Il Mimo: un Genere Antico, ma Sempre Attuale.

Le origini e l’evoluzione dell’arte dell’imitazione.

Anche oggi capita spesso di vedere, che sia in uno spettacolo comico o semplicemente camminando per strada, alcune esibizioni di mimi. Nonostante possa sembrare un’arte banale, alla portata di tutti, si tratta di una realtà complicata, che necessita di una grande capacità interpretativa, raggiungibile solo dopo anni di studio, di pratica e di pazienza. È quindi una professione piuttosto elitaria, in cui i veri artisti sono molto pochi.

Al contrario, il suo linguaggio è universale, in quanto si serve di un tipo di comunicazione non verbale che utilizza il solo movimento del corpo e, quindi, rende la rappresentazione comprensibile a tutti, molto efficace e non riservata ad un pubblico particolare, ristretto, o legato ad una determinata lingua orale.

Per ritrovare le radici di questa forma teatrale è necessario tornare indietro di diversi secoli; infatti le prime rappresentazioni sono state realizzate già nei teatri greco-latini.

 

Presso i Greci il termine mimo indicava sia l’attore, che produceva l’imitazione, sia un particolare genere teatrale simile alla commedia. Gli antichi lo concepivano semplicemente come una rappresentazione abbastanza realistica della vita con uno “storpiamento” verso il comico.

Gli attori, che indossavano delle maschere, imitavano animali e personaggi tipici attraverso la danza e recitavano alcune scene, spesso di difficile interpretazione ma con spiccata intonazione comica, i cui argomenti erano molto vari, passando dal mitologico alla vita comune.

Il mimo si affermò, quindi, sia come genere lirico, sia come genere più affine alla commedia: attraverso vari intrecci, sviluppava una storia attorno a un argomento e aveva probabilmente origini religiose, derivando dalle stesse feste dionisiache da cui nacquero commedia e tragedia, ma rivolte ben presto al lato profano.

 

A Roma ci furono, miste ad altre forme comiche, alcune forme mimiche popolaresche, autoctone o importate dai territori stranieri conquistati, di ciarlatani, funamboli, prestigiatori o danzatori. Queste rappresentazioni, che in alcuni casi potevano costituire un intermezzo alle varie parti degli spettacoli (exodium), attirarono un vasto pubblico, sottraendo spettatori anche agli spettacoli più seguiti come le commedie.

Tuttavia, il mimo vero e proprio giunse nell’Urbe poco prima della fine della Seconda Guerra Punica, dall’Oriente, dove veniva utilizzato nelle feste dedicate ad alcune divinità.

Fin dai tempi di Silla vi erano anche degli attori – sia uomini che donne – chiamati planipedes: secondo alcune versioni perché stavano nell’orchestra allo stesso piano delle ultime file di spettatori, secondo altre perché non portavano calzari.

Queste rappresentazioni erano canovacci schematici che narravano piccole scene comiche o fantastiche, talvolta anche per mezzo di parole scurrili che, in alcuni casi, degradavano in spettacoli osceni in cui le attrici donne venivano fatte denudare.

Ma anche il mimo ebbe una sua dignità letteraria: in particolare, ai tempi di Cesare arrivò a trionfare su tutti gli altri generi comico-drammatici, raccogliendo numerosi consensi e attirando agli spettacoli un grande pubblico.

 

Nonostante questo tipo di rappresentazioni abbia origini così antiche, è stato molto utilizzato anche nei secoli successivi, tanto da arrivare fino ai nostri giorni. Infatti lo si può trovare, sebbene in maniera più evoluta, negli spettacoli comici, tra gli artisti di strada, nei film muti, oppure nel teatro giapponese.

Grazie alla varietà degli argomenti e alle diverse modalità di espressione, il mimo è decisamente attuale e può dare ancora una sensazione di freschezza e di novità, riuscendo a trasmettere emozioni attraverso il solo utilizzo delle espressioni facciali e dei movimenti corporei.

