FIGHT CLUB e la vendetta della “voluntas”

[SENZA SPOILER]

Illuminante o pericoloso? Forse il cult di David Fincher andrebbe guardato con gli occhi di un certo filosofo tedesco…

A più di vent’anni dalla sua uscita nelle sale, Fight Club non smette di essere oggetto di un autentico culto da parte di tutta un’abbondanza di spettatori. Eppure sono in molti a non cogliervi altro che un osceno contributo alla mitizzazione della violenza, tanto più che ogni brutalità messa in scena parrebbe “giustificata” a partire da considerazioni pseudo-filosofiche. Per farsi un’idea dell’impatto controverso della pellicola basta pensare alle iconiche testimonianze di chi ne ha preso alla lettera il tono drastico, fondando un club di lotta clandestina nella vita reale.

Ma qual è il messaggio che Fight Club intende effettivamente trasmettere? Il pensiero del filosofo Arthur Schopenhauer (1788-1860) potrebbe rivelarsi una chiave interpretativa interessante.

Il film inizia con un impiegato depresso e insonne (Edward Norton) che si dà al consumismo sfrenato, nell’illusione di poter infondere un senso alla propria routine. Di questo individuo non viene mai specificato il nome. Potrei essere io, potresti essere tu: la sua condizione di tedio riflette quella con cui chiunque può trovarsi ad avere a che fare. Fin dai primi minuti della storia risulta quindi immediato il riscontro con l’archetipo schopenhaueriano dell’«annoiato». Ne Il mondo come volontà e rappresentazione, la sua opera più importante, il filosofo di Danzica osserva come ogni aspetto della realtà e dell’esistenza umana sia dominato dalla «voluntas», cioè la volontà, la brama di vivere. A seconda della circostanza, essa si declina sotto forma di istinto sessuale, ambizione, rabbia, paura: tutta la vasta gamma di passioni da cui una persona è mossa ogni giorno. La vita si configura pertanto come uno stato di tensione continua, l’essere umano è costantemente alla ricerca di qualcosa che non ha. Tuttavia, una volta che il desiderio è stato assecondato, il piacere che ne deriva non può che essere effimero e dimenticabile, proprio perché, annullandosi il bisogno, la conquista perde presto di significato. È allora che subentra la «noia», situazione esasperante identificabile con quella che oggi chiamiamo depressione: «col possesso, svanisce ogni attrattiva».

Un membro della classe media di un paese sviluppato, come il protagonista/narratore di Fight Club, viene cresciuto nella soddisfazione completa dei propri bisogni primari: non soffre la fame, non deve sopportare il freddo, le malattie sono tutt’al più brevi fastidi. Un benessere del genere era inconcepibile fino a meno di un secolo fa, e per intere popolazioni rimane un’utopia anche al giorno d’oggi. Ma l’individuo in questione non ha mai vissuto la Crisi del ’29, né deve fare quotidianamente i conti con i bombardamenti di Assad. Le condizioni favorevoli che a priori gli sono sempre state garantite, per quel che gli riguarda, sono scontate, spontanee come il frutto che cade dall’albero. Il protagonista non ha mai sperimentato la mancanza di tutti quei vantaggi, non ha mai dovuto lottare per essi, non li ha mai dovuti desiderareE se i desideri fondamentali sono azzerati, la pubblicità può rimpiazzarli senza difficoltà. Il narratore non si rende conto della propria fortuna, non “vede” quello che ha, pertanto si lascia continuamente sedurre da beni che non possiede. È in tal senso che si coglie pienamente il significato della «noia» di cui parla Schopenhauer: non tanto assenza di desideri, quanto piuttosto desiderio di desiderare. «Si ama più la caccia che la preda», osservava in modo analogo l’esistenzialista Blaise Pascal. Qualsiasi suggerimento degli annunci si qualifica come un possibile stimolo, e così il protagonista si circonda di esuberanti pezzi di mobilio, stoviglie raffinate e condimenti senza cibo da condire. «Avevo tutto» spiega a un certo punto del film: «Avevo uno stereo piuttosto decente, un guardaroba che stava cominciando a diventare rispettabilissimo… Mi mancava poco per essere completo». Ad ogni acquisto, egli si sente sempre più vicino alla soddisfazione definitiva; ma, come Achille rispetto alla tartaruga, è solo asintotico rispetto alla felicità e non la toccherà mai.

Poi, di punto in bianco, in questa routine irrompe Tyler Durden (Brad Pitt). Difficile non lasciarsi stregare dalla sua schietta visione delle cose: «La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono». L’ambiguo personaggio si propone come il vaccino a questo sistema tossico. Ogni aspetto del mondo di Tyler sembra contraddire il tepore protettivo in cui ha finora vissuto il narratore: dalle scale di legno marcio all’acqua che assedia il contatore elettrico, tutto della stamberga in cui viene accolto il protagonista è funzionale a risvegliarne bruscamente i sensi.

Il culmine di questa “terapia”, ovviamente, è il Fight Club. L’idea di fondo è di una semplicità agghiacciante: è solo dopo aver temuto per la propria vita che si può realmente apprezzare la vita stessa. Se la “maledizione del privilegiato” è sintomo dell’annientamento di quei desideri insiti nella natura umana, allora c’è un solo modo per spezzarla: occorre riappropriarsi di quegli stessi desideri. Istinto di sopravvivenza, paura della morte, amore per la vita; pulsioni ormai atrofizzate nei consumatori, quando invece dovrebbero definire l’essere umano in quanto tale. Il combattimento corpo a corpo diventa momento necessario per riscoprire le proprie priorità congenite e uscirne purificati: «Dopo la lotta, ogni altra cosa nella tua vita si abbassava di volume. Potevi affrontare tutto».

