TOSI TALES 2 (ep. 3): L’infallibile DaD

[SPECIALE QUARANTENA]

“La Didattica a Distanza funziona”… Ma quando non è così, fin dove deve spingersi uno studente pur di stare al passo?

Le dita spossate arrancavano da un tasto all’altro, infuse di tutta la determinazione necessaria a digitare correttamente il mio nome. Mi sembrava quasi impossibile che mi mancasse solo quella firma per completare la ricerca – e con quale anticipo! Erano appena le 23:24, mentre la consegna era prevista per l’indomani, quindi entro mezzanotte.

Mezzanotte, mi ripetei, ma che razza di concetto! È un orario che appartiene all’oggi, oppure fa parte del domani? La notte comincia alla fine di una data e si conclude all’inizio del giorno seguente… Ma allora la mezzanotte non può essere rivendicata da nessuno dei due! Dopotutto è solo un povero spartiacque, accidenti, avrà pure il diritto di essere vissuto come momento a sé stante! Che la mezzanotte stessa sia una giornata? Sì, una giornata microscopica incastonata tra l’oggi e il domani… Bah, forse ha più senso sdoppiarla nelle “dodici” di oggi e le “zero” di domani.

Tirai un sospiro di sollievo al galoppare di questo flusso di coscienza attraverso il mio encefalo. È un piacere indescrivibile, scoprire che i tuoi pensieri sanno ancora lasciarsi andare a briglia sciolta nonostante 7 ore di sottomissione nell’angusto quadrante di un computer. Vuol dire che la tua materia grigia non si è ancora liquefatta del tutto, è un ottimo segno.

Finalmente aprii Internet, cercai il Registro Elettronico e caricai il file nell’aula virtuale. Che liberazione! Mi lasciai collassare contro lo schienale della sedia e gettai la testa all’indietro, sperando con la bocca rivolta verso il soffitto di aspirare un po’ dell’aria che galleggiava lassù: quella rimasta alla mia altezza era tutto il giorno che la stavo riciclando, e ormai non c’era più molto ossigeno da ricavarne.

Quando mi alzai in piedi, la schiena mi restituì una fitta sferzante. Come biasimarla? Aveva semplicemente assunto la conformazione più funzionale per consentirmi di lavorare ricurvo sulla tastiera. Feci per raddrizzarla, ma non ci provai più, dopo aver percepito le vertebre che si sfregavano l’una contro l’altra. Dovevo rassegnarmi ad avere una spina dorsale a forma di parentesi graffa.

Sgattaiolai fuori dalla camera in punta di piedi, per non svegliare i miei. Si erano coricati intorno alle dieci e mezzo: beati loro che ne avevano l’opportunità! Chiusi delicatamente la porta del bagno e accesi la luce sopra allo specchio. Mi sbilanciai sul lavandino premendo il bordo coi palmi, le braccia tese mi reggevano con stanchezza. Alzai lo sguardo verso la mia immagine riflessa: in fondo a due crateri lividi individuai quelli che dovevano essere i miei bulbi oculari. L’esposizione prolungata al monitor aveva fatto saltare diversi capillari, al cui posto si stagliavano ora vaste sezioni di cornea irrorate di porpora.

Ma adesso basta preoccuparsi, mi dissi, quel che conta è che è fatta! Insomma, quel compito di per sé non sarebbe nemmeno dovuto essere così impegnativo. Peccato che l’insegnante lo avesse assegnato tre giorni prima, quando nel frattempo c’era la ricerca di Arte da consegnare per lunedì, l’interrogazione di Filosofia martedì mattina, il lavoro di Italiano con scadenza per il pomeriggio e la verifica di Matematica programmata per mercoledì. Sommando poi tutte le lezioni virtuali, beh… diciamo solo che, se mi fosse stato riconosciuto un credito formativo per ogni ora passata davanti al computer, mi sarebbe bastato ricordare il teorema di Pitagora per superare l’Esame di Maturità.

Dopo essermi lavato i denti rimisi piede in camera. Mi resi conto che non si respirava proprio, lì dentro: ma come avevo fatto a sopravvivere?! Subito mi fiondai alla finestra e la spalancai. Rimasi lì davanti per qualche minuto, ad occhi chiusi, godendomi la stanza che si rifocillava di ossigeno fresco.

