Chi Siamo Realmente?

Non tutto ciò che è stato sviluppato in tempi recenti è un’innovazione completamente nuova, nata senza basi preesistenti. Per esempio, riguardo al tema dell’identità…

Nel corso delle sue commedie, Plauto era solito creare degli “scambi di persona”, per poi riportare tutto alla normalità iniziale, facendo riconoscere al pubblico i vari personaggi tramite il processo di agnizione. I mezzi a sua disposizione, essendo ancora nel II sec a.C., non erano molti; infatti l’uso delle maschere era importante per fornire informazioni al pubblico riguardo al carattere del personaggio. In realtà lo scopo dell’autore non era quello di far riflettere sull’identità delle varie comparse, ma di divertire. Nonostante ciò, inconsciamente, Plauto aveva avviato un percorso sull’introspezione psicologica dell’uomo che ancora oggi viene affrontato da molti studiosi ma che, nel Novecento, grazie anche a Pirandello, subì un notevole sviluppo.

Le crisi di identità in Pirandello, invece, hanno valore drammatico, poiché il personaggio molto spesso non si riconosce in se stesso e s’interroga sull’essenza di ognuno di noi: è il caso del romanzo “Uno, nessuno e centomila”, nel quale il protagonista, scoperto un “difetto” del suo aspetto fisico, inizia a vedersi con occhi “diversi”, da vari punti di vista. Gli strumenti per comunicare il messaggio dell’autore erano certamente cambiati: a Pirandello non serviva nessun attrezzo fisico, se non un semplice libro su cui utilizzare le parole, così da costruire pensieri e riflessioni. Naturalmente, anche Plauto avrebbe potuto fare altrettanto, ma senza ottenere risultati, poiché i bisogni delle persone cambiano nel corso del tempo e anche con l’evoluzione dell’intelligenza umana.

Una notevole differenza tra i due autori sta nella funzione che assume l’identità nelle loro opere. Se in Plauto vi è un utilizzo meccanico e prettamente strutturale, al solo fine di rendere comica e intricata la trama, usato al pari di altre tecniche narrative, in Pirandello “la crisi dell’io” è il fulcro di interi romanzi.

Eppure un punto di convergenza c’è. Se noi dovessimo immaginare e riprodurre mentalmente il personaggio di Pirandello, lo disegneremmo con tante maschere. Anche attualmente, quando si parla di persone che mostrano lati apparentemente non affini a ciò che pensiamo o effettivamente conosciamo di loro, si parla di maschere che “indossano”. Quindi si può dire che Plauto è il braccio, in quanto rappresenta graficamente, e Pirandello è la mente che, a partire dalla rappresentazione visiva, ne introduce il pensiero.

Però, in fondo, nessuno dei due ci ha fornito una risposta oggettiva e razionale su chi siamo realmente, forse perché effettivamente non esiste, o non ne può esistere una sola. Ognuno di noi possiede intimamente un’essenza, la quale può essere esternata attraverso pensieri e azioni, ma viene pur sempre alterata dal cervello, in base a vari impulsi, talvolta incontrollati. Per questo sembriamo diversi agli occhi degli altri rispetto a come ci vediamo, in quanto è tutta questione di apparenze e punti di vista. Infatti, come dice Pirandello “Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso”.

Alessandro Pastorella 3B

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