I Volatili e la Libertà: una tematica attraverso i tempi.

Da Catullo allo Zecchino d’Oro, in che modo la poesia latina e italiana hanno influenzato la rappresentazione allegorica della libertà.

Tutti noi ricordiamo con affetto le canzoni dello Zecchino d’Oro che ci hanno accompagnato lungo il gioioso e spensierato periodo dell’infanzia: brani come Catalì Cammello, Il caffè della Peppina e 44 gatti ci hanno fatto divertire, ridere e, sotto sotto, anche imparare qualcosa.

Ma proprio ascoltando una canzone risalente alla fine degli anni ’70, dal testo apparentemente frivolo e dalla melodia leggera, ci ritroviamo a ragionare su una tematica e su una simbologia che ricorrono dalla notte dei tempi: la rappresentazione della libertà attraverso il volo degli uccelli.

 

Il brano in questione è Cip Ciu Ci, risalente all’edizione del 1979 dello Zecchino d’Oro e presentata dal “Piccolo Coro dell’Antoniano”.

Le tenere voci di due bambine, accompagnate dal coro, ci raccontano la storia di un canarino giallo rinchiuso in gabbia che, nonostante il buon cibo, le carezze del padroncino e la sicurezza della solida casetta, desidera soltanto volare lontano insieme alle rondini e agli altri uccellini, verso l’ignoto, ma anche verso la libertà.

Tralasciando il ritornello onomatopeico ed ovviamente infantile, la tematica della canzone racchiude il nostalgico desiderio di libertà e la paura del mondo aperto che, fin dall’antichità, viene associata con l’azione del volo.

 

Dopo essere riuscito a dominare la terra e l’acqua, il desiderio dell’uomo è stato quello di raggiungere il cielo, ma fino al secolo scorso, senza aeroplani, deltaplani o paracaduti, risultava impossibile.

Troviamo traccia del desiderio e della magia del volo nelle favole di Hans Christian Andersen e dei fratelli Grimm, nei quadri di Chagall e nei libri di J.K.Rowling.

Ancora prima delle futuristiche macchine volanti di Leonardo da Vinci, del primo aeromobile di Abbas ibn Firnas e della colomba meccanica di Archita, possiamo ricordare il volo di un uomo nel mito greco di Dedalo e Icaro o, più semplicemente, nelle rappresentazioni letterarie, pittoriche e scultoree degli angeli legate alla religione cattolica.

Il volo, inoltre, è sempre stato associato ad un avvicinamento verso Dio, verso il Paradiso e verso il Bene: già Dante cercava di spiegare il volo verso le sfere paradisiache nei primissimi canti del Paradiso.

 

Tornando indietro nei secoli, prima della concezione cristiana del volo, ritroviamo la rappresentazione dell’uomo libero sotto forma di uccellino nei testi latini, in particolare nelle poesie di Catullo, poeta novo del 150 a.C. che utilizza la metafora del passerotto chiuso in gabbia per descrivere il suo amore non ricambiato per Lesbia, la sorella del politico romano Clodio, per cui Catullo soffrirà tutta la vita e a cui dedicherà la maggior parte delle sue poesie.

Due, in particolare, quelle in cui scrive del “passero di Lesbia”, e la più famosa è il Carme 2 laddove sottolinea aspramente come l’uccellino sia sempre disponibile per far divertire e giocare la donna, mentre lei non si occupi né preoccupi di lui.

Il desiderio di essere liberato dalla gabbia in cui Lesbia lo trattiene non è altro che una metafora grazie alla quale Catullo riesce, con stile e musicalità, a maledire la donna e se stesso per esserne innamorato e per non riuscire ad abbandonarla.

L’amore non corrisposto nei confronti della donna lo logorerà per tutta la vita, sentendo sempre più stretta e asfissiante la gabbia in cui è recluso e portandolo ad inasprire sempre più i toni delle sue liriche.

 

Anche Leopardi nel 1835 prenderà spunto dalle poesie di Catullo per la stesura del Passero solitario, in cui, con toni mesti e rassegnati, alquanto diversi da quelli del poeta romano, scriverà della sua sciagurata situazione, che lo costringe a guardare il mondo esterno dalla finestra della sua casa, senza potervi prendere parte attivamente (in una situazione non molto diversa da quella che stiamo vivendo attualmente).

Per l’autore la gabbia è rappresentata dalla solitudine in cui si trova e in cui ha scelto di rimanere, mentre il volo, che nella poesia è descritto ma con versi amari e sconsolati, in questo caso non rappresenta la libertà, bensì la dimostrazione che il viaggio della vita, se compiuto in solitario e senza piena consapevolezza, finirà per logorare l’uomo, fino a fargli odiare quella stessa libertà a cui tanto agognava.

 

In ultimo, l’utilizzo dei volatili nella poesia italiana viene compiuto anche da Pascoli, che sceglie la natura e il mondo animale per presentare dei concetti più o meno complessi con una semplicità disarmante, attraverso onomatopee, figure retoriche di suono e, soprattutto, complesse sinestesie.

Si accosta alla poesia con gli occhi di un bambino, filtrando la realtà e presentandola spoglia e cruda, quasi primordiale, ma come depurata dalle sovrastrutture ingombranti del mondo adulto.

L’aquila, il falco, la gallina, la calandra, il merlo, la rondine e l’allodola sono solo alcuni dei volatili che l’autore cita nelle sue poesie, con vera passione ornitologica.

In particolare ne L’allodola descrive quella libertà donata dal volo che l’uomo tanto desidera, descrivendo con naturalezza l’uccellino di ritorno al nido dopo essere volato alto nel cielo. Il volatile collega il mondo terreno, dove si trova il suo nido, a quello del “ciel sereno” in cui volava fino a poco prima. La breve storia dell’allodola, narrata in soli otto versi, riesce a dimostrare quanto può essere vasta e allo stesso tempo spaventosa la libertà che si può ottenere una volta usciti dalla propria gabbia.

 

Ognuno di noi, soprattutto durante l’adolescenza, possiede una gabbia da cui vuole uscire, ma da cui ha anche paura di allontanarsi: l’indipendenza dai genitori, la Maggior Età e la consapevolezza di chi si è veramente. Riuscire a spogliarsi di quella maschera socialmente imposta è forse uno dei passaggi più duri, che a volte neanche gli adulti riescono veramente a compiere.

Per ora possiamo continuare a vivere godendoci la giovinezza, ma prima o poi riusciremo ad uscire da questa nostra gabbia interiore e volare alti nel cielo, prendendo tra le mani la nostra vita.

Viola Rapetti 4A

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