L’ultimo giorno

L’Alba quel giorno sembrava non sorgesse più.

Fuori dalla finestra della cella la luna vigeva ancora alta, tonda, ma non più splendente. La notte non era stata tormentata dai sogni di ogni tipo; sembrava che il mondo avesse smesso di pensare, immaginare, vivere.

A fatica mi alzai, indossai il saio e decisi, almeno per quella volta, di non partecipare alla Prima.

Uscii, quindi, dalla cella e verificai che quello fosse veramente il giorno prima dell’anno mille. Le credenze annunciavano che presto ci sarebbe stato il Giorno del Giudizio, che i diavoli avrebbero invaso le città e Dio avrebbe salvato solo i giusti e i poveri.

Nella mente mi balenavano le terribili raffigurazioni che erano dipinte all’ingresso dell’abazia: mostri infernali con occhi crudeli, corpi demoniaci, bocche e lingue bestemmiatrici che si contorcevano intorno ai corpi umani.

Solo la sera prima l’abate, durante i vespri, aveva ammonito i sospiri di troppo, le preoccupazioni e qualche singhiozzo, spronandoci ad avere Fede in Dio e nelle nostre buone azioni, che al prossimo tramonto avrebbero trovato compimento.

Mentre questi pensieri mi turbavano quando ero ancora nel chiostro, percorsi l’uscita dell’abazia con le lacrime agli occhi.

La temperatura esterna mi toglieva il respiro e faticavo a camminare nella neve, nonostante non fosse fresca.

Mi diressi verso la città: volevo almeno rivederla per l’ultima volta, dire addio ai miei ricordi d’infanzia e ai miei sogni fanciulleschi, che erano terminati con l’acquisizione del saio. Intravedevo già i contadini mettersi all’opera per la realizzazione di una nuova chiesa. Mi avvicinai.

“Buongiorno Padre!” Esclamò un ragazzetto che non avrebbe dovuto avere più di dodici anni: “Sto aiutando mio papà a trasportare i materiali da lavoro. E’ uno dei fabbri migliori, qui intorno.”

Gli sorrisi, ma senza ricambiare il saluto e passai oltre.

L’entusiasmo di quel ragazzo mi aveva lasciato alquanto perplesso. Perché non si preoccupava di quello che sarebbe successo dopo il tramonto? Perché era così felice?

Proprio davanti a me si radunò un gruppo di persone vestite di stracci, altri portavano una spada, altri tenevano per mano i loro figli, altri ancora avevano una croce dorata legata intorno al collo. Si dirigevano tutti verso il centro della piazza, esclamando ed urlando qualche insulto, o parole rese incomprensibili dal tono rude.

In mezzo a loro, una donna di alta casata mi si avvicinò. Era vestita con un abito vermiglio, i lunghi capelli biondo cenere raccolti dietro la testa e solo qualche ciocca fuori posto sembrava conferirle quell’umanità che le permetteva di parlarmi.

“Mi scusi, sa chi è il condannato quest’oggi?”

“No madonna” risposi con riguardo.

“Mio marito mi ha detto di attendere qui il suo arrivo, intanto che lui s’informa sull’accaduto, ma è ormai parecchio tempo che si è congedato da me.”

Le proposi allora che l’avrei accompagnata a cercare il consorte, dal momento che non avevo voglia di assistere ad un altro rogo nella mia vita. Il primo ed il solo in cui mi ero imbattuto risaliva all’età di quindici anni, quando un sacerdote, amico di famiglia, era stato bruciato su una pira proprio davanti a casa sua, condannato come eretico. Si chiamava padre Celesto. Piansi molto la sua morte all’epoca, ritenendola ingiusta. Aveva solo predicato il bene, la povertà e contrastava ogni cardinale o vescovo che giungesse in visita alla città, ponendosi davanti alla loro figura indossando solamente uno straccio e, forse, dicendo loro qualche rimprovero di troppo. Il giorno prima della sua condanna, aveva accolto nella sua dimora una ragazza del bosco, che aveva perduto casa e famiglia durante una violenta tempesta.

Qualcuno lo denunciò perché dicevano che aveva fatto entrare nel suo letto una strega, qualcuno lo condannò, qualcuno lo uccise, ma nessuno lo rimpianse, tranne un ingenuo bambino di quindici anni.

La nobildonna mi camminava vicino senza aprir bocca, fino a quando mi prese per il braccio, quasi volesse nascondersi: “Padre: quello è mio marito” mi disse timidamente

L’uomo, molto avanti con l’età, si avvicinò, la prese per il gomito e la strattonò, rimproverandola di aver disobbedito agli ordini. Lei si rivolse verso di me un attimo prima di essere trascinata dal marito nella confusione della folla.

Inorridito alla vista di quell’atteggiamento brutale privo di alcuna educazione, considerato però normale dalla maggior parte degli uomini, il mio cuore sperò quasi che fosse giunto il giorno del Giudizio.

Non avevo più paura. Non avevo paura di aiutare il mio Signore a costruire un mondo più giusto anche ad un costo molto alto, come il figlioletto aiutava il fabbro. Non avevo più paura dei diavoli, della morte e delle fiamme, come padre Celestino non ebbe paura del rogo: salì sulla pira sorridendo, sapendo di essere puro e che questa purezza avrebbe trasceso ogni forma di martirio fisico. Non avevo paura di ciò che i demoni avrebbero fatto al mio corpo una volta morto, come la fanciulla conservava sempre la sua figura angelicata, anche dopo gli sfoghi del marito.

Ritornai sui miei passi, anzi percorsi un’altra via che conduceva all’abbazia.

Sentivo i piedi che, al posto della neve, affondavano nell’erba e il gelo passò, sostituito dal caldo tepore primaverile.

Poi il tramonto scese sulla città e fu allora che Dio ci giudicò, non con demoni e mostri infuocati, ma con l’avvento di un nuovo splendido giorno.

Althea Colombo 3B

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