U.S.A. Today: Evoluzione o Rivoluzione?

Tra Biden e Sanders chi passerà? I Democratici americani a un bivio che potrebbe definire la politica statunitense per quasi un decennio.

Martin Luther King diceva: “Non è il tempo di dedicarsi al lusso di rilassarsi o di prendere la tranquillizzante droga del gradualismo.” È questo forse quel tempo? O meglio affidarsi al vecchio detto “Chi va piano, va sano e va lontano”?

Le Primarie Democratiche negli USA, in dirittura d’arrivo, si sono ridotte allo scontro tra Joe Biden, ex vicepresidente sotto Obama, e Bernie Sanders, senatore del Vermont e indipendente di lunga data. In palio l’occasione di sfidare Trump per la Casa Bianca e cercare una fondamentale vittoria nelle elezioni di novembre. La maggior parte del partito si è ormai concentrata su quest’ultima sfida, cercando di scegliere il candidato più adatto a battere il tycoon repubblicano, una figura certo senza precedenti nella politica statunitense. Per ottenere efficaci risultati una volta insediatisi nello Studio Ovale, si sono affermate due principali filosofie: una che vorrebbe un cambiamento radicale ed una che ne preferirebbe uno graduale.

Lo scontro ideologico si preannuncia epocale, visto che la vittoria di una o dell’altra parte determinerebbe la linea del partito e, forse, della nazione per i prossimi 4 anni come minimo. Conoscendo il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, si potrebbe anche affermare, o affondare, un modello a cui molti Paesi potrebbero rivolgersi. Il cambiamento radicale è quello più intuitivo: se hai un sistema che non funziona, imponi immediatamente la soluzione e portala avanti con convinzione fin dal principio. Tuttavia, è innegabile che comporti un alto rischio: non solo si potrebbero perdere molti punti percentuali nei sondaggi, ma si potrebbe anche arrivare a screditare un sistema che, se ben bilanciato, si sarebbe potuto affermare. Il successo, d’altra parte, sarebbe trionfale e permetterebbe probabilmente di godere di un buon consenso per qualche anno.

Invece i cambiamenti graduali non avrebbero questo effetto nell’immaginario comune, visto che puntano a non stravolgere la vita dei cittadini, ma  a migliorarla un passo alla volta. In genere, però, questi piani hanno più probabilità di successo, visto che il governo deve solo spingere la nazione in una direzione, per poi accompagnarla fino al raggiungimento dell’obiettivo. Inoltre sono molto più economici, più realistici ed in grado di attrarre quegli elettori che vogliono realtà concrete e non promesse roboanti.

Prendiamo ad esempio il problema del sistema sanitario in America. Le due soluzioni proposte hanno lo stesso obiettivo: garantire a tutti il diritto alla salute e combattere l’alto costo dei farmaci. L’idea di Joe Biden consiste in un’alternativa pubblica all’assicurazione privata, in grado di garantire a ogni cittadino le cure necessarie, senza distruggere il sistema precedente. Bernie Sanders, invece, crede che il problema sia il vecchio sistema e, quindi, vuole sostituirlo con uno giusto ed efficiente, “Medicare For All”. Questa misura sostituirebbe le agenzie assicurative con un unico servizio offerto dallo Stato, in grado di erogare a chiunque i trattamenti e la protezione necessari, senza per questo doversi indebitare a seguito di un’operazione imprevista. Rispetto al progetto dell’ex vicepresidente, avrebbe il pregio di dare più potere contrattuale al Governo nel tentativo di abbassare i prezzi dei farmaci. Tuttavia, comporta anche un costoso piano per reinserire nel nuovo sistema le persone che perderanno il proprio lavoro per via della chiusura delle altre agenzie. Quindi abbiamo, da una parte, una visione molto ambiziosa e molto costosa, che punta a risolvere una volta per tutte i problemi degli statunitensi con la mancanza di copertura, dall’altra una manovra sicura e a basso costo, che vuole fare un passo avanti verso la soluzione del problema.

