La Condizione della Donna tra Cultura Latina e Storia Romana: un conflitto in divenire.

“extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt” (Livio, Ab Urbe Condita)

Durante l’epoca romana il ruolo della donna era quello di occuparsi esclusivamente della domus, quindi delle faccende domestiche e della formazione dei figli nell’educazione al mos maiorum, la morale della civiltà romana. Un esempio indicativo è rappresentato da Himilce, la moglie di Annibale, spesso citata da grandi autori latini come Tito Livio nell’ “Ab Urbe condita” e Silio Italico, che nei “Punica” narra le nozze della donna con il generale cartaginese. Infatti è proprio dagli autori latini che sappiamo come la coraggiosa Himilce, pur volendo accompagnare il marito in Italia per impedire la Seconda Guerra Punica con Roma, fu costretta, in quanto donna, a rimanere a Cartagine per badare al figlio Aspar. La Storia, tuttavia, ci insegna che nelle guerre del passato recente, come la Seconda Guerra Mondiale, si scelse di far partecipare attivamente anche le donne, le quali rivestirono un ruolo importante, sia come spie dei diversi Paesi in conflitto, sia come “staffette” in aiuto dei partigiani italiani.

Un altro fenomeno che accomunava le donne di quel tempo era il matrimonio combinato. Raramente succedeva che una donna potesse sposare un uomo per il quale provasse dei veri sentimenti. Era assai più frequente che le ragazze,già da molto giovani, andassero in spose a uomini scelti dalla famiglia. È proprio il caso di Himilce, che fu data in sposa ad Annibale per suggellare l’alleanza tra l’Oretania (situata in Spagna, nell’attuale parte orientale della Sierra Morena) e Cartagine all’inizio della Seconda Guerra Punica. Tale usanza perdurò fino al secolo scorso in diverse Regioni d’Italia, dove la ragazza veniva data in sposa a uomini scelti dalla famiglia d’origine per motivi economici o di prestigio. Oggi l’Italia sembra essersi affrancata da tali costumi, quando invece nel Mondo vi sono tutt’ora Paesi ancorati a tradizioni antiche e tribali che riportano la donna (talvolta bambina) alla sottomissione della scelta familiare.

Il matrimonio nell’antica Roma poteva essere di due tipi differenti: cum manu (manus o potestas: “subordinata al marito”) e sine manu (“senza la mano”). Con il primo, cum manu, il coniuge poteva acquisire la manus  sulla moglie a seguito della celebrazione di particolari cerimonie nuziali. I poteri della manus arrivavano a comprendere il diritto di uccidere la propria moglie nel caso in cui avesse commesso adulterio o avesse bevuto vino (ius vitae ac necis: “diritto di vita e di morte”). Per liberare la donna dalla tutela maritale, l’Imperatore Ottaviano introdusse con la Lex Iulia De Maritandis Ordinibus  il matrimonio sine manu, con il quale non si concedeva al marito alcun tipo di potere sulla donna, che restava legata al proprio pater familias. Questa legge, inoltre, concesse alle donne il divorzio: una vera emancipazione e rivoluzione femminile, che la donna italiana riconquisterà solo nella seconda metà del ‘900 (1975), duemila anni dopo che il Cristianesimo impedì nuovamente l’esercizio di tale diritto al genere femminile.

La donna romana, dunque, viveva in una continua condizione di dipendenza, sottomissione e inferiorità rispetto all’uomo, che fosse il padre, il marito o persino il figlio, al quale doveva porgere tutte le attenzioni, come riporta una Legge delle Dodici Tavole di Romolo: “Feminas, etsi perfectae aetatis sint, in tutala esse, exceptis virginibus Vestalibus” (Sebbene in età adulta, le femmine devono essere sotto tutela, eccetto le Vergini Vestali). Solo l’uomo poteva votare e partecipare alla vita politica del paese: la donna ne era esclusa e, per esercitare i suoi diritti civili, aveva bisogno del consenso di un uomo che esercitasse su di lei la tutela. Tali limitazioni venivano giustificate dalla mancanza di cultura e dallo stato di ignoranza nel quale generalmente veniva tenuta dall’uomo. Il voto alle donne, o suffragio femminile, è una conquista recente della nostra storia. Il 30 gennaio del 1945, quando l’Europa era ancora impegna nella Seconda Guerra Mondiale, la questione venne trattata dal Parlamento come qualcosa di ormai “inevitabile”. Il 1 febbraio 1945 venne, così, emanato il decreto che conferiva il diritto di voto alle italiane con più di 21 anni, tranne le prostitute schedate. L’eleggibilità delle donne venne stabilita, invece, con un successivo decreto del 1946.

