Niente vita senza sostenibilità economica e sociale

Il dottor Zamagni mette in luce l’importanza che l’economia riveste nelle nostre vite, rintracciando in un cambiamento dell’agire economico la chiave per una società migliore.

La mattina di ieri 9 marzo alcune classi quinte (B, C, D, G) hanno avuto la possibilità di fruire dell’incontro in streaming organizzato dal Centro Asteria con l’economista Stefano Zamagni, sul tema del rapporto tra la vita e la sostenibilità economica e sociale.

Il relatore è partito dalla constatazione che la nostra epoca è caratterizzata da un paradosso: si avverte continuamente il bisogno degli altri, eppure si tende a voler fare per conto proprio.

Da un lato la necessità di stabilire legami di tipo comunitario, perché ci si rende conto che non è possibile far fronte da soli ai problemi della contemporaneità; dall’altro una forma mentis profondamente influenzata dall’eredità dell’individualismo libertario.

Per individualismo si intende la corrente filosofica nata nel ‘700 che sostiene che la verità risiede nell’individuo, che è vero ciò che l’individuo ritiene tale. Il libertarismo, invece, nasce dalla locuzione “volo ergo sum”, cioè “voglio dunque sono”: l’essenza di una persona coincide con i suoi desideri. I due sistemi di pensiero si sposano nell’individualismo libertario e ne scaturisce l’idea che “il futuro è nelle tue mani”. A questo punto, pur essendo consapevoli di non essere autosufficienti, ad impedire la creazione di rapporti autentici è la paura che questi legami possano vincolarci, imprigionandoci in una vita insopportabile e ostacolando i nostri sogni.

In realtà, è importante distinguere i legami dai vincoli, le corde dalle catene. È vero che i vincoli riducono gli spazi di libertà personali, ma i legami rafforzano la libertà. Durante un’escursione in montagna, prima di tutto una guida cercherà di legare uno all’altro i membri del gruppo, perché solo così si arriverà in vetta. Nessuno, nemmeno i “grandi”, riesce nell’impresa senza un contributo altrui. L’inarrivabile Albert Einstein, ben prima di divulgare le teorie che gli guadagnarono il Nobel nel 1921, lavorò a lungo presso l’ufficio brevetti di Berna, dove ebbe la possibilità di confrontarsi con le altre menti del suo tempo, a cui era legato dalla stessa passione per il sapere. I vincoli sono da abbattere, forse, ma i legami vanno incoraggiati.

In quest’ottica, l’economia ha un ruolo essenziale, in quanto si tratta di un potente generatore di rapporti. Dove c’è mercato, c’è la divisione del lavoro, cioè ognuno è specializzato in un determinato settore e provvede a parte del sostentamento dell’altro. Si chiama relazione di scambio: solo in virtù di questa reciprocità si riesce ad andare avanti. Senza la divisione del lavoro, ognuno sarebbe un Robinson Crusoe abbandonato a se stesso, che deve provvedere di persona a tutti i propri bisogni eterogenei.

Eppure, oggi l’accezione comunemente assunta dal termine “economia” non è positiva, essendo cambiata nel corso del Novecento. Sono 2 gli slittamenti di paradigma che hanno modificato radicalmente l’agire economico.

Il primo ha a che fare con l’opera del filosofo Thomas Hobbes “Il Leviatano”, pubblicata nel 1651. L’assunto antropologico da cui parte è il celebre “homo homini lupus”, ossia “l’uomo è un lupo nei confronti dell’altro uomo”. La convinzione di essere circondati da bestie fameliche induce spontaneamente a diffidare di chiunque: la fiducia diventa debolezza e ingenuità. Fiducia deriva dal latino “fides”, la cui traduzione letterale è proprio “corda”, in riferimento a quanto osservato sopra. “Il Leviatano” mostra un mondo spietato, in cui è bene tranciare ogni legame, in cui ognuno pensa solo a sé.

L’altro fattore ad aver corrotto l’essenza dell’economia è l’esaltazione dell’avidità. Prima del XVIII secolo questo atteggiamento veniva scoraggiato, in quanto manifestazione del vizio capitale dell’avarizia. Con l’avvento della prima rivoluzione industriale, invece, l’incapacità di accontentarsi divenne un vero e proprio valore, il segno di un avvenire rigoglioso, soprattutto in Paesi molto forti sul piano economico.

Il concetto di “homo oeconomicus” non è che il precipitato di queste due mentalità. Il singolo ha come obiettivo esclusivo il perseguimento dei propri interessi, senza alcun compromesso. Le altre persone sono solo ostacoli; pertanto è lecito scavalcare il loro bene, manipolarli e truffarli per accrescere la propria ricchezza.