La domanda che tutti i Democratici si stanno ponendo è chi possa effettivamente battere Trump. Infatti, tramite i sondaggi, si è notato che molti tendevano a votare non il candidato più vicino a loro ideologicamente, quanto piuttosto quello che credevano più preparato per sconfiggere l’attuale presidente. Per capire dove si potrebbero assestare i colpi decisivi per non rimanere a bocca asciutta all’Electoral College, bisogna guardare alla vittoria di The Donald nel 2016: nonostante il voto popolare fosse favorevole a Hillary Clinton, lui vinse con un netto margine la fase finale dell’elezione, perché in America il voto di un cittadino in uno Stato può valere meno di quello di un abitante di altro Stato. Senza contare il fatto che in molti Stati basta avere anche solo il 51% per ottenere la totalità dei cosiddetti Grandi Elettori, aumentando il divario tra voto popolare e risultato all’Electoral College. Se la popolazione totale di uno Stato come la California è di 39,56 milioni e la si divide per il numero di delegati, 55, si evince che lì, per ottenere un Grande Elettore, servono all’incirca 720 mila voti. In Wisconsin, invece, avendo 5,814 milioni di abitanti e 10 delegati, per un voto nell’Electoral College ne bastano poco più di 580 mila. Si capisce perché negli Stati Uniti importa di più vincere in certi Stati chiave, rispetto ad avere un maggior consenso generale.

Trump ha costruito la vittoria sull’appoggio dei “working-class whites”, che gli hanno permesso di ribaltare il risultato della scorsa elezione in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, guadagnando i 46 Elettori che hanno deciso il match. Basterebbe vedere i sondaggi per scegliere Sanders: ha un miglior appeal con la classe operaia del Midwest e sembra un miglior candidato per vincere in quegli Stati. L’analisi dello stile comunicativo di Trump e del senatore del Vermont mostra alcune somiglianze importanti, che ruotano attorno ad una retorica populista, che invita a cambiare la struttura di potere a Washington e che individua un nemico comune per tutte le classi che si sentono lasciate indietro. Le differenze più ovvie sono l’uso fluente dell’inglese di Bernie e l’assenza di racial profiling nei suoi discorsi, oltre a una sostanziale differenza nei contenuti.

Un altro modo per cercare di ottenere la presidenza sarebbe quello di ricreare la coalizione di Obama che, radunando molte persone diverse sotto un’unica bandiera, riuscì a riportare i Democratici nella Casa Bianca dopo 8 anni di Bush. Parte fondamentale di quel gruppo furono gli afroamericani e i “non-college educated whites”, tra i quali Biden gode di un miglior consenso rispetto a Sanders. Tuttavia, appaiono preoccupanti i suoi dati con gli altri gruppi e con i giovani, che spesso si rivelano fondamentali per la vittoria negli Stati più popolosi.

Il dibattito ideologico tra cambiamento graduale e radicale si sta sviluppando come mai prima. Per ora, pare che la strategia di Biden convinca di più il partito e i suoi elettori, anche grazie all’eco di una figura carismatica come Obama nel suo messaggio. La campagna di Sanders sembra invece rallentare ed il distacco diventare irrecuperabile. Avrebbe bisogno di un endorsement di primo piano, per smuovere le masse e cercare la rimonta: probabilmente la sua ultima chance di far rivivere la “rivoluzione” sta in un tentativo di accordo con Warren, la figura più importante del partito (escludendo i due concorrenti) e quella più vicina ideologicamente a lui. Infine, dovrebbe guadagnarsi il consenso degli afroamericani, ma potrebbe ottenerlo solo con un alquanto improbabile intervento di Obama, l’unico più popolare di Biden in questo gruppo.

La rivoluzione si sta arenando e serve un miracolo per rivitalizzarla. È ancora tutto possibile, ma forse non è ancora il tempo di cui parlava MLK. Spetterà agli statunitensi deciderlo.

                                                                                                                                                         Mathias Caccia 3C

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