Sir Goffredo Di Chartres

Francia, venerdì 13 ottobre 1308: con l’appoggio del papa da lui appositamente fatto eleggere, Filippo Quarto ha emanato la Bolla d’arresto per tutti i cavalieri dell’Ordine Templare e, con essi, anche per le persone a loro legate.

Sir Goffredo Di Chartres, maestro dell’Ordine, è ancora all’interno del palazzo di Fontainebleau mentre il re sta per tornare dopo aver depredato la torre del tempio.

 

Clap-Clap-Clap: zoccoli che entravano nel cortile. Clap-Clap-Clap: tutti quei soldati con le loro spade molate e languenti, pronti a fare di me un semplice fazzoletto di carne. Ah, se solo mi fossi imposto quando mio padre mi costrinse a diventare Cavaliere Templare perché secondogenito! Ma un figlio cadetto che cosa può fare oltre all’obbedienza?

L’aratro dietro il quale mi stavo nascondendo stava per cadere e le sentinelle, che di lì a poco sarebbero passate, mi avrebbero messo sicuramente nelle Segrete in attesa di qualcosa di peggio della morte. Avevo due soluzioni: la prima sarebbe stata di tornare da mia figlia, nella sua camera che, anche se per poco, sarebbe stata sicura per me, rischiando però di mettere in pericolo il suo matrimonio con il principe di Galles o, ancora peggio, la sua stessa vita. Ah, se il suo finto padre avesse scoperto la verità circa la miracolosa gravidanza della regina!

La seconda opzione, quella che scelsi, era di passare furtivamente nel locale di fronte a me, che mi avrebbe condotto nella sala da ballo e, successivamente, nella sala della guerra, dove avrei potuto usare il passaggio segreto sotto il busto di Carlo Martello. Ecco a cosa servono davvero le statue.

Lo so… vi starete chiedendo come faccia a sapere tutti questi dettagli… perché siete sempre così curiosi… Però è molto semplice: avendo frequentato il palazzo per addestrare il figlio del re all’arte della guerra per ben 12 anni, non esiste stanza, passaggio segreto, anfratto, angolino o cantuccio che io non conosca come le tasche del mio mantello.

Attraversai il corridoio, tetro e pieno di ragnatele, che mi condusse ad uno sdrucciolato scivolo in pietra che, a sua volta, mi rigettò nel melmoso e paludoso fossato intorno alla fortezza. Tornai alla torre, presi le poche monete che avevo nascoste in una falsa Bibbia dorata, regalo di alcuni confratelli italiani, e iniziai a dirigermi verso la desolata, desolatissima Champagne.
Sabato 14 ottobre 1308, stanco della cavalcata, mi fermai nella taverna della moglie di Tom Bombadil, mio anziano amico e bofonchiante di vecchia data, molto famoso per le sue storie di elfi, di nani e di qualcos’altro.
Appena entrai, fui avvicinato dalla matrona che, anziché chiedermi che donna o che ragazza volessi, mi disse che gli uomini del re erano sulle mie tracce. Mi pregò, inoltre, di restare solo una notte.
Martedì 17 ottobre 1308, ero giunto a Montmirail, avevo passato quell’angusta cittadina e mi ero velocemente inoltrato nei boschi, quando improvvisamente fui colpito da una malefica freccia rintoccante, sentii il tempo fuggirmi dalle mani e caddi “come corpo morto cade”.

Mi risvegliai circondato da uomini con lunghe vesti e appuntiti cappucci. Avevano il viso striato di sangue e uno di loro maneggiava un coltellaccio d’osso che stava ricoprendo di fiori, forse per qualche rito di purificazione. Tutti quanti in coro, con un pessimo latino aggiungerei, continuavano a ripetere: “Hic tibi mortis dea nec sacrificabimus, Hic…” e via dicendo.

Urlai e cercai di liberarmi, ma sembrava non avessero orecchie, o che non capissero la mia lingua. Continuai ad urlare ancora e ancora e ancora: non c’era nulla da fare.

Quando persi le speranze e mi acquietai zitto sulla gelida pietra del tavolo, quello che sembrava il capo si avvicinò ed iniziò stranamente a parlarmi dicendo: “Tu sei uno di quelli che ha ucciso la nostra gente. Noi umili lavoratori, noi che abbiamo sempre pagato le tasse, noi che abbiamo sempre servito e riverito la corona anche a costo della vita! Vi siete arricchiti sulle nostre spalle, avete lavorato per questo re maledetto, avete partecipato ad opulenti banchetti e bevuto vino da dorate coppe fino allo svenimento! Pur sapendo che sotto di voi c’erano uomini, donne e bambini che morivano di fame. Voi che avete favorito i ricchi e li avete agevolati nelle loro prepotenze! Per tutti i crimini che avete commesso non pagherete con la vita, ma con il dolore.” E così iniziarono a ripetere le parole di prima con un tono di voce sempre più alto. Le luci sembravano affievolirsi, il coltello farsi sempre più grande, la paura a mettermi a soqquadro l’animo. La vita iniziò a scorrermi nella testa e poi un grido succeduto da una terribile striatura grimante e assordante: era il coltello sulla pietra.