È in questo ragionamento che Zamagni rintraccia le radici dei problemi preponderanti della modernità. Si pensi, ad esempio, alla “crisi migratoria europea”: flussi di persone alla ricerca di condizioni di vita migliori si imbattono solo in paura, disprezzo, odio, in quanto si preferisce chiuder loro la porta in faccia, piuttosto che chiedersi cosa li abbia messi in moto. Le migrazioni che caratterizzano la nostra epoca sono indirettamente provocate da quegli stessi paesi sviluppati verso cui sono dirette. Un terzo della totalità delle terre dell’Africa subsahariana non appartiene agli africani, a causa del cosiddetto land grabbing (“accaparramento delle terre”), una malcelata forma di neocolonialismo. Uno dei protagonisti di questo fenomeno è la Cina: con 1.4 miliardi di bocche da sfamare, ha bisogno di più riso di quanto non sia possibile produrne sul proprio territorio, così prende in affitto dai governi africani centinaia di ettari di terreni coltivabili. I cinesi chiaramente li mettono a cultura secondo le loro avanzate modalità di produzione agricola, con la conseguente espulsione degli inesperti contadini locali dagli appezzamenti in cui hanno sempre lavorato. Tutto il raccolto viene imbarcato sui mercantili diretti in Cina, senza che ne venga destinata neanche una parte al consumo della popolazione autoctona. Ovviamente il land grabbing non è una strategia esclusiva della Cina, ma è adottata allo stesso modo da USA e Regno Unito. Espulse dalla propria terra e private del cibo e del lavoro, intere famiglie vanno prima ad alimentare i ghetti delle maggiori città vicine, poi intraprendono l’odissea verso l’Europa. E’ importante sottolineare che le economie occidentali, in realtà, hanno bisogno di una forza lavoro irregolare, per potersi permettere di sottopagarla. La raccolta dei pomodori nel Sud Italia, ad esempio, richiede un intervento che la maggior parte degli italiani non è disposta a compiere: in quei campi, chini sotto il sole per 8 ore al giorno, ci sono infatti degli immigrati. A questa gente non viene lasciata scelta, se non fuggire verso paesi che, da una parte, si rifiutano di integrarli culturalmente, dall’altra li sfruttano in sordina. Tutto per effetto dello stesso, nocivo approccio economico.

Insieme alla questione dei migranti c’è il grande tema dell’ambiente. Donald Trump si è recentemente rifiutato di ratificare l’Accordo di Parigi del 2015, che obbligherebbe gli Stati Uniti a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 30% entro il 2030. I moventi economici del presidente sono evidenti: una larga fetta degli elettori statunitensi è rappresentata dall’industria tradizionale, che risentirebbe pesantemente dell’intesa parigina. Si potrebbe fingere che, pur agendo in vista dei propri interessi, Trump stia tutelando anche quelli di altre centinaia di migliaia di americani, che altrimenti perderebbero il lavoro. Nondimeno, il resto del mondo non può che risentire della sua negligenza.

Il problema è che il clima è un bene comune, un bene globale: anche quando una nazione riesce a ridurre notevolmente il tasso di inquinamento, si tratta di un progresso irrilevante se le nazioni limitrofe non fanno altrettanto. Si torna così a quel bisogno di collaborare che in tanti cercano di ignorare e sopprimere. Non si tratta di un kantiano “non fare agli altri quello che non vorresti venisse fatto a te” che, sebbene sia un ottimo punto di partenza, costituisce solo metà della necessaria presa di coscienza. La parola “responsabilità” è il risultato di due binari etimologici, uno che sgorga da “respondeo” (rispondere) e l’altro da “res pondus” (il peso delle cose). È tipico, ai giorni nostri, sbilanciarsi sulla prima accezione: un individuo che arreca un torto è da ritenersi responsabile, cioè deve rispondere delle sue azioni. Ma il principio di imputabilità non basta. Non si è responsabili solo delle proprie azioni deleterie: lo si è anche quando non si agisce per sventare i danni provocati da altri. La colpa non è solo di chi inquina: sono colpevoli tutti quelli che, potendo fare qualcosa per migliorare la situazione, non hanno agito. Non si può prescindere da una cooperazione che coinvolga tutto il globo, in quanto si tratta di una piaga che affligge tutti senza discriminazioni. Negli ultimi anni sono emerse ovunque insolite forme di leucemia, la cui inquietante novità è che, se una volta colpivano solo persone in età avanzata, oggi insidiano sempre più i giovani.

Si potrebbe obiettare che è naturale fare i propri interessi e, per questo, la mossa di Trump non può essere biasimata. In effetti, come si può non fare qualcosa se la si desidera? La distinzione importante, però, non riguarda se fare o meno quello che si vuole, bensì come farlo: perseguire il proprio bene a svantaggio di quello degli altri, o perseguirlo insieme a quello degli altri.

Zamagni conclude con una citazione dal libro di Thomas Merton Nessun uomo è un’isola: “Il tempo corre, la vita sfugge tra le mani. Ma può sfuggire come sabbia o come seme”. Non si ha alcun potere sulla propria breve vita, che presto o tardi finisce per tutti. L’unica cosa che possiamo scegliere è se, al momento della morte, la nostra esistenza si sarà esaurita in se stessa, oppure avrà prodotto qualcosa.

Enrico Forte 5D

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