Lex Militaris: un’evoluzione stabile e caratterizzante dell’opera storica.

Parliamo sempre dell’evoluzione degli “armamenta” militari, ma quasi mai dell’arte della guerra in sé. Questa particolarità è dovuta alla sua stabilità e immobilità.

Dalle clave degli uomini primitivi fino ai fucili automatici del ventunesimo secolo, l’evoluzione delle armi è avvenuta in simbiosi con l’evoluzione umana. D’altronde, si sa che non esiste storia senza guerre, perché gli uomini tendono a prevalere sempre gli uni sopra gli altri. Eppure, nonostante i continui mutamenti, anche la guerra ha i suoi principi morali immutati sin dall’alba dei tempi e anche uno dei popoli che seppe fare le guerre nel migliore dei modi e, soprattutto, vincerle, non si sottrasse mai a questa Lex Divina.

Per la Roma Imperiale del 1º secolo, fino a circa il 4º, fare guerra significava essere in comunione con gli Dèi (ragion per cui vi erano dei sacerdoti addetti all’interpretazione Divina: i Feziali) e liberare un popolo dal proprio oppressore concedendo loro la gloria eterna grazie al grandioso imperium e al suo comandante, l’imperator.

Era come fare un’offerta di ingenti proporzioni agli Dèi, perciò si stabilì una vera e propria Lex Militaris ed il primo a parlarcene fu proprio Marco Terenzio Varrone, che passò in esame sia l’aspetto giuridico, sebbene per un vero e approfondito esame bisogna aspettare gli Antonini e i Severi, sia quello tecnico.

Tutto iniziava ad opera dei Feziali con il lancio del telum in agrume; successivamente la pronuncia della dichiarazione di guerra vera e propria. Allora, come fino a pochi anni fa accadeva nel nostro paese, era presente il Legio, ovvero il comune servizio di leva, che implicava una raccolta e una scelta dei candidati più idonei, solitamente iuniores di circa 17 anni che, al compimento del 46º, diventavano seniores, per poi concludere il servizio al 60º.

Il “sistema esercito” era inoltre organizzato nel seguente modo: centuriae (gruppi di 100 fanti che indossavano il centurio, ovvero il copricapo da cui prendono il nome), decuriae (gruppi di 10 cavalieri guidati dal decurio), i fabri (specie di genieri), i cornicines e tubicines (messaggeri addetti alla trasmissione degli ordini), gli accensi velati (personale ausiliario solitamente di tipo civile), il mamipulus (ovvero la più antica unità tattica in uso già dalle guerre contro Pirro, che seguivano il modello della falange oplitica). Gli hastati, posizionati in prima fila, erano i più giovani: armati con una pesante arma da getto, il pilum, cioè una formidabile lancia tattica ed il gladius ovvero la classica spada da gladiatore arciconosciuta. Quindi venivano i principes (in seconda fila armati come i precedenti) e infine i triarii, la parte dell’esercito più anziana, dotati di hasta, i quali intervenivano solamente quando le cose si mettevano al peggio.

Con il passare degli anni, però, tutti questi pedites furono via via sostituiti da un più rincorpato esercito di cavalleria. Successivamente veniva issata la bandiera rossa sulla tenda del generale per significare che la guerra era ufficialmente iniziata e il tutto era accompagnato da segnali acustici di strumenti a fiato, anch’essi annunciatori di guerra. Poi succedeva l’assedio alle macchine da guerra, seguito dall’assedio alle mura (o, in caso contrario, al riparo all’interno delle stesse) e alla mobilitazione delle turres, ossia impalcature mobili in legno difese da scudi di tipo oplitico, dalle quali gli arcieri scagliavano le frecce contro i nemici lontani.

Una volta giunti al portone, gli assedianti cercavano di sfondarlo con l’aries, mentre gli assediati cercavano di liberarsene con il corvus, una sorta di gigantesco uncino. Le mura venivano abbattute con catapulta, ballista, onager e/o scorpio, tutti strumenti già presenti sin da Plauto.

I Romani erano precisi e ordinati soprattutto in guerra poiché, come tutti sanno, anche gli accampamenti seguivano schemi geometrici ben precisi (simili a quelli che venivano usati nella fondazione di colonie o città), che variavano in base alla durata o alla stagione. Erano principalmente divisi da due segmenti perpendicolarmente incidenti, ovvero da due vie, dette praetoria et decumana, che si concludevano nelle porte omonime. All’incrocio il forum, cioè una specie di spazio/ritrovo per i soldati in allenamento.

Ma è solo grazie al Digesto Giustinianeo che riusciamo a ricostruire quello che fu l’aspetto giuridico nella sua integrità. Ce ne parla molto bene Arrio Menandro (dell’epoca di Caracalla) approfondendo gli aspetti del proprium militare delictum, ovvero dei delitti che un arruolato può compiere: il transfugium (quando si disertava e successivamente si passava al nemico), l’emansio (l’assentarsi dal campo oltre i limiti del congedo) e la desertio (cioè l’abbandono del posto), ai quali seguivano delle vere e proprio sanzioni disciplinari che, nel peggiore dei casi, sfociavano in pena di morte.

Bisogna inoltre puntualizzare che, per la lunga esposizione ad un ambiente chiuso com’era quello dell’esercito, gli uomini, per capirsi più velocemente, idearono un linguaggio proprio e personale, che andava oltre al linguaggio civile o giuridico, il sermo castrensis, ovvero letteralmente il “linguaggio dell’accampamento”.

L’organizzazione militare dei romani era anche un elemento della formula che permetteva all’esercito di vincere quasi ogni battaglia. Altri elementi importanti di questa stessa formula erano quasi certamente la maestria e l’abilità del comandante, che determinavano l’organizzazione e la sistemazione dell’esercito, sia nell’accampamento, sia in battaglia. Ovviamente, questo ultimo elemento era davvero tanto importante che, quando intorno al 300 d.C. questi comandanti ben addestrati e ben riparati alla guerra iniziarono a scarseggiare (proprio come le risorse monetarie e alimentari), determinarono la fine della supremazia dell’esercito romano sopra gli altri eserciti e la caduta dell’Impero d’Occidente nel 476 d.C. ad opera di Odoacre, un barbaro.

Andrea Trocino 3B

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