Un incappucciato prese il mio braccio ormai disgiunto dal mio corpo, lo protese verso l’alto, iniziò a mangiarlo, a divorarlo in modo animalesco e, successivamente, anche gli altri incappucciati iniziarono a fare altrettanto con le mie carni. Penso di essere svenuto e poi di essermi risvegliato dolorante in mezzo al bosco per qualche momento, prima di perdere di nuovo conoscenza.

Mi ridestai semi-morente: il braccio ormai infetto cominciava a puzzare quasi più di me. Quando raccolsi le poche forze che mi rimanevano e con gran fatica mi alzai, cominciai a camminare finché il sole era alto nel cielo. La testa mi girava come una giostra di cavalieri erranti e avevo una fitta dolorosa sulla destra, perché ciò che restava della mia spada sembrava pesasse come dieci botti di vino.

In lontananza vidi un sostanzioso gruppo di soldati intento a rifocillarsi a una specie di stagno. Forte della mia convinzione di avere un miraggio, mi avvicinai quanto più possibile, distinsi gli stendardi del re, mi sbracciai, mi riconobbero.

Il blu e i gigli dorati degli stemmi erano l’unica cosa che riuscivo a vedere, mentre un cavallo bianco uscì dalle schiere appena dismesse. Era lui: Filippo il Bello! Mi riconobbe subito e mi corse incontro, anche se per me era ancoro tutto frutto della mia fantasia.

Mi smentii quando con l’elsa fui colpito alla testa e caddi a terra, percosso e attonito.

Mi risvegliai nella sala del trono, legato ad una sedia. Davanti a me vi erano la principessa Isabella e la regina Giovanna, anch’esse altrettanto legate. Filippo entrò tutto ilare ed esordì dicendo: “Ah! Eccoli qui, tutti i frutti dei miei tradimenti! Giovanna, voi non mi avete mai amato, né lo farete mai. Né io amerò mai voi, perché lo sanno tutti che vi ho sposata solo per impadronirmi della Navarra. Ma, arrivati a questo punto, la terra non mi serve più e voi medesima tantomeno!”

Mi guardò e rise sguaiatamente, come di certo non si conveniva al mio monarca. Sguainò la spada e, con un colpo secco, decapitò la consorte. Scena raccapricciante: la testa cadde e la corona dorata, che originariamente le adornava il capo, rotolò a terra sbattendo sul pavimento di pietra come un digrignar di denti. Il mondo mi sembrava crollasse tutt’attorno a me. Iniziarono a balenarmi negli occhi le immagini dei nostri momenti felici, di quando ci baciammo per la prima volta alla festa di primavera e di quando lo facemmo per l’ultima, quel maledetto pomeriggio di caccia ai Templari. Avevo il cuore in frantumi, desideravo solo morire, non vedevo niente oltre il mio dolore. Non vi erano altre ragioni per cui vivere, poiché il perpetuo sentimento di caloroso amor vissuto alla sua vista fu nettamente e compiutamente estinto da questo bagno gelato vissuto alla realizzazione della sua morte.

E poi il colpo di grazia! Lo scellerato uccise anche la sua amata figlia bastarda, tutto ciò che rimaneva di quell’amore: breve, intenso e che fece pagare un prezzo troppo alto a coloro che ne erano stati coinvolti.

Mi guardò con un viso soddisfatto e indemoniato: alzò la spada, la mise all’altezza del braccio, iniziò a ridere e a correre verso di me e mi trafisse dritto al cuore o, per lo meno, a ciò che ne restava. E poi: boom! Un eterno silenzio ed una luce aurea invase la stanza: tutto era finito, tutte le emozioni sembravano svanite, mi sentivo leggero come una piuma. Finché una voce pacata e tranquilla, la riconobbi subito, quella della mia Giovanna, “Torna da noi” mi diceva “Torna al nostro amore, rincontriamoci alla festa di primavera, nostra figlia è proprio lì, lì ad aspettarci, manchi solo tu, noi siamo qui per te”.

E dopo un’altra voce, ben diversa che scuotendomi sbraitava: “Svegliatevi Goffredo” sblash-sblash “Svegliatevi: abbiamo bisogno di voi. L’allenamento per oggi è finito. Mentre voi facevate il vostro sonnellino principesco, Giovanna, è venuta giustappunto a dirci che il Papa sta marciando verso la Francia e noi abbiamo bisogno dei vostri servigi. Ma vi pare il momento di fantasticare?”

Andrea Trocino 3B

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