Ambientalismo e privilegio.

In questi ultimi mesi il discorso attorno alla crisi climatica sembra  dominante e, come sistematicamente accade ad ogni tema che raggiunge i media e la “cultura” mainstream, ha perso ogni spessore argomentativo, per ridursi a vuoti slogan e rivendicazioni vaghe. Non solo: questa superficialità è stata plasmata in funzione del pubblico che avrebbe dovuto consumare il prodotto (perché tale è stata fatta diventare), ovvero la popolazione bianca e privilegiata di Europa e Nord America. Due gli scopi principali: ingannare chiunque ne usufruisca, facendo credere di star agendo effettivamente in opposizione alla catastrofe imminente e disincentivando, quindi, un ulteriore approfondimento della questione, ed aprire a un nuovo mercato di articoli eco-friendly, “necessari” all’operare privilegiato a cui si sentono chiamati.

L’attivismo liberale ignora sostanzialmente le vere cause della crisi climatica, rivolgendo l’attenzione solo a situazioni che hanno un impatto misero, se non completamente nullo, sull’ecosistema terrestre. Il più nocivo di questi aspetti è la criminalizzazione dell’individuo in relazione al suo modo di consumare. Questa mentalità è la sintesi di ciò che vuol dire distogliere l’attenzione dalla radice del problema e capitalizzare su una calamità globale. Perché non sono il mangiar carne o l’andare al lavoro in macchina del singolo a causare un danno tangibile, quanto le modalità di produzione su cui si basa l’intera economia. Da sole, le 100 più grandi corporazioni producono complessivamente il 71% delle emissioni di gas-serra totali. Il che, unito alla loro insaziabile sete di risorse e allo sfruttamento forsennato di lavoratori e ambiente, le configura come i peggiori nemici della permanenza dell’umanità sulla Terra. Questi attivisti moderati si limitano a chiedere azioni da parte dei governi, traducendo così la loro ristrettezza di vedute, nonostante la storia recente dimostri come gli Stati siano restii a mettersi contro la forza del capitale.

Un esempio di questo atteggiamento è il gruppo ambientalista Extinction Rebellion che, dal 7 al 13 ottobre di quest’anno, ha organizzato una “settimana di ribellione globale”. Si tratta di un movimento realizzato da persone privilegiate per persone privilegiate: i metodi dell’organizzazione sono quelli dell’azione non-violenta, quali flashmob, sit-in e dimostrazioni pubbliche, e ciò spesso implica il contatto con le forze dell’ordine o, addirittura, l’arresto. Conseguentemente, le minoranze già vittime di un’oppressione sistematica da parte della polizia sono completamente escluse dal movimento, che tiene in considerazione solo le persone privilegiate. Perciò viene meno il concetto di intersezionalità: il monopolio mediatico di movimenti liberali bianchi delegittima la lotta, molto più radicale e duratura nel tempo, di tutte quelle popolazioni del Sud del mondo, ovvero le persone maggiormente colpite dal cambiamento climatico e dall’estrattivismo capitalista, spesso intimamente legato alla distruzione ambientale. Inoltre, nei paesi sviluppati sono spesso le minoranze più povere a pagare il prezzo più alto, a causa dell’inquinamento di aria e acque, e a cedere al ricatto ambientale di posti di lavoro in cambio di malattie dovute alle attività produttive contaminanti.

Le voci di quanti stanno più soffrendo sono sommerse dal clamore inconsistente di queste organizzazioni; tuttavia mostrano come ci sia effettivamente un senso di timore verso le conseguenze della nostra ingordigia. È essenziale che questi movimenti facciano un passo indietro, lasciando la parola a chi ne ha diritto e impellente necessità, e che comprendano che, col loro operato, stanno solo servendo gli interessi della stessa oligarchia che sta facendo del pianeta terra bruciata, che ci vuole disattenti alla distruzione e alla sofferenza che perpetra. Dopo essersi resi conto della propria ingombrante presenza, diventa di vitale importanza analizzare molto più in profondità la catena di cause ed effetti che ci hanno portato dove siamo, dallo spoglio di risorse in Africa ed America Latina, fino alla continua espansione economica che si prefigge il capitalismo. E non limitarsi ad abbuffarsi di slogan scevri di un vero contenuto, come va sempre più di moda.

Alessandro Longato 3C

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