Romantica e il linguaggio agricolo.

Nell’Urbe l’agricoltura manteneva un ruolo importante.

Da quando il popolo romano, ormai stazionario e non più nomade come le civiltà precedenti, aveva iniziato a praticare l’agricoltura, essa divenne un pilastro culturale per imprescindibile.

Nel corso delle conquiste i romani avevano conosciuto diversi tipi di prodotti; infatti erano presenti differenti tipologie di piantagioni e nel corso del tempo furono utilizzate tecniche sempre più complesse e avanzate, in modo da poter ottenere una produzione migliore, dato che la loro dieta prevedeva l’assunzione di grandi quantità di cereali.

 

Il linguaggio agricolo era, di conseguenza, molto ricco e prevedeva sfaccettature che indicavano le diverse tipologie di raccolti e di strumenti utilizzati.

Consideriamo per esempio la parola “campo”.

I Latini avevano molti modi per indicare questo concetto.

Ager come “terreno” o “podere”; campus come ‘terreno pianeggiante e delimitato’ in genere, poi con l’aggettivo frùmentarius ‘coltivato a grano’ e a seconda dell’utilizzazione veniva denominato diversamente. Così si avevano l’arvum cioè l’arativo; il pratum cioè il terreno lasciato a erba per il foraggio; l’hortus come terreno più delimitato e ristretto, per la coltivazione più minuta di ortaggi (orto) e fiori (giardino); il pascuum, sostantivato dall’aggettivo, come terreno lasciato a erba per il pascolo libero (pascolo sarebbe il diminutivo), e la vinea, legato alla sola coltivazione della vite.

Molte di queste parole assomigliano a quelle che usiamo noi oggi per indicare alcuni di questi concetti, come per esempio hortus e pratum, altre invece, come ager, non sono direttamente collegabili.

 

Anche per quanto riguarda i verbi, i Latini avevano molte e diverse modalità per intendere una specifica azione.

Per le semine e le piantagioni, cioè lo ‘spargere i semi’ (cereali, ad esempio) e il ‘depositare i semi’ (legumi) e il ‘piantare barbatelle e piantine già cresciute’ abbiamo: serere (al perfetto sevi) ‘seminare’ e ‘piantare’, ìnserere (al perfetto insevi) e pangere; ‘piantare, mettere in terra’, propagare ‘propagginare (con la propaggine e la margotta)’ e ‘trapiantare’, transferre, ‘trapiantare’.

Le annaffiature e le irrigazioni venivano indicate con i verbi adaquare, rigare e irrigare, rurare e le concimazioni con laetare o stercorare mediante stercus o fimus o laetagmen.

I verbi, a differenza dei sostantivi, hanno desinenze e radici diverse da quelli che usiamo oggi nel linguaggio quotidiano, anche se alcuni, come inserere, sono facilmente associabili.

Per la zappatura si hanno spesso formazioni verbali derivate dalla denominazione dello strumento impiegato per effettuare la lavorazione: così cratire ‘zappare sminuzzando le zolle con le crates (erpice)‘ a cui si affianca il rustico occare ‘zappare con una ‘occa‘ o un hirpex‘, pastinare e repastinare ‘zappare col pastinum‘, sarculare ‘zappare col sarculum‘, mentre azioni verbali non legate sono: sa(r)rire ‘sarchiare’, runcare ‘zappare riducendo le zolle in polvere’. Quindi per ‘rastrellare’ si ha pectere, cioè ‘pettinare’ il prato e il terreno in genere, poi tardi pectinare, cioè ‘rastrellare col pecten/raster‘.

 

Molti verbi contengono nella radice l’oggetto utilizzato per praticare quella determinata azione. Prendiamo le operazioni legate alle piante già formate. Sono presenti vari tipi di potatura: patere, castrare, stringere e perstringere ‘potare’, pampinare, ‘sfrondare la vite’, nudare e ignudare, abnoxdare e adnodare ‘potare in vario modo’, decacuminare ‘cimare, specialmente la vite’, surculare ‘togliere i surculi/polloni‘; quindi submittere che nella potatura equivale a ‘lasciare solo il tralcio più robusto’.

Altrettanto importante, soprattutto per la vite, risulta il tipo di appoggio e quindi di sistemazione data alla piantagione: aliigare ‘legare a un sostegno’, maritare ‘ appoggiare la vite all’albero’, iugare, palirre, pedare, statuminare, adminicularì‘sistemare la vite legandola a sostegni (di un certo tipo o disposti in modo specifico). Così palmare è ‘legare i tralci’, mentre praecipitrare con valore attivo è ‘lasciar pendere i tralci senza legarli’.

Un’azione essenziale nella coltivazione della vite è ablaqueare ‘fare lo scasso intorno alla vite’, il cui sinonimo rustico è excodicare, quasi ‘scortecciare’. L’innesto si diffonde specialmente tardi, ma si conosce già sia l’innesto a spacco, inserere (al perfetto inserui) come ‘inserire’, sia quello a gemma, emplastrare o inoculare ‘mettere l’oculus (la gemma)‘, mentre generico è inserere, come ‘seminare dentro’; particolare è caprificare ‘mettere frutti del fico selvatico sul coltivato (per la fecondazione).

 

Il linguaggio agricolo, come abbiamo potuto vedere, era molto ampio e ricco di termini, ognuno associato ad una diversa azione.

È possibile ritrovare questa caratteristica anche nel nostro corrente italiano.

Si immagini, ad esempio, un contadino dei giorni nostri, entrare in contatto con un suo antenato romano e seguirne tutti quei particolari gesti che ha imparato ad eseguire quasi ad occhi chiusi, con la cura e l’attenzione per le sue colture che ha chi semina e aspetta di cogliere i frutti del duro lavoro. Si riconoscerebbero come fossero dei vicini di podere, poiché anche l’antico romano compirebbe gli stessi gesti con la medesima maestria. Di certo non immaginerebbe come la sua attività, così ricca e articolata, discenda tanto direttamente dai nostri antenati latini, che hanno saputo trovare per ogni azione un termine differente ma adeguato.

 

Asia Corbella 3B

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