Mi ero appena spogliato e stavo infilandomi il pigiama, quando il mio sguardo sciagurato si posò su un dettaglio mortificante. Penso che lo avevo previsto e temuto, qualche ora prima, ma quella paura non la avevo accettata, non mi ero nemmeno permesso di formularla. E invece il dionisiaco della vita mi si manifestava lo stesso, tanto concreto quanto virtuale: “C’è stato un errore col tuo upload” mi riferiva atona la pagina aperta del Registro Elettronico. Ad arricchire l’avviso nefasto, tanto empatici quanto la radice quadrata di 2, erano impressi questi quattro segni (anche se, diciamocelo, all’operatore che li aveva digitati erano bastati tre colpi sui tasti):

: – (

C’è stato un errore col tuo upload. C’è stato un errore. Un errore. Rilessi almeno quattordici volte, anatomizzando e riassemblando le parole nell’aspettativa che il significato della frase ne uscisse trasformato.

Presi quindi ad accanirmi sull’icona del refresh: la schermata si svuotava per un istante, un istante t tendente a 0 in cui mi permettevo il lusso di essere colmo di speranza; ma poi si rigenerava ogni volta sul messaggio iniziale. Lo feci ancora, e ancora, e ancora. E invano.

Stavo solo perdendo tempo. Trassi un respiro profondo, ripetendomi che non c’era nessun motivo di sprofondare nel panico: l’unica cosa da fare era contattare l’insegnante tramite la sezione forum dell’aula virtuale. Buttai giù un messaggio in cui le spiegavo il problema, chiedendole se gentilmente potesse fornirmi un indirizzo mail o un numero di telefono a cui condividere il lavoro.

Non feci nemmeno in tempo a chiedermi se fosse ancora in piedi che la risposta approdò sulla pagina, tanto fulminea quanto categorica:

«Non osare pretendere che io ti mandi i miei contatti personali! La Didattica a Distanza funziona, come appare evidente dal fatto che mi stai scrivendo proprio per mezzo del Registro Elettronico… La prossima volta che arrivi a quest’ora della notte, a ricordarti di non aver fatto i compiti, vedi di non inventare scuse patetiche e affronta il 2 da persona matura!»

I termini “pretendere”, “funziona”, “notte” e “matura” si staccarono dal monitor e presero a ronzarmi prepotentemente intorno alla testa, fino a piantarsi come taglienti fermacarte in un punto indistinto del cranio.

Spensi il monitor con mano tremante, specchiando il mio volto che sbiancava nello schermo nero. Torsi il collo verso l’orologio: proprio in quel momento la lancetta dei minuti spazzò le 23:40.

Capii che c’era una sola soluzione. L’insegnante accettava esclusivamente i canali istituzionali e legalizzati dal Ministero dell’Istruzione, e l’unica alternativa alla didattica online era… beh, la scuola in carne ed ossa. Mi voltai verso la finestra aperta, e in quell’istante, attraverso le fessure delle persiane, mi raggiunse una corrente d’aria più decisa, come se, un chilometro e mezzo al di là di quell’imposta di legno, il Liceo Tosi avesse cominciato a gridare con urgenza per richiamarmi a sé. Qualsiasi fosse la risposta a quell’impiccio, sentivo che si trovava laggiù, al numero 3 di via Tommaso Grossi. Forse, se fossi riuscito ad arrivare in tempo, avrei potuto svegliare Vittorio e disporre in questo modo di un testimone affidabile del tempismo perfetto con cui avevo completato il mio compito.

Stampai le quattro pagine e mezzo della ricerca e le riposi con cura in una bustina di plastica. Ancora in pigiama, mi gettai la felpa sulle spalle e mi infilai la mascherina. Imbottii il letto con il fagotto di vestiti che stavo facendo girare dall’inizio della quarantena, spensi tutte le luci e sgattaiolai fino alla porta, per poi fiondarmi giù in garage. Niente da fare per il mio bolide, che giaceva accartocciato in un angolo fin da quella disavventura della corsa campestre [vedi Anarchia Campestre]. Dovetti così inforcare la bici da città di mia madre: ed eccomi per strada, a mulinare convulsamente i pedali a dispetto della incerta collaborazione delle gomme levigate.