Lo scontro fisico, in effetti, costituisce una metafora appropriata della «voluntas»: per Schopenhauer ogni desiderio si identifica proprio con il dolore, poiché desiderare presuppone che ci si senta privi di qualcosa e si soffra a causa di ciò. Per cogliere l’essenza del club può essere utile citare un’immagine formulata da Giacomo Leopardi, da molti ritenuto alter ego di Schopenhauer in ambito poetico. Nel canto La quiete dopo la tempesta, Leopardi definisce il piacere «figlio d’affanno», spiegando efficacemente come le emozioni positive possano esistere solo in funzione di un dolore antecedente. È solo dopo che la tempesta ha stravolto il villaggio e interrotto le attività abituali che quello stesso villaggio e quelle solite attività si colorano di una nuova attrattiva. È solo dopo essersi battuti a mani nude per la propria vita che ci si riesce ad accontentare del proprio appartamento e a sopportare il proprio lavoro. Ecco perché sempre più dipendenti anonimi e frustrati si raccolgono intorno a Tyler Durden, assaporando lo schiocco dei nasi che scoppiano e il brivido degli zigomi frantumati.

È più o meno a questo punto che gli spettatori si dividono. C’è chi, folgorato dalle parole di Tyler, considera Fight Club un manuale da prendere alla lettera per sovvertire la società; altri, invece, biasimano il film constatando quanto siano perversi i modi adottati da Tyler. Nondimeno, entrambi gli atteggiamenti affondano le radici in uno stesso presupposto infondato: la convinzione che il messaggio complessivo della pellicola sia solidale al punto di vista del personaggio di Tyler Durden. Questa possibilità verrà completamente smentita dalla piega che la sceneggiatura prenderà nel terzo atto, ma si può fare già qualche osservazione a riguardo, senza ricorrere a spoiler. Solo nella prima metà del film, infatti, sono seminate con cura diverse contraddizioni, che delegittimano il club a livello sostanziale.

Prima di tutto, nonostante l’estrema brutalità dei combattimenti venga immortalata senza filtri, di fatto gli occhi tumefatti e le lesioni sui volti dei personaggi durano pochi fotogrammi, per poi sparire senza lasciare nemmeno una cicatrice. “Dopotutto è solo un film” sospiriamo di solito, quando in un film d’azione il setto nasale del protagonista si mantiene perfetto. Nel caso di Fight Club, però, questa incongruenza risponde ad uno scopo ben preciso: lo spettatore deve rendersi conto che “è solo un film”, affinché la violenza messa in scena non risulti sufficientemente catartica e a lui rimanga il buon senso di capire che, nella vita reale, i danni sarebbero permanenti. Una delle poche conseguenze concretamente messe in scena è l’incisivo spezzato di Tyler: la leggenda vuole che Brad Pitt se lo sia fatto scheggiare appositamente per le riprese. A proposito, è alquanto ironico che Tyler critichi chi va in palestra per prendersi cura del proprio aspetto fisico, quando lui stesso parla attraverso le sembianze dell’attore decretato “sexiest man alive” per due volte. Ulteriore esempio dell’ipocrisia del personaggio è il suo invito ricorrente a lasciare che «le cose vadano come devono andare», per poi essere il primo a volersi lanciare in una rivoluzione a mano armata. Questi e numerosi altri dettagli suggeriscono che la carismatica filosofia di Tyler Durden non sia da prendere sul serio, ma rappresenti piuttosto una provocazione nei confronti dello spettatore, alla stregua del personaggio di Leonardo Di Caprio in The Wolf of Wall Street e di quello di Ewan McGregor in Trainspotting.

Anche Schopenhauer, dopotutto, avrebbe da ridire sul Fight Club: accettare di soffrire pur di provare piacere significa rassegnarsi passivamente alle vili condizioni imposte dalla «voluntas». Al contrario, il filosofo di Danzica si dedicò a delineare un percorso volto all’annichilimento della «voluntas» stessa e alla liberazione dell’uomo dal bisogno. La tappa più interessante di tale iter, soprattutto nell’ambito del film in questione, è rappresentata dalla morale. Questa esperienza ha origine da un sentimento di «com-passione», attraverso il quale si avvertono i dolori di un altro soggetto e ci si identifica con essi: «il bene e il male degli altri mi stanno immediatamente a cuore». Il protagonista di Fight Club sperimenta nei confronti della disgraziata Marla Singer (Helena Bonham Carter) un analogo rapporto di empatia, e il film lascia proprio intuire che è impossibile rivendicare lo scopo della propria esistenza se si esclude la dimensione sociale della vita.

La partecipazione ai desideri di un’altra persona implica l’annullamento dei propri: i bisogni superflui da cui era afflitto il consumatore svaniscono, lasciando spazio a pretese semplici e primarie. La società capitalistica cessa di essere vista come una prigione, perché il lavoro non è più un ostacolo, bensì il mezzo grazie a cui rendere felice chi si ama.

Diceva lo scrittore russo Lev Tolstoj:

«Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?»

Enrico Forte 5D

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