Nell’età imperiale (27 a.C./426 d. C.) le fanciulle delle case patrizie ricevevano un’educazione alle virtù femminili e alle attività domestiche. Veniva loro insegnato a leggere, scrivere e fare di conto ed il loro livello culturale dipendeva da quello della famiglia d’origine. I loro lavori letterali, tuttavia, non potevano essere resi pubblici: ne è un esempio Terenzia, la moglie di Cicerone, che era solita scrivere le lettere contenute nelle “Epistulae” per nome del marito, senza aver mai ottenuto riconoscimenti, a causa delle censure che impedivano alle donne di essere riconosciute come vere e proprie scrittrici. La donna che avesse compiuto gli studi di letteratura greca e latina (docta puella) e mostrasse troppo la sua cultura, poteva, al contrario dei maschi, infastidire. Ce lo ricorda Sallustio nel “De Catilinae coniuratione”, laddove scrive: “Haec mulier litteris Graecis et Latinis docta, psallere et saltare elegantius quam necesse est probae, multa alia, quae instrumenta luxuriae sunt” ovvero “Questa donna-sposata, capace sia nelle lettere latine, sia nelle greche, capace di ballare e suonare la cetra più di quanto sia elegante per le donne oneste, capace di molte altre attività, che sono strumenti di lussuria”.

Nel corso dei secoli, però, la condizione di vita delle donne romane migliorò gradualmente. Cercarono infatti di elevare la loro condizione sociale:uno degli eventi più antichi e significativi si svolse nel 215 a.C., quando un gruppo molto numeroso di donne (tra le quale si ipotizza vi fosse stata anche Himilce) invase le piazze romane per protestare animatamente contro la Lex Oppia, una legge che limitava il lusso femminile. Questa legge non permetteva alle donne di possedere più di mezza oncia di oro, né di indossare abiti dai colori vivaci o viaggiare in carrozza per Roma da sole. Ma è la reazione del celebre Catone ad impressionare ancora oggi per la diffidenza e il pregiudizio caratteristici degli atteggiamenti degli uomini verso le donne: “extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt” ossia “non appena cominciassero ad essere pari, saranno superiori”.

Il timore di perdere la supremazia non ha abbandonato nemmeno l’uomo contemporaneo, il quale fatica a concedere alla donna, in concreto, pari diritti e pari opportunità. Un esempio è stato la necessità di introdurre nel 2011 un provvedimento volto a ridurre la discriminazione di genere, equilibrando la presenza di uomini e donne negli organismi decisionali di società e Stato (consigli di amministrazioni, sedi costituzionali elettive). Questo provvedimento ha introdotto l’obbligo di presenze femminili (quote rosa) in tali contesti nella misura di un terzo della totalità. Oggi l’Italia si colloca al terz’ultimo posto per inserimento delle donne nei cicli produttivi e ciò è dovuto al carico di lavoro familiare distribuito tra generi, alla minore retribuzione a parità di mansioni, allo scarso sostegno da parte di Stato e imprese in fatto di conciliazione lavoro-famiglia (part-time, asili nido, smart-working). Ma il pensiero di Catone torna a riecheggiare anche nella nostra epoca, dove vengono sollevate obiezioni in merito all’utilità delle quote rosa, sostenendo che in questo modo siano gli uomini ad essere discriminati e che le donne debbano essere valutate senza ricevere aiuto da parte delle istituzioni.

Chiara Branca 4A

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