Il quartiere era cristallizzato nell’effusione spettrale dei lampioni, persino le chiome degli alberi parevano insensibili alla brezza che viaggiava lungo le strade. Ma non ero solo, e ben presto ebbi modo di prenderne atto.

Avevo appena svoltato su via Ferrini, quando un bagliore esplose nell’aria e mi investì come una soverchiante secchiata di candeggina.

Tirai i freni sterzando a destra e mi schermai gli occhi con entrambi gli avambracci. Cercai di sbirciare attraverso le dita, ma davanti a me si ergeva una vera e propria parete di luce che minacciava di dare il colpo di grazia alle mie retini, già fin troppo provate dalle insidie della DaD. Intuii che doveva trattarsi di un’auto ferma in mezzo alla strada, coi fanali accesi a tutto spiano. Quale incosciente si permetteva di trasgredire alla quarantena a quell’ora della notte?! Certo, c’ero anche io là fuori, ma ero in missione per conto della Scuola… più o meno.

Raddrizzai il manubrio e presi ad avanzare a capo chino verso l’indefinita sorgente luminosa, ma più mi avvicinavo e più l’aria sembrava prendere fuoco, costringendomi a rallentare sotto il peso del sudore che mi scorreva lungo la schiena. Consultai l’orologio: 23:48, l’ora del giudizio era imminente.

Stavo ormai annaspando, quando decisi che era il caso di rivolgere qualche sana imprecazione contro chiunque fosse dietro a quel tiro sadico. Non volevo svegliare nessuno dei bravi cittadini che abitavano sulla via, così mi limitai ad agitare le braccia in direzione della luce, sperando che qualcuno cogliesse il messaggio e si offendesse almeno un pochino.

Non mi aspettavo sul serio di provocare una reazione, quindi mi sorpresi assai nel percepire attraverso le palpebre serrate che la luce bianca fosse cessata. L’impressione tuttavia durò solo per un secondo, perché dovetti rendermi conto che non era cessata, ma si era solamente trasfigurata: socchiusi gli occhi appena in tempo per vedere quel flusso etereo che si tingeva prima di rosso, poi di blu, poi di nuovo di rosso e poi di nuovo di blu. Mentre cercavo di recuperare il significato di quel semplice segnale in mezzo a tutte le nozioni scientifiche e matematiche che mi invadevano il cranio, sentii due portiere spalancarsi all’unisono. Passi in avvicinamento, con il ritmo soddisfatto di chi si era aspettato di fare una ronda a vuoto e aveva invece trovato pane per i propri denti. Le sagome si fecero strada attraverso i colori che lampeggiavano sopra il tettuccio dell’auto, finché non entrarono nel mio campo visivo e finalmente riuscii a constatare di essere nei guai.

«Abbiamo fatto le ore piccole, eh?» sogghignò l’agente più tarchiato, ma la sua tracotanza si dissolse nel momento in cui posò lo sguardo sulla busta di plastica con dentro il compito. «E va bene» fraintese, strappandomela di mano: «Vediamo questa autocertificazione».

Paralizzato dal terrore, non potei che guardare i suoi occhi stanchi che scorrevano le prime righe e che si facevano sempre più stretti sotto le sopracciglia corrugate. L’uomo interruppe la lettura, lanciando prima a me un’occhiata perplessa e ammiccando poi verso l’altro poliziotto. Potrei giurare di aver visto un angolo della sua bocca flettersi verso l’alto.

«Beh» concluse «Questa non è un’autocertificazione…»

Il collega si diresse alla macchina con una flemma invidiabile e tornò con un blocco di fogli e una penna tra le mani.

«Documenti, prego» ingiunse l’agente tarchiato, imponendomi il palmo spalancato a pochi centimetri dal petto.

Ora, se c’è qualcosa che ho imparato dalle correzioni in classe dei compiti che non segno mai sul diario, quel qualcosa è l’abilità di riflettere con una tempestività fuori dal normale. Immagino che si tratti di un meccanismo di sopravvivenza: se non sono abbastanza svelto da individuare lo schema con cui la prof. designa gli alunni per correggere ad alta voce gli esercizi, dedurre di conseguenza l’esercizio che farà correggere a me e ovviamente risolverlo al volo, beh, allora finisce male.

