Passer deliciae nostri.

Per un’interpretazione innovativa del noto verso di Catullo “Passer deliciae meae puellae” in cui il simbolo dell’uccellino diventa una delizia comune a tutti.

Innumerevoli, nel corso della storia, i riferimenti ai volatili, sia in letteratura, sia in musica e in pittura. Spessissimo, infatti, ci imbattiamo in queste figure, ma quale sia il loro vero significato e, soprattutto, quale sia l’origine del codice simbolico che costituiscono non è un’informazione di dominio comune.

Importante, quindi, prendere in esame questi elementi apparentemente secondari o trascurabili, tentando di evidenziare le loro caratteristiche fondamentali e la loro valenza poetico-espositiva.

 

Come sempre, per risalire alla genesi di fenomeni che caratterizzano la cultura dell’uomo, è necessario rivolgersi al passato e, in questo caso specifico, alla società e alla letteratura romana.

Il capostipite, potremmo dire, di questa corrente ornitologica è infatti, senza dubbio, il poeta novo Catullo che, all’interno dei propri componimenti estremamente innovativi e precursori dello stile moderno, sintetizzava già tutte le caratteristiche fondamentali del simbolo dell’uccellino, includendo non solo la sfera riguardante la libertà, tipicamente associata a questi animali per via del loro volo indisciplinato, ma anche il loro lato erotico e sentimentale.

Un esempio evidente è sicuramente il Carme 2 dell’opera catulliana, in cui, nell’atto di descrivere Lesbia (pseudonimo di Clodia, donna amata dal poeta) viene accostato alla fanciulla un passerotto, forse simbolo dell’affetto e dell’amore che lo scrittore prova nei suoi confronti, forse dettaglio indispensabile per cogliere l’erotismo della poesia stessa.

Comunque si voglia interpretare l’icona, è evidente come una figura così piccola e a prima vista insignificante sia, in realtà, carica di un messaggio morale e proto-psicologico.

 

Riprendendo così tutto ciò che era stato osservato nella poetica di Catullo, spesso trascurata e sottovalutata, il celeberrimo Leopardi ci ripropone la sua personale visione dei volatili, sempre come simbolo di libertà, ma di una libertà che non potrà mai essere raggiunta o, meglio, che non viene desiderata dal poeta nella gioventù, pur riconoscendo che, quando gli anni fioriti passeranno, rimarrà solo rammarico e pentimento rispetto a queste scelte.

Come un uccellino rinchiuso nella sua gabbia gode degli agi della vita di reclusione (cibo, affetto del padrone, caldo d’inverno ecc..) o come il Passero Solitario si tiene a distanza del volo dei suoi simili, così Leopardi soffre la sua gioventù al riparo dai problemi e dalla crudeltà del mondo, conducendo così, però, un vita di reclusione, distanziamento sociale volontario e sofferenza, che verrà tradotta poi nel più che noto pessimismo.

 

Questa parte così aulica e degna della letteratura italiana non è e non dev’essere considerata, tuttavia, estremamente lontana dalla quotidianità e dalla vita del popolo, al quale, attraverso semplificazioni e ritmi incalzanti, vengono proposte le stesse tematiche, come possiamo ben osservare e soprattutto sentire nella canzone “Cip Ciu Ci” dello Zecchino D’oro anno 1979, nella quale, pur rivolgendosi ad un pubblico di bambini, vengono affrontati con leggerezza argomenti fondamentali come, appunto, la libertà e la paura di abbandonare la sicurezza del “nido”.

 

È così che giungiamo all’ultimo importante autore che utilizza la simbologia dei volatili per farci comprendere il suo pensiero e la sua visone del mondo: Pascoli.

Com’è risaputo, questo poeta sceglie di utilizzare la visione del fanciullino per descrivere la realtà nel modo più immediato e sincero possibile, basandosi sui sensi e sulle impressioni.

Icone come quelle del nido e dell’Assiuolo diventano, quindi, i punti cardinali da cui partire per poter comprendere ciò che le poesie vogliono trasmetterci: il bisogno di affetto, la concezione della morte, l’incertezza della vita e altre innumerevoli tematiche molto profonde.

Evidenziando quindi, le similitudini interpretative nelle produzioni di questi grandi poeti di periodi storici piuttosto differenti, troviamo in tutti i casi un legame di tipo affettivo: può essere un amore fisico, piuttosto che il bisogno del sentimento d’amore di un figlio nei confronti del padre, il legame con la libertà, desiderata o meno e la presenza costante della primavera, sia come simbolo di giovinezza e tempi felici, sia come periodo effettivo in cui il tepore del sole scalda l’anima e il cuore di chi, giovane o meno, mantenga in sé la capacità di percepirlo.

 

Inevitabile, a questo punto, un breve confronto con la situazione che l’Italia ha vissuto soprattutto durante il mese di aprile, dal punto di vista dei giovani. Elemento comune di tutte le composizioni citate, la primavera stava nascendo in quel momento, ma ognuno è stato chiamato a rimettersi al proprio buon senso, scegliendo di evitare spostamenti e di creare nella propria casa quell’ambiente descritto nella canzone e da Leopardi: un luogo accogliente che rimane tuttavia (soprattutto dopo lungo tempo) una gabbia. È in quel momento, allora, che abbiamo potuto immedesimarci davvero nei testi che abbiamo letto e, forse, comprenderli più a fondo, trovando in essi non solo la bellezza formale che ci viene insegnata a scuola insieme a tanti significati simbolici apparentemente così astratti, ma un conforto e un sentimento di empatia che ci fa sentire tutt’uno con il pensiero dell’Uomo nei secoli.

Tutto questo scaturisce da un solo piccolo passerotto, che diventa il simbolo vivido di una condizione umana più ampia e trasversale rispetto al passato e alla modernità.

Lisa Prandoni 4A

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