Padre e figlio possono realmente volersi bene?

Conflitto tra generazioni ed evoluzione del rapporto nel tempo.

“Ed è così che augurai a mio padre la morte”. Italo Svevo, La Coscienza di Zeno.

Nel corso dei secoli il rapporto padre-figlio è sempre stato un tema molto complesso e altrettanto delicato da trattare. Non solo nell’antichità, ma anche nel mondo contemporaneo sono diversi i punti di contrasto che portano, con il tempo, a un’incompatibilità reciproca.

Nell’antica Roma il pater familias aveva pieni poteri decisionali sulla vita della propria prole; in particolare godeva della possibilità di accettare o meno un figlio al momento della nascita e, inoltre, manteneva continuativamente lo ius vitae et necis, ovvero il diritto di vita o di morte sui figli più grandi. Un particolare esempio in cui venne esercitato questo terribile diritto fu quello riguardante Lucio Bruto, primo console della Repubblica Romana dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, avvenuta nel 509 a.C. Bruto punì pubblicamente i suoi figli, arrivando al punto di ucciderli perché avevano preso parte ad una congiura organizzata precedentemente dall’aristocrazia Romana per reintrodurre a Roma il potere dei Tarquini. Si può dire che il padre fece uccidere la propria prole e preferì intraprendere la  carriera di console piuttosto che quella di padre.

Purtroppo questo non fu un evento isolato. Nel Bellum Catilinae di Sallustio viene citato l’episodio di Aulo Fulvio, membro del senato, che venne ucciso da suo padre Scauro. Il giovane figlio, sebbene dotato di grande ingegno e intelligenza, seguì le ideologie di Catilina. Tutto ciò non venne accettato dal padre, che riuscì a bloccare il figlio mentre stava ritornando al proprio accampamento e successivamente ucciderlo.

“Fuere tamen extra coniurationem complures, qui ad Catilinam initio profecti sunt. In iis erat Fulvius, senatoris filius, quem retractum ex itinere parens necari iussit.”                    

“Vi furono tuttavia parecchi fuori dalla congiura, che partirono per unirsi a Catilina. Tra questi il figlio d’un senatore, Fulvio; che il padre fece raggiungere in viaggio e condannare a morte” (Bellum Catilinae, 39 – 5)

L’intera condizione di subordinazione del figlio rispetto a quella del genitore è testimoniata da diversi autori latini, in particolare Plauto e Terenzio, ampliata successivamente anche grazie ad opere di diversi autori moderni, come Umberto Saba, che con la sua celebre poesia «Mio padre è stato per me l’assassino» sottolinea l’assenza paterna nei primi anni della sua vita, o Pier Paolo Pasolini, talmente tanto distante da quella figura, che decise di allontanarsene definitivamente.

Nelle commedie plautine possiamo notare come il figlio, solitamente un adulescens, sia spesso in rivalità con il padre, oppure debba ricorrere a diversi espedienti, come quelli utilizzati dal servus callidus, per ingannare proprio la figura paterna che, sfortunatamente, non riesce a comprendere i propri desideri. Accade spesso che entrambi siano innamorati di una ragazza e che il padre non riconosca immediatamente il sentimento provato dal proprio figlio, come nel caso dell’opera “Casina” che, essendo una palliata, quindi una commedia, porta a scene divertenti nelle quali il senex viene beffato ed è presente l’immancabile lieto fine, nel quale i due ragazzi riescono finalmente a sposarsi.

Invece, con la figura di Terenzio vi è un netto cambiamento nella rappresentazione dei rapporti umani poiché, attraverso le sue opere, mise in evidenza e diede largo spazio a ogni tipo di sentimento. Negli Adelphoe (rappresentata per la prima volta nel 160 a.C.) è possibile notare il dialogo tra Demea e Micione incentrato sul miglior modo di educazione per i propri figli. Demea, padre molto autoritario ed altrettanto severo, è fermamente convinto che i figli debbano essere educati solo usando le maniere forti. In netta contrapposizione Micione, che si schiera a favore di un rapporto genitore-figlio basato sulla comunicazione e sulla fiducia reciproca. L’autore, anche attraverso delle considerazioni personali, si rispecchia in quest’ultimo personaggio, favorendo, quindi, rapporti generazionali più aperti e un’educazione molto meno rigida e rispettosa delle propensioni dei propri figli.

“Questo è il compito di un padre, abituare suo figlio ad agire onestamente da solo, anziché per paura degli altri: è questa la differenza che c’è tra il padre e il padrone.” (Adelphoe, Atto I, scena I)

In questa frase è ben evidente la critica verso la tradizionale figura del padre antico e il suggerimento dell’autore di concedere maggiore libertà alla propria prole. In particolar modo Terenzio si sofferma sul fatto che ogni padre dovrebbe educare suo figlio a comportarsi secondo coscienza, senza timore di un giudizio altrui.

Malgrado le buone intenzioni di questo autore di modificare la concezione dei rapporti familiari, le relazioni tra genitori e figli si sono sempre più caratterizzate da distanze affettive e reciproche invidie.

Esempi significativi di questa condizione sono i “figli incompresi”, come Giacomo Leopardi, costretto a vivere una vita infelice a causa del comportamento opprimente dei suoi genitori, oppure Frank Kafka, che in Lettera al padre mostra come il timore di una punizione imminente, la sensazione di inferiorità e le mancate dimostrazioni di affetto lo abbiano logorato nel corso della vita, fino ad arrivare a odiare quella figura paterna che un tempo ammirava e stimava.

Questo conflitto viene approfondito anche da Federigo Tozzi nella sua opera “Con gli occhi chiusi”, in cui si nota l’incapacità del padre di essere all’altezza del suo ruolo. Personaggio principale è Pietro, un adolescente debole è notevolmente indifeso, che subisce violenza fisica, ma anche psicologica, che si trasforma con il tempo in una profonda insicurezza.

Una figura che approfondì i rapporti interfamiliari fu quella di Freud, il quale si accorse di come un figlio ami e apprezzi il proprio padre, ma contemporaneamente si metta in competizione con lui. Alla base di questa competizione non vi è l’invidia, ma il “rancore”. Non un’invidia nociva e logorante, bensì una sorta di risentimento che ci spinge giorno dopo giorno a non diventare come nostro padre.

Il conflitto padre-figlio è presente tutt’oggi nella famiglia moderna. Tuttavia, rispetto al passato, quando i rapporti erano sostanzialmente freddi e distaccati, adesso questi legami possono essere fondati sulla confidenza e sull’affetto reciproci. Purtroppo, in alcune situazioni, l’eccessiva libertà concessa ai figli sfocia in una mancanza di autorevolezza da parte dei genitori e in uno svilimento del rispetto verso la figura genitoriale.

E’ logico che ognuno di noi non debba necessariamente amare una persona solo per il legame di sangue che li accomuna. Molto spesso è più facile ammirare un personaggio lontano dalla nostra quotidianità, come un attore o un cantante, proprio per il fatto che non ne vediamo i difetti e ci sembra più simile a noi rispetto a quanto lo sia realmente.

Padre e figlio, infine, possono realmente volersi bene?

Come scrisse Camillo Sbarbaro: “[..] padre, se anche fossi a me un estraneo, per te stesso egualmente t’amerei.” L’affetto provato da un figlio verso il proprio padre dovrebbe prescindere dalla paternità biologica. Questo dovrebbe essere il modo migliore per riuscire realmente a volersi bene: abbandonare le etichette di “genitore” e di “figlio”. Giungere quindi ad un’accettazione reciproca, eliminando le invidie e tentando di apprezzare anche le debolezze dell’altro.

Marta Bienati 3B

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