Lo stallo di Hong Kong: una grande città in bilico.

HONG KONG, HONG KONG - JUNE 12: A protester makes a gesture during a protest on June 12, 2019 in Hong Kong China. Large crowds of protesters gathered in central Hong Kong as the city braced for another mass rally in a show of strength against the government over a divisive plan to allow extraditions to China. (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)

Ormai da sei mesi, le strade di Hong Kong vengono ripetutamente invase da schiere di manifestanti, che pretendono a gran voce più libertà “democratica” e autonomia dal governo centrale di Pechino.

L’intera vicenda prende avvio il 9 giugno 2019, quando viene presentato un emendamento alla legge sulle estradizioni, che permetterebbe, tra le altre cose, di estradare eventuali oppositori politici verso la Repubblica Popolare Cinese o verso un’area sotto il suo controllo, aggirando l’attuale divieto della legge vigente, compreso verso Taiwan, tanto che si è reso impossibile il trasferimento a Taipei di un uomo accusato d’aver assassinato là la fidanzata incinta.

Parrebbe l’ennesimo tentativo cinese di erodere l’autonomia di Hong Kong, come in effetti è stato, sancita fino al 2047 dal trattato che ne ha determinato il passaggio da protettorato britannico a regione amministrativa speciale sotto la nuova Cina. Ecco la goccia che ha fatto traboccare il vaso di Pandora dell’insofferenza degli abitanti molto vicini alla mentalità occidentale della città marittima.

Questa tracimazione si è tradotta in una marea di manifestanti, perlopiù giovani, “pro-democrazia”, che ha più volte inondato le strade e non sembra intenzionata a recedere. Le manifestazioni di dissenso sono culminate con l’occupazione dell’aeroporto internazionale di Hong Kong dal 12 al 14 agosto e con l’assedio da parte della polizia al politecnico PolyU, iniziato il 16 novembre e protrattosi fino al 23 dello stesso mese. La polizia si è dimostrata brutale, seguendo la linea dura dettata da Pechino, con l’impiego di idranti e armi da fuoco sui manifestanti che, invece, rispondevano con archi, frecce, catapulte e molotov.

Il 24 ottobre, il  ritiro dell’emendamento alla legge sulle estradizioni non ha calmato nessuno, poiché la protesta non è mai stata solo contro quell’integrazione alla norma, bensì vorrebbe opporsi all’insieme di atteggiamenti da parte cinese volti a minare l’autonomia della metropoli.

Le elezioni distrettuali del 24 novembre hanno visto la vittoria, con un ampio scarto, dell’ala più democratica della classe politica di Hong Kong, inasprendo le tensioni con Pechino.

Tuttavia, è doveroso sottolineare la diversità delle proteste di Hong Kong rispetto al panorama di sollevazioni che infiammano il resto del mondo, per esempio quelle in Cile ed Ecuador. Sostanziale il differente atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della vicenda. Se nei Paesi citati sostengono l’establishment neoliberista vittima delle proteste, nel caso della città cinese si schierano al fianco degli attivisti. Infatti il 27 novembre Donald Trump ha firmato la “Legge sui diritti umani e la democrazia a Hong Kong”, che prescrive una supervisione annuale da parte del governo statunitense sull’effettiva autonomia della città, nonché l’embargo sulle esportazioni di attrezzature per il controllo dell’ordine pubblico verso Hong Kong.

Perché mai la superpotenza che più di tutte si è adoperata per mantenere inalterato lo status quo dovrebbe prendere posizione a favore di una tale sollevazione? Forse per un ritrovato amore nei confronti di libertà, democrazia e autodeterminazione dei popoli? O non sarà magari di un mero interesse geopolitico ed economico a muoverla? Hong Kong è pur sempre una roccaforte del liberismo occidentale, eredità degli anni passati sotto l’egida del colonialismo britannico, in un territorio interamente controllato dall’autoritarismo cinese. Se gli States riuscissero ad incasellare la città nella propria rete di influenza neoliberista, potrebbero giovarsi di uno snodo commerciale ed economico fondamentale in Asia ed avere un asso nella manica in più da giocare nella guerra dei dazi contro la Cina. Certo il movimento autoctono ha accolto con favore l’intervento statunitense, ignorando forse le implicazioni su scala maggiore, ovvero di lasciarsi “abbracciare” da una diversa prigionia di costrizione capitalista.

Ad Hong Kong si svolge una lotta tra il neoliberismo occidentale ed il capitalismo di stato autoritario cinese, due facce di una medesima moneta ignobilmente oppressiva. Qualunque delle fazioni vinca, i lavoratori non possono che aspettarsi sfruttamento e alienazione. L’unico epilogo che potrebbe apparire positivo sarebbe un inizio di consapevolezza nella popolazione circa i due fuochi tra cui è stretta e la nascita di una nuova opposizione alla morsa dell’uno e dell’altro.

 

Alessandro Longato 3C

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