Bolivia: attacco ai diritti umani e alla democrazia.

È successo ancora: il Sudamerica di nuovo macchiato dal sangue. Stavolta in Bolivia, che cola a picco in un clima quasi da guerra civile, che potrebbe anche essere alle porte. E ulteriori irregolarità nelle elezioni, violazioni dei diritti umani e morti tra i civili. Ma non ne hanno mai abbastanza?

Tutto è iniziato con le elezioni del 20 ottobre 2019, quando Morales correva per essere presidente per la quarta volta. Vi erano già state polemiche perché la Costituzione vietava di rivestire quella carica più di 2 volte (essendo stata realizzata durante il primo mandato una riforma costituzionale, però, questo non conta) e nel 2016 il popolo aveva bocciato con un referendum la possibilità di modificare la Costituzione per venire incontro al presidente, ma la Tribunale Costituzionale Plurinazionale aveva poi deliberato nel 2018, dando ad Evo Morales la possibilità di partecipar “bel bello” alle elezioni del 2019. Ovviamente gli avversari hanno criticato la decisione, perché creava un precedente che avrebbe permesso a tutti di fare altrettanto, andando contro il volere del popolo, che ritenne che il governo avesse influenza sulle scelte del tribunale, e portando il concorrente del presidente in carica, Carlos Mesa, a richiedere l’elezione di un Tribunale Elettorale (la principale organizzazione che si occupa delle elezioni) più credibile. Arrivato il fatidico giorno del voto, schiacciante vittoria senza ricorrere al ballottaggio, perché il partito di Morales, Movimiento al Socialismo, ottiene il 47.08%, contro il 36.51% di Frente Revolucionario de Izquierda.
Tuttavia, emergono subito delle critiche alla modalità di svolgimento delle elezioni. L’opposizione, infatti, accusa il presidente di frode elettorale, portando a sostegno della propria tesi il fatto che la compagnia in carico di dare risultati in diretta si sia fermata con Morales che non aveva il margine per evitare il secondo turno, per poi riaprire un’ora dopo con lui “vincitore” con i punti di scarto necessari, contro ogni previsione statistica. Le spiegazioni contrastanti da parte dei rappresentanti dell’organizzazione non hanno aiutato ed hanno spinto gli avversari a scendere in piazza. Visti i sospetti, l’Organizzazione degli Stati Americani è subito intervenuta chiedendo di passare al ballottaggio in ogni caso, per poi indagare sulla regolarità delle elezioni, che risultarono effettivamente irregolari, poiché il software che si era occupato della conta dei voti non rispettava gli standard di sicurezza necessari. Morales, quindi, accetta di andare al secondo turno, ma l’esercito prima gli consiglia di, poi lo obbliga a rinunciare alla presidenza a pochi mesi dalla fine del suo terzo mandato.

Ancora una volta, nella politica sudamericana le forze militari giocano un ruolo fin troppo grande e sembra che, nonostante spesso tutto suggerisca che non interferiscano più con questioni politiche, riescano sempre ad emergere quando vi è un periodo di scompiglio e contrasti. È veramente giunta l’ora che i militari rinuncino definitivamente a favorire l’ascesa al potere di qualche caudillo e la caduta di qualcun altro. Dopo decenni di terribili dittature militari finanziate dagli USA in America, deve finire il ruolo politicizzato dell’Esercito, perché finalmente ci sia democrazia.

Evo Morales non esita a parlare di Colpo di Stato e, uno ad uno, tutti i membri del Governo rinunciano al loro ruolo. Col caos che imperversa per le strade, Jeanine Añez si dichiara presidente ad interim, poiché prima in linea di successione alla presidenza in seguito alle defezioni ai vertici. Tuttavia, vi sono diversi errori nelle modalità: innanzitutto non era presente in Parlamento il quorum necessario per ratificare le dimissioni dei vari officiali e, inoltre, non viene nemmeno presa in considerazione la richiesta di rinuncia della presidente del Senato, che rimane così ufficialmente in carica e viene usurpata dalla parlamentare di Uniòn Cristiana Democratica. Su ambedue i lati vi sono quindi diversi difetti di forma, che prestano il fianco alle accuse avversarie di prevaricazione del processo democratico e che rendono complicata la posizione di chi vorrebbe cercare la ragione guardando alla situazione senza pregiudizi. Ma gli scandali di questa presa di potere non finiscono qui. Infatti, per la prima volta dopo 10 anni, la presidente giura sulla Bibbia alla presenza di ceri liturgici, accompagnati dall’affermazione “La Bibbia è tornata a palazzo”. Oltre ad essere una chiara violazione del principio di laicità dello Stato, riporta così ai tempi in cui la macchina statale sosteneva la Chiesa Cattolica e, secondo Morales, cerca di giustificare le violenze verso gli indigeni.

In mezzo a un dibattito politico infuocato, in cui l’ex presidente dichiara di voler aiutare il processo democratico senza candidarsi e gli avversari politici lo tacciano di terrorismo, Añez approva il provvedimento che forse avrà più ripercussioni sul giudizio dello spettatore futuro. Grazie a questa legge la presidente ad interim concede immunità legale ai poliziotti che avrebbero commesso crimini come omicidio e aggressione durante i tentativi di reprimere le manifestazioni violente. Questo sconfina chiaramente nel campo della violazione dei diritti umani e provoca un aumento significativo delle morti durante le proteste, come prevedibile. Non è una legge che possa anche solo leggermente sollevare la colpa di quelle morti dalla leader ultraconservatrice e le modalità dittatoriali che il Governo Ad Interim ha assunto da allora non possono che spaventare chi spera in un ritorno alla democrazia in Bolivia.
Dopo aver sparato sui sostenitori di Morales, la polizia trovava il sostegno del nuovo Ministro dell’Interno, che non faceva altro che negare avvenimenti accertati da diversi testimoni locali. Nei giorni precedenti, infine, la polizia aveva già disperso coi gas lacrimogeni dei protestanti pacifici, danneggiando, de facto, il processo democratico nel paese. Sembra urgente il bisogno di riflettere su quale sia il limite per mantenere l’ordine nella società, dove si evitano danni e dove si reprime dittatorialmente l’opinione dell’opposizione, perché il Governo Ad Interim in Bolivia sta giocando troppo con quella sottile linea di demarcazione e ne dovrà rispondere al Tribunale dell’Aja.

Le ultime settimane hanno visto protagonista l’accordo tra MAS e l’opposizione per tornare alle elezioni senza Evo Morales e il suo trasferimento dal Messico all’Argentina, che potrebbe cambiare il suo ruolo da presidente a modello di riferimento per il Movimiento al Socialismo, in attesa di rientrare a casa con la sua famiglia.

Ora che negli ultimi giorni sembra passata la parte più violenta delle proteste, ci si augura che la democrazia venga restaurata al più presto e, solo dopo elezioni a norma, si potrà chiudere (senza dimenticare) questo ennesimo triste capitolo della storia boliviana.

                                                                                                                                                                                           Mathias Caccia 3C

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