In quel momento, quindi, i miei occhi corsero prima all’orologio, che segnava le 23:54, poi alla mano tesa del primo agente e al blocco che reggeva l’altro: era evidente che mi avrebbero impartito una sanzione. Fu allora che ebbi un’idea scellerata, forse indotta da un qualche Disturbo da Stress Scolastico Post Traumatico ma che, in quella circostanza, pareva davvero l’unica opzione rimasta…

«Si può sapere a cosa stai pensando da due minuti e mezzo?» mi chiese il poliziotto tarchiato, tamburellandomi lo sterno con le dita ancora protese. Allora gli afferrai l’avambraccio con entrambe le mani, me lo tirai sotto l’ascella e, forte di quello slancio, cominciai a pedalare come un forsennato. Com’era prevedibile, l’altro agente mi fu addosso in men che non si dica, atterrandomi senza il minimo sforzo.

Mi ammanettarono per aggressione a pubblico ufficiale, e la busta contenente il mio compito venne a sua volta imbustata in quanto prova del reato. Ma io non potevo essere più sollevato, perché sull’involucro scrissero a caratteri cubitali data e ora del misfatto: le 23:59 di mercoledì 13 maggio 2020. L’insegnante non avrebbe potuto più dubitare del fatto che avessi svolto il compito in perfetto orario.

Enrico Forte 5D

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5 Commenti

  1. Innanzitutto, a mio parere è scritto in modo ottimo perché riesce a rendere bene la sequenza cronologica degli eventi. Pur essendo molto lungo, ha usato le giuste espressioni per suscitare al lettore le emozioni e la curiosità per invogliarlo ad andare avanti nella lettura. Mi rispecchia molto anche la situazione descritta e lo stress alla quale si è sottoposti in questo periodo di DaD

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  2. Bravissimo! È un articolo veramente scritto bene e credo che tu abbia reso benissimo quello che hai provato in quei momenti e, a mio parere, anche se per me la didattica a distanza non presenta così tante difficoltà, hai reso benissimo l’idea di quali potrebbero essere le problematiche di una situazione del genere
    Ancora grandissimo mi piace un botto il modo in cui scrivi!

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  3. Io sono una studentessa di un liceo classico di Milano e ti devo dire innanzitutto bravo perché comunque è un bel racconto, però, fossi in te, semplificherei alcuni periodi. Proprio perché è una narrazione cronologica di una storiella leggera e simpatica, a mio parere, un’eccessiva elaborazione non assicura un’immedesimazione e un coinvolgimento tanto quanto lo farebbero frasi più corte e d’impatto e un lessico basilare e immediato.
    Detto ciò, questa è un’opinione personale di una sedicenne senza le competenze per esprimere un vero è proprio giustizio critico, comunque molto bravo.

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    • Un vero e proprio giudizio critico*

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  4. L’articolo è pazzesco, secondo me scritto veramente bene, è molto divertente e vivace in una chiave che permette di capire a fondo le emozioni provate. Durante la lettura infatti è stato facile rivedermi seduta come il protagonista davanti a quel computer che mi ha assillata con i suoi quattro numeri che segnano il tempo implacable tante, troppe volte. La didattica a distanza, qua dove sono io, non è neanche così male (fatta eccezione per le consegne entro un orario preciso, credo proprio che con quelle non ce la farò mai), e se devo parlare di come funziona questo metodo nella mia scuola, in realtà non posso proprio lamentarmi. Per fortuna tutti i professori hanno saputo tenere viva la nostra attenzione e sono riusciti a mantenerci legati alla scuola facendosi vedere solo attraverso uno schermo.
    L’unico problema, che credo ogni studente in ogni città italiana ha avvertito, è che per quanto sembri scuola vera, non lo è e non lo sarà mai fino in fondo. Il limite del mondo digitale è che non può esprimere il calore umano che sta alla base di quell’istituzione che facciamo finta di odiare (ma della quale abbiamo tutti un po’ di nostalgia).
    È proprio questa la cosa che mi manca di più, poter toccare i banchi e le sedie scomode, poter sentire le risate all’intervallo e le sfuriate dei professori, poter odorare il profumino delizioso dei panini del bar alle 10.55, poter vedere i sorrisi di tutte quelle persone che rendono la scuola quello che è.
    Mi manca davvero tanto tutto questo, e non vedo l’ora di riaverlo.

    Ps. lo so che mi sono dilungata, però volevo far capire bene cosa sento. Detto ciò, molto bello, complimenti! 🙂

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