La guerra nell’Orlando Furioso: un confronto con Cesare.

Benchè l’Orlando Furioso sia un poema cavalleresco che riprende la tradizione del ciclo carolingio e parzialmente del ciclo bretone, può avere dei possibili legami con la prima opera di Cesare, il De Bello Gallico, dove si notano una profonda ed attenta descrizione delle battaglie, delle popolazioni con le quali i romani entrano in contatto e anche dei luoghi in cui si sviluppano le vicende belliche.

 

Grande spazio si dà nel Furioso alla descrizione delle battaglie, poiché Ariosto spettacolarizza la guerra, come fosse una sorta di rito o un evento sportivo, al punto che chi legge non sente una reale differenza fra guerra e pace, perché la guerra è permanente: viene rappresentata come uno spettacolo o una gara. Ne è un esempio la follia di Orlando, nel Ventitreesimo Canto dell’opera, nel quale, mentre è alla ricerca del guerriero saraceno con cui deve battersi a duello, Orlando capita casualmente nei luoghi che poco tempo prima avevano visto l’amore felice di Angelica e Medoro. Facendogli notare i segni dell’amore tra la donna e il fante saraceno, un pastore precipita l’eroe in una furia cieca e distruttiva, descritta dall’autore come un evento quasi divino di caos e distruzione.

Anche nel De Bello Gallico le battaglie vengono quasi idolatrate, ma soprattutto le strategie di battaglia: un esempio sono le domande retoriche di Cesare al lettore e a se stesso, per porre un nesso tra il lettore e la scena. Un esempio si trova nel testo che inizia con le parole “Caeser in eam spem venerat…”; infatti, qui Cesare si pone la domanda: “Perché avrebbe dovuto perdere alcuni dei suoi in un combattimento favorevole?” Questo tipo di domanda, che si è posto Cesare, mostra al lettore una sensazione di superiorità, dato lo scontro già in precedenza giudicato favorevole. In questo modo lo spettatore diventa più attento e le strategie, utilizzate dai Romani per vincere le guerre, acquisiscono importanza. Ne è un esempio il testo sopracitato, nel quale il generale, in prima persona, nonostante il combattimento favorevole, evita la battaglia, risparmiando la vita dei suoi soldati e ponendo la supremazia sul popolo avversario. Questa scena può essere interpretata dal lettore in modo tale da rendere il popolo romano un popolo giusto, dal punto di vista bellico; infatti, questo evitare la battaglia mostra la bontà che ha Cesare nei confronti dei suoi uomini e nei confronti degli avversari. Questa scelta lo porta ad una situazione di maggiore fiducia nei suoi confronti da parte del popolo e, quindi, ad un’acquisizione di potere e di importanza.

 

Uno degli aspetti fondamentali nelle battaglie del Furioso sono i cavalieri; infatti, la loro figura di uomini forti e valorosi che, incuranti di pericoli e rischi, mettono a repentaglio la propria vita pur di fare del bene, combattendo innanzitutto con le loro virtù, viene idealizzata nell’Ariosto e rappresenta il fulcro della battaglia. Nell’antichità, invece, ed anche nel lavoro di Cesare, i cavalieri non sono il fulcro della guerra, bensì lo sono i generali e i soldati che compiono veri e propri atti eroici, che poi porteranno alla vittoria, come ad esempio nel brano che comincia con le parole “Caesar idoneum locum nactus quid…”, laddove Cesare, dopo un lungo pensiero per giungere a una scelta, trovò il luogo perfetto per condurre la battaglia e riuscì ad intendere quale fosse il momento decisivo per attaccare. Dopo una lunga battaglia, grazie alle direttive del generale, il popolo romano ottenne la vittoria.

Nell’Ariosto, invece, grazie a questa idealizzazione della battaglia effettuata dall’autore, una porzione della realtà della guerra viene allontanata e rimossa, come se si volessero nascondere i veri orrori che si presentarono. A differenza di Ariosto, Cesare idealizza i fatti in maniera molto meno eccessiva, per far acquisire importanza a se stesso e al popolo Romano, e non alla vera e propria battaglia; infatti, narra per filo e per segno le crude conseguenze e le strategie per prevenirle. Ne sono esempi quasi tutti i testi in cui Cesare tratta una battaglia; infatti, è solito dire all’interno dei suoi brani che le sue decisioni portino alla vittoria, così accrescendo la propria importanza. In qualità di generale, la disposizione dei soldati, la scelta del luogo in cui si combatte e i movimenti dell’esercito durