Gusto dell’eccesso: dall’Antichità a Tarantino.

Come veniva inteso e vissuto dagli antichi romani e come è stato ripreso nell’ambito cinematografico .

Il gusto dell’eccesso è stato molto amato e previsto dagli antichi romani, ovviamente in una accezione diversa da quella attuale. Possiamo però ritrovarlo anche in campo artistico, nelle epoche barocche. Il termine “eccesso”, inteso per un’azione compiuta o per descrivere un comportamento di una persona, significa andare oltre alcuni schemi di pudore e rispetto che ogni individuo ritiene valgano per loro stessi. Quello romano era un significato molto più limitato, anche se più profondo, e accadeva spesso che questo gusto si tramutasse nel desiderio di possedere gli elementi dell’eccesso, esattamente come la moda al giorno d’oggi.

Un personaggio dell’antica Roma che può rappresentare al meglio il passaggio di questi limiti fu l’imperatore Marco Aurelio Antonino, conosciuto meglio come “Eliogabalo”, il quale regnò dal 218 d.C. al 222 d.C. Il suo tratto più scandaloso è l’aver ripudiato una delle cinque mogli a causa di un’imperfezione fisica, per sposare una vestale con l’intento di procreare bambini il più possibile simili agli Dei. Questo atto fece scalpore e scandalizzò il popolo perché, durante il mandato dell’imperatore precedente tre vestali erano state condannate per aver violato la castità, mentre questa volta era stato proprio l’imperatore a non rispettare il voto. Eliogabalo viene ricordato per i singolari comportamenti: si truccava, si vestiva in modo particolare e addirittura si prostituiva. Un tipetto “moderno”, si potrebbe dire. L’attenzione e la cura per il suo corpo possono essere ricollegate al culto della persona nazista e a quella dei giorni nostri. Nel primo caso, s’intende una devozione assoluta nei confronti di Adolf Hitler e dei principali esponenti nazisti da parte della gran parte del popolo tedesco, esaltando le azioni e i pensieri dei loro “idoli”, vestendosi e curandosi come loro, soprattutto desiderando una vita futura simile alla loro. Nel secondo caso, nella nostra società l’aspetto esteriore sembrerebbe molto importante, tanto che la cura del corpo in alcuni frangenti può diventare un’ossessione. Tutto questo è dovuto alle immagini da copertina dei giornali, quelle che vengono trasmesse in televisione o che spopolano su internet: tutte rappresentano i canoni di bellezza che noi dovremmo seguire, come se fossimo un popolo di cloni che deve adeguarsi ad un ideale imposto da qualcun altro.

Un tratto caratteristico dell’eccesso romano erano i banchetti e le cerimonie, pieni di lusso e sfarzo. Le vesti dei partecipanti, la quantità e la qualità delle pietanze, l’intrattenimento offerto: ogni elemento legato a questi avvenimenti era considerato un eccesso, nonostante fosse ambito da ogni cittadino romano. A queste celebrazioni era d’obbligo la presenza del vino che, costando molto ed avendo un’altissima gradazione alcolica, paragonabile a quella di un liquore, per evitare di ubriacarsi veniva diluito con acqua sin dall’epoca greca.

Descrivere cosa sia veramente “eccesso” attualmente è più complicato, perché si sono sviluppati molti più campi in cui esso può comparire, come per esempio la musica, il cinema, il teatro o l’intrattenimento televisivo; inoltre la mentalità si è evoluta molto e alcuni aspetti, un tempo considerati tabù, oggi fanno parte della normalità.

Il miglior modo per descrivere cosa veramente sia l’eccesso è il cinema, laddove ci possono essere esagerazioni in molti campi differenti. Possiamo notare una forte esagerazione nelle produzioni di Quentin Tarantino: nella saga“Kill Bill” è presente un uso massiccio di combattimenti, stragi, mutilazioni e sangue a litri. Si può analizzare anche il film “Pulp fiction”, che è allo stesso modo ricco dell’eccesso tarantiniano, specialmente nella scena dell’uccisione in macchina, anche se in questo caso il senso viene sminuito e posto in secondo piano grazie alla bravura e all’ironia dei due protagonisti, (altro tratto tipico del suo cinema). È però nel film “Le Iene”, nella celebre scena dell’orecchio mozzato, che può essere considerata splatter per la crudezza rappresentata, che Tarantino raggiunge l’apice dell’eccesso nell’uso della violenza.

Invece, nel suo ultimo film “C’era una volta ad Hollywood” sceglie di rappresentare la vera essenza del narcisismo, però in un modo drammatico, specialmente presente nei personaggi di Rick Dalton e Sharon Tate: entrambi necessitano di ottenere la fama, poiché è l’unico modo in cui sanno vivere. Spesso, infatti, durante il film sono presenti parti incentrare solo su di loro e viene evidenziato, con inquadrature in primo piano, per le battute o per la situazione in cui si trovano, questo bisogno vitale e morboso. Celebre la scena in cui Rick Dalton piange dopo aver sentito, sul set di un suo film, il racconto di una bambina.

     Lorenzo Luraghi 4A

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