Alcuni esempi lampanti del suo uso moderno si possono trovare nel mondo cinematografico: i film muti degli inizi, obbligati dall’arretratezza dei mezzi tecnici, sono poi rimasti nella Storia del Cinema come genere particolare, anche dopo il passaggio ai film dotati di audio. In questa categoria rientrano, ad esempio, le opere di Charlie Chaplin oppure, ancora più attuali, i film e le serie televisive di Rowan Atkinson, con il suo personaggio Mr. Bean: sono capaci di far ridere grazie alle sole espressioni del volto e alle situazioni comiche in cui il protagonista si ritrova. In particolare, grazie anche alla somiglianza dei due generi, entrambi si sono ritrovati a portare sullo schermo pellicole in cui ci sono situazioni simili, con alcune scene tipiche ricorrenti.

Ad esempio, una situazione banale come un attacco di singhiozzo viene esaltata da tutti e due in maniera esagerata e trasportata in un contesto che provoca imbarazzo.

Charlie Chaplin, in “Luci della città”, si trova ad una festa e, dopo aver per sbaglio ingoiato un fischietto, viene colpito da un attacco di singhiozzo, dando inizio ad una serie di fischi che suscita in lui un grande imbarazzo e viene reso in modo comico mediante espressioni del corpo e del viso.

In una situazione simile si ritrova anche Atkinson: in un episodio di “Mr. Bean”, inizia a singhiozzare in una biblioteca, venendo sgridato dal custode dell’edificio che pretende silenzio. Il protagonista, imbarazzato, si sforza di fare il minor rumore possibile, cercando anche di trattenere il fiato per molto tempo, ma tutti i suoi tentativi sono vani e non riesce a fermare questo attacco, dando inizio ad un susseguirsi di smorfie esilaranti.

In entrambi i casi è evidente l’efficacia della mimica, facciale e non, grazie alla quale tutti e due riescono a simulare il singhiozzo in modo naturale e molto divertente.

Nel mondo del teatro vi è, invece, il genere giapponese Kabuki, che riunisce nei suoi spettacoli mimo, canto e danza. Nacque grazie ad una sacerdotessa che sperimentò un nuovo tipo di danza, prima all’aperto per un piccolo pubblico, per poi portarla nelle corti e davanti ad una platea. Nelle prime rappresentazioni vi erano solo interpreti donne che, interpretando personaggi sia femminili sia maschili, trattavano scenette comiche della vita ordinaria. In seguito, vista l’estrema tendenza all’erotismo, furono aggiunti anche attori uomini; tuttavia, questi continui cambiamenti resero la danza un aspetto sempre più marginale, perdendo di vista le caratteristiche che originariamente erano particolari di quel genere. Seguirono poi dei provvedimenti presi per “canonizzare” gli spettacoli, ritornando alla tipologia delle origini: la rappresentazione di scenette comiche, spesso molto lunghe, attraverso la danza ed il mimo, in cui gli attori erano truccati e portavano delle maschere.

Nel teatro kabuki è presente una passerella che va verso il pubblico, mediante la quale avvengono le entrate e le uscite dei vari personaggi. Il palco presentava talvolta anche delle botole, in cui gli attori erano nascosti e avevano, in alcuni casi, piattaforme girevoli: in questo modo era possibile stupire il pubblico con tantissimi colpi di scena, come la sparizione di attori e successive apparizioni. Vi è poi anche la tecnica del volo dell’uomo in cui l’attore, legato tramite dei fili, plana sul palco.

 

Il mimo, dunque, è davvero un genere tanto antico quanto attuale: la povertà dei mezzi e l’immediatezza espressiva riescono nell’intento di coinvolgere totalmente e di attirare l’attenzione delle folle.

Ieri come oggi, la comunicazione è una questione semplice, perché l’importante è avere qualcosa da comunicare: quando si raggiunge la consapevolezza di avere dentro di sè qualche concetto o emozione da esprimere, si possono trovare ottimi modi di farlo, non sempre e non solo mediante l’uso della parola.

Ilaria Furlato 3B

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