La letteratura traviata dalla dittatura.

Quali letterati, filosofi e compositori, seppur fuorviati, hanno influenzato i totalitarismi del Novecento?

“Personalmente inclino verso l’opinione di quanti ritengono che i popoli della Germania non siano contaminati da incroci con gente di altra stirpe e che si siano mantenuti una razza a sé, indipendente, con caratteri propri.”

Tacito, Germania, 4

 

Così scriveva Publio Cornelio Tacito nel I secolo d.C. Quasi 2000 anni dopo, le stesse parole venivano rilette e reinterpretate da Adolf Hitler, in cerca di giustificare il suo personale bisogno di rivincita come una necessità di tutta la nazione tedesca che, in quanto “superiore”, doveva “rialzare la testa” dopo la recessione legata alla Repubblica di Weimar e riprendersi dalla vergogna e dagli ingenti debiti derivanti dalla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale. Le parole di Tacito influenzarono la mente del Führer che, travisandole, trovava una traccia storica per la sua ideologia di supposta superiorità della razza ariana.

Lo storiografo latino descriveva il popolo germanico come una stirpe: pura (sinceram, che però , per chi sapesse davvero il Latino, vuol dire anche pulita, intatta, genuina, naturale, onesta), mai contaminata da altre popolazioni, a se stante (propriam), determinata a combattente per la propria autonomia e libertà, diversa dalla altre popolazioni e simile soltanto a se stessa (et tantum sui similem). Se non fosse che, per Tacito, questa tesi trovava un fondamento ragionevole nelle caratteristiche fisiche dei Germani ed in quelle rigidissime condizioni geografico-ambientali in cui avevano vissuto e alle quali si erano prontamente adattati, non senza difficoltà, come riteneva avessero fatto a loro volta i Romani delle origini. Voleva elogiare la vita semplice ed incorrotta (soprattutto moralmente) dei Germani, per denigrare la società imperiale romana dominata da vizio, burocrazia e corruzione. Hitler, però, adottando questa tesi, la  adoperò per rafforzare l’autoesaltazione del popolo tedesco (e, fin qui, nulla di apparentemente malvagio) e la sua apologetica razzista e antisemita, che derivava da secoli e secoli di convivenza forzosa con i ricchi banchieri ebrei emigrati dalla Spagna o da altri Stati che ne avevano ricalcato la politica economica.

 

Sorte simile toccò a Fitche, filosofo tedesco del periodo napoleonico, le cui opere, in particolare i “Discorsi alla nazione tedesca”, ebbero gran fortuna nel XX secolo. Il pensatore romantico, colui che trasformò l’Io Legislatore della Natura di Kant (si narra fosse anch’egli apprezzato dal dittatore tedesco) nell’Io Creatore della Realtà, sosteneva la missione educativa e civilizzatrice della Germania, la quale fondava il suo primato culturale nella lingua, che era stata mantenuta intatta senza influenze e supposte contaminazioni (mentre oggi sappiamo che nessun linguaggio può sussistere senza l’apporto degli altri ed, infatti, anche in tedesco erano e sono molti i latinismi marcati).

Fitche scriveva i discorsi per risvegliare il sentimento patriottico dei tedeschi, che, secondo lui, erano chiamati ad opporsi all’egemonia dell’Imperatore Napoleone; inoltre definiva Tedeschi coloro che amano la libertà e che, se considerati come insieme, erano un popolo originale e per eccellenza. Ma, ancora una volta, le motivazioni che lo spinsero a sostenere questa tesi di superiorità non contemplavano quelle razziali e biologiche sostenute dal Führer, perché Fichte sosteneva giustificazioni simili a Tacito, ovvero che la purezza del popolo germanico derivasse dal fatto che “i tedeschi rimasero nelle sedi primitive del popolo originario, gli altri migrarono verso nuove contrade, i tedeschi conservarono la loro lingua e la svilupparono, gli altri adottarono una lingua straniera”. Fuorviato dalla mente di Hitler, però, Fitche fu uno di quei filosofi associati per lungo tempo al fenomeno nazista.

Sempre lui nello “Stato Commerciale Chiuso” elaborò l’idea della condizione di autarchia, associata a uno Stato con solida indipendenza politica, a cui corrispondeva una forte autonomia economica. Questa dottrina fu ripresa da Mussolini, che adoperò una politica economica (tramite, ad esempio, la famigerata “Battaglia del grano”) volta a raggiungere l’obiettivo dell’autarchia.

 

Un altro filosofo che, poiché fuorviato, fu associato all’ideologia nazista è stato Friedrich Nietzsche, le cui teorie del “Superuomo”(Übermensch) e della “Volontà di potenza” furono interpretate in modo scorretto. Il termine Übermensch, con cui Nietzsche indicava l’uomo libero dalle catene e dai falsi valori che seguiva il modello di Zarathustra, fu largamente usato (oltre che da D’Annunzio e da altri intellettuali), dal solito Hitler, strumentalizzandolo per identificare la razza ariana e piegandolo al proprio progetto di dominio. Da questa parola, infatti, il Führer ricavò Untermenschen, con cui si etichettavano gli “esseri umani inferiori” che potevano essere dominati e schiavizzati.

Il secondo concetto invece, quello di volontà di potenza, che fu ereditato dalla volontà di vivere di Schopenhauer, definiva una volontà impersonale che permetteva all’uomo un continuo aggiornamento del suo punto di vista e dei suoi valori e si legava al “superuomo” che, de facto, si riteneva fosse l’unico a poterla raggiungere. Hitler deviò questi due concetti attribuendo il titolo di “superuomini” a quell’élite di ufficiali e collaboratori che dominavano la scena politica insieme a lui; conseguentemente la volontà del Führer e dei suoi fidati diventava la volontà di potenza che imponeva leggi ed interpretazioni arbitrarie della realtà. È importante, però, capire che la posizione di Nietzsche era diametralmente opposta a quella dell’ideologia nazista, a tal punto che nel 1887 scriveva: “Gli ebrei sono più interessanti dei tedeschi, la loro storia presenta problemi ben più fondamentali”.

 

Proprio l’antisemitismo, invece, si trova nelle opere di un compositore assai celebre: Wagner. Nel saggio “Il giudaismo nella musica” descriveva la musica ebraica come fredda ed inespressiva (quando, invece, è spesso assai movimentata e giocosa), sostenendo che l’Ebreo fosse privo di una passione che lo spingesse alla creazione artistica anche per colpa della lingua giudaica, intollerabilmente confusa; inoltre dichiarava anche l’influenza nociva degli ebrei sulla moralità della nazione.

Queste idee, sommate al vivido nazionalismo delle sue opere, fecero nascere una profonda ammirazione da parte di Hitler, che proclamò Wagner e le sue musiche come il fondamento dell’identità nazionale tedesca.

 

Infine, ispiratore ideologico e guida politica per tutt’e tre i dittatori del Novecento fu Machiavelli che, con la sua opera “Il Principe”, conquistò la mente e le librerie (o i comodini) di Hitler, Stalin e Mussolini. Costoro si ispirarono ad alcuni precetti tramandati dallo scrittore cinquecentesco, come ad esempio: le qualità che il Principe doveva avere, la necessità di crudeltà in alcune situazioni, il fatto che il popolo dovesse temere il Principe senza odiarlo, oppure la improrogabile scelta di collaboratori fidati.

 

Se letteratura e filosofia sono sempre state due elementi fondamentali nella formazione delle menti, lo furono anche per i dittatori novecenteschi, che fuorviarono svariati concetti per radicare storicamente e culturalmente le proprie ideologie.

Questo insegna quanto sia importante e fondamentale svolgere sempre un’analisi e una critica personale, imparando a distinguere ciò che viene proclamato da ciò che è reale, ciò che è documentato da ciò che è fantasioso, poiché come diceva Hannah Arendt:

“Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.”

Alessia Reale 4A

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