Ovidio e l’arte di « amare »

In un mondo in continuo divenire, uno dei pochi denominatori comuni a tutte le epoche è l’amore, non per niente il sentimento più cantato della storia. Infatti, quella ragazzina dai lunghi capelli biondi e le lentiggini farà sgranare gli occhi del malcapitato, che siano immersi negli affari del foro romano o ancora assonnati alla fermata dell’autobus di prima mattina. Probabilmente al giorno d’oggi avrebbe la forma di un tutorial su YouTube o, al massimo, di un FAQ Time, ma proprio grazie all’eternità dell’amore l’Ars Amatoria di Ovidio è più che attuale.

Il poemetto in distici elegiaci si pone, infatti, di offrire strategie di conquista agli uomini e consigli su come attrarre il proprio amante alle donne. È necessario, prima di tutto, precisare la concezione di relazione presa in considerazione dall’autore. Per noi moderni l’idea di amore converge in una passione autentica e disinteressata, catulliana, mentre si tende a considerare abbastanza ignobile un coinvolgimento superficiale ed effimero. All’opposto, nella mentalità ovidiana, tra amanti e banchetti, precedente all’occlusiva concezione cristiana (l’opera è redatta a cavallo dell’anno zero ndr.), questo sacro sentimento è più legittimamente vissuto come un lusus, un coinvolgente gioco di ruolo. In questo termine, servendosi comunque inevitabilmente di fisiologici stereotipi dei due sessi in progressivo superamento nell’attualità, anche l’emozione così soggettiva e irrazionale dell’innamoramento e dell’affinità, ridotta prettamente a corteggiamento, è codificabile con più attendibilità entro schemi fissi. Infatti, anche oggi, nell’età del relativismo assoluto, i ruoli maschili e femminili nella “stagione degli amori” statisticamente non sono intercambiabili a causa di naturali differenze primordiali tra i due generi, che non intaccano la parità reciproca predicata dai movimenti femministi ma, anzi, ne danno la virtù di esistere.

La libertà conferita alla donna da Ovidio è, al contrario, paradossalmente molto moderna, per quanto nel proemio sottolinei come le destinatarie dei consigli siano le uniche giovani libere, dato che avrebbe destato troppo scandalo se riferito a delle rispettabili matronae (donne sposate).

Un altro importante ammonimento in apertura è quello di non usare questo manuale al fine di una relazione seria e stabile: il poeta è consapevole di cosa sia il vero amore è, forse proprio per questo motivo, non disdegna e denigra, anzi invita, a scapparne anche a costo dell’ipocrisia. Infatti, la menzogna è una costante di cui sono impregnati tutti e tre i libri, che diventa lecita di fronte al fine superiore dell’egoistica serenità personale e di una convivenza spensierata e lieve. La bugia è fondamentale: sia nel primo libro, dedicato agli uomini, per illudere il “bersaglio” di aver trovato la persona giusta, sia nel secondo, finalizzato al mantenimento del rapporto, per evitare liti banali o più serie e spezzare l’incantesimo della disillusione. Per poter spaziare serenamente in una relazione è necessario, appunto, cercare di mediare sempre e di vincere la battaglia psicologica anche simulando con l’amante, al fine di farla crollare vinta dall’amore.

E ancora oggi il fascino del perlomeno apparentemente freddo e poco coinvolto vince di gran lunga il tenero innamorato e inganna l’ingannatrice imprigionandola in un chiodo fisso, un tarlo che risuona nella mente, sancendo nuovamente l’eternità del classico latino.

Gabriele Andreoli 4A

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