ci può essere posto per questo genere di azioni ed idee? Dovremmo lasciar a chiunque la possibilità di manifestare la propria intolleranza in nome della libertà di parola come avviene negli Stati Uniti? 

La risposta è no. Per comprenderne il perché ci può venire in aiuto il paradosso della tolleranza, enunciato nel 1945 dal filosofo Karl Popper: una società tollerante e aperta deve essere intollerante verso chi è intollerante. Potrebbe sembrare che sia comunque l’intolleranza a vincere, ma sicuramente è una prospettiva migliore dell’alternativa. In caso contrario, infatti, idee violente e immotivate, che quasi sempre vorrebbero colpire le minoranze, lasciate libere di propagarsi porteranno necessariamente una violenza materiale e, successivamente, questa tendenza si imporrà sull’intera collettività, soffocando di fatto la tolleranza. Si potrebbe obiettare che l’intolleranza non sia necessaria, che bastino delle argomentazioni contrarie a tenere a freno la loro violenza, ma non è mai stato così. Il neofascismo non si basa su idee razionali o teoria: è solo un insieme di pregiudizi istintivi, odio, paure e nostalgia di un tempo che non hanno mai vissuto. Le menti che abita sono arroccate su falsi ideali e modelli che non hanno (e non avrebbero mai dovuto avere) un posto nel mondo.

Può sembrare ironico come i fascisti invochino la libertà di espressione solo quando fa loro comodo. Ne è un esempio l’esclusione, più che corretta,  della Casa Editrice Altaforte, il cui proprietario è legato a CasaPound e più di una volta ha tessuto le lodi di Mussolini e del Ventennio, dal Salone del libro di Torino. Alcuni hanno gridato alla censura, ma è stato un atto di preservazione di un luogo di cultura da chi la disprezza, poiché svela la follia delle idee che sostiene.

La verità è che lo Stato, nonostante si guardi bene dall’ammetterlo, trae vantaggi dalle lotte tra poveri e dall’odio che l’ideologia fascista propaga. Questa situazione è strumentale al mantenimento di un ordine costituito che tutela ed avvantaggia solamente chi possiede la ricchezza, mentre i cittadini sono lasciati in balia i un mercato che non li tratta come persone, ma solo come mezzi di produzione.

Bisogna schierarsi contro il fascismo: non possiamo essere indifferenti, derogando la lotta per la libertà a qualcun altro. Riprendendo Gramsci, è necessario ed è un dovere verso la vita stessa essere partigiani in questa società d’odio: i partigiani del terzo millennio.

Alessandro Longato 3C

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