L’ascesa degli Shoujo.

Il corrispondente femminile (e anche maschile) degli shonen.

Con il termine shoujo o Shojo (Vergine) si indica una categoria  di manga e anime indirizzati principalmente a un pubblico femminili, ma sono anche molto apprezzati da un pubblico maschile.

In Giappone  sono pubblicati prima su una rivista e poi in un volume monografico, il tankobon (Vassoio singolo). Ogni mese escono più di 100 riviste shoujo, ciascuna con un’enorme quantità di pagine e con all’interno circa 15 manga diversi.

In Italia si sbaglia dicendo che uno shoujo è tale per i suoi contenuti, perché può essere di vari generi, tra cui fantasy, horror, avventura, etc.

Gli shoujo non hanno uno stile universale: alcuni non hanno sfondi, altri possono mettere elementi simbolici (fiori, scintille o altro) per esprimere degli stati d’animo; il tratto può essere sottile o spesso; ci possono essere personaggi dai fisici eterei e dagli occhi enormi.

Fino agli anni ’60, in Italia, gli shoujo manga erano creati per lo più da uomini e solo in seguito cominciarono ad essere scritti più da donne, che ne modificarono le tematiche e la grafica.

La loro affermazione si stava attuando negli anni ’70, grazie ad autrici come: Riyoko Ikeda (fumettista di 72 anni che scrisse manga famosi in Italia come La Rosa di Versailles e Caro Fratello), Moto Hagio (fumettista di 70 anni che scrisse Il Clan Poe, o Il Cuore Di Thomas) e Keiko Takemiya (anche lei fumettista di 70 anni che pubblicò un manga molto famoso: Il poema del vento e degli alberi).

La loro affermazione definita è negli anni ’90 grazie ai titoli Mars, Marmalade Boy (il ragazzo della marmellata) e I cortili del cuore.

Nel 2000 vengono tradotti migliaia di shoujo, tra cui Host Club-Amore in affitto, Bokura ga ita (Noi c’eravamo), Gakuen Alice, La clessidra-Ricordi d’amore, Nana, Ao haru ride (Arrivare a te) e molti altri.

La differenza tra shounen e shoujo si può vedere da come è scritto il contenuto perché, nei primi i ragazzi li usano come “simulazione di un obiettivo da realizzare”, mentre negli shoujo le ragazze li usano come “simulazione di relazioni interpersonali, non per forza sentimentali”.

Camilla Ansani 1H

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