Oscar: il trionfo di “Parasite” all’ombra del capitalismo.

Il trionfo del film sud-coreano può segnare l’inizio di una nuova era nel cinema, o è semplicemente la reiterazione della stessa oppressione?

“Ho cercato di esprimere un sentimento specifico della cultura coreana, ma tutte le risposte dei diversi spettatori sono state pressappoco le stesse. Essenzialmente noi tutti viviamo sotto una stessa nazione, chiamata Capitalismo.”

Su quest’aspetto si sofferma Bong Joon-ho, il regista della Corea del Sud che, col suo film “Parasite”, è stato il vero trionfatore della premiazione, vincendo ben 4 statuette tra le più prestigiose.

Ciò che è accaduto durante la 92a Notte degli Oscar non può essere definito straordinario né, tantomeno, rivoluzionario. Almeno, non per ora e non senza riserve, anche se per la prima volta dal 1929, anno della prima consegna dei premi, un lavoro non in lingua inglese ha conquistato il riconoscimento di Miglior Film. Prima di urlare al “progresso”, però, è necessario ricordare anche il tema su cui tutto s’impernia, ovvero la coscienza di classe. Senza svelare i dettagli della trama, l’intera vicenda prende avvio quando il figlio maggiore di una famiglia proletaria viene assunto come tutor d’inglese da una famiglia estremamente ricca. Il film in sé non auspica una ventata rivoluzionaria e non mostra in alcun modo la solidarietà di classe o quella interclassista, cioè si limita a tracciare un grande affresco dell’alienazione e della miseria che i lavoratori sono costretti a subire sotto il capitalismo, senza rielaborazione né spiragli per un’alternativa. Senza nulla togliere all’ottimo prodotto cinematografico, sembra quantomeno bizzarro che l’Accademia degli Oscar, espressione dell’élite statunitense, abbia scelto questa pellicola, straniera e per di più dai sottotesti così controversi per i canoni di Hollywood. Soprattutto, dato che alla fine la cerimonia degli Oscar non è che la celebrazione dell’egemonia culturale anglofona di cui sono in larga parte artefici gli Stati Uniti, insospettisce che abbiano posto in una posizione di tal risalto un film che mina questo status quo dell’intrattenimento. In quest’epoca di media di massa, infatti, gran parte dei prodotti d’intrattenimento, che imbandiscono i nostri schermi e i nostri auricolari con immagini cangianti e suoni ipnotici, sono targati made in U.S.A. e forgiano il nostro immaginario inesorabilmente. Una mentalità collettiva americanocentrica si traduce in due grandi vantaggi per il Paese che l’ha così minuziosamente costruita: è un’industria che genera un enorme profitto e rende molto più agevole la giustificazione di ogni mossa geopolitica o aggressione militare da parte degli Stati Uniti, tramite un falso ideale di libertà e giustizia ben impiantato nel pubblico-consumatore di questo tipo di divertimenti.

Ogni evento di grande risonanza mediatica ha anche un valore politico, anche se in apparenza non sembrerebbe. Se, assegnando la vittoria a Parasite, si potrebbe pensare che l’Accademia abbia sabotato ciò che rappresenta, è lecito chiedersi quale sia stato il ruolo politico di questa 92a consegna degli Oscar. Chissà se si assisterà ad un cambio di rotta verso un’assegnazione dei premi più democratica e inclusiva? O se l’anno prossimo si tornerà all’auto-celebrazione della solita America Bianca in salsa sparatutto? Plausibile è che il motivo politico del premio di quest’anno sia in linea con il progressismo e l’inclusione di comodo, imperanti tra chi vuole ammantarsi di un’aria moderata, per godere di un consenso trasversale. Ultimamente è una scelta vincente, piuttosto che rimanere su posizioni spiccatamente bianche, nonostante lo sdegno dei conservatori. Infatti, a seguito dell’assegnazione del riconoscimento, sono spuntati come funghi articoli contro la sottotitolazione dei film e tweet che evidenziano il razzismo, neanche troppo latente, di una cospicua fetta di popolazione americana. Un esempio? Jon Miller, corrispondente alla Casa Bianca per una televisione conservatrice, recita che le persone come Bong Joon-ho (che ha tenuto il discorso di accettazione per il premio in coreano, sua lingua madre) sono “la distruzione dell’America”.

Spesso questa transizione avviene attraverso il tokenism, politica sottilmente razzista già molto diffusa nel mondo dello spettacolo e del business statunitense, che consiste nell’impiegare un irrisorio numero di lavoratori appartenenti a minoranze, al solo scopo di mostrare quanto si sia “progressisti”: in questo caso, nell’assegnare il premio più onorevole ad un film sud-coreano.

La rappresentanza è importante, ma non bisogna aspettare che venga calata dall’alto, poiché celerà sempre e solo nuovi metodi per rafforzare le strutture di potere oppressive già esistenti. È fondamentale diffidare sempre delle pigre concessioni del capitalismo, ricordando il passo di Audre Lorde: “Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa di quest’ultimo”.

Alessandro Longato 3C

VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0 (from 0 votes)

Lascia il tuo commento per primo

Rispondi

L'indirizzo email non sarà pubblicato.