La maturità è una formula?

Dalle Torri Gemelle, al Coronavirus: può essere cessata almeno questa catastrofe?

Chi appartiene alla classe 2001 aveva pochi mesi nel momento del disastro delle Torri Gemelle e, per analogia, può essere considerato come già resiliente dalla nascita, dopo una delle catastrofi più devastanti dell’Età Contemporanea.

Studiando la struttura dei virus nel Primo Quadrimestre della Quinta, tuttavia, nessuno studente avrebbe mai pensato di doversi poi confrontare davvero con una di tali microscopiche entità. Si dice che sia democratico, perché saremmo tutti sullo stesso livello e stiamo soffrendo tutti parecchio, anche se su piani diversi. L’Anno Scolastico 2019-20 avrebbe dovuto portarci all’agognato diploma: bellissimo momento, per alcuni addirittura al di sopra dell’evento stesso, quasi sublimato. Eppure non vivibile.

In Italia ci sono purtroppo ragazzi che hanno perso i nonni, che hanno i genitori che lavorano in ospedale, che li vedono tornare a casa stremati senza sapere come essere utili, e il loro unico obiettivo dovrebbe essere focalizzarsi “solo” sulle lezioni a distanza? Ma è davvero così possibile?

Chi ha una connessione non perfetta e condivide un computer, comunque, si può ritenere privilegiato, perché molti altri stanno riscontrando difficoltà materiali insormontabili, miste a tristezza e desolazione.

Le “voci degli studenti” si riflettono nel disordine degli altri: disordine, dispersione, squilibrio. Sentirsi spaesati è la cosa peggiore, adesso. Spaesati di fronte ad un esame poco chiaro, di cui ancora si conosce davvero poco.

Alla Maturità 60 punti solo per l’orale? Esattamente perché?

Tante persone non “funzionano bene” durante le interrogazioni, ma a quanto pare queste sono diventate improvvisamente qualcosa di fondamentale per la valutazione di un percorso di cinque anni. Un orale disorganizzato, e profondamente disomogeneo, che non tiene conto delle vere potenzialità di ogni studente.

Inoltre sarà, molto probabilmente, orale in presenza, condizionato dai vari fattori che normalmente sussistono in ogni contesto del genere: normale agitazione (classica e quasi sana di un esame), agitazione suppletiva perché c’è un’unica prova, smarrimento verso un futuro universitario per il quale adesso non siamo guidati nella scelta. Sarà più importante l’esercizio per domani, piuttosto che l’incertezza per IL domani?

Vedere i professori, in un ambiente che dovrebbe essere familiare, magari “imbottigliati” dietro a plexiglass e mascherine, sarà un altro fattore di stress e in ultimo, ma non per importanza, aggiungere tutto l’affetto e la vicinanza che si dovrebbe avere coi compagni, ma che evidentemente non si può avere, in un momento così delicato e importante, in cui viene richiesta concentrazione e quasi freddezza e mancanza di empatia.

Tutto considerato, ne vale davvero la pena? Vale un esame del genere, dal quale non usciremo sicuramente maturi, ma solo a pezzi ricuciti come dopo un trauma? Ogni nostro sfogo speriamo, forse molto ingenuamente, che possa diventare un vero tramite per far riflettere su questo esame che ci angoscia così tanto. Per essere un aiuto a noi e ai nostri professori, come noi smarriti verso un esame che non è pronto. Per far sì che, per una volta, i giovani vengano davvero presi sul serio, come teste pensanti e consce di quello che sta accadendo.

Per fare in modo che non ci si senta più “come d’autunno, sugli alberi, le foglie” come sosteneva Ungaretti.

Una studentessa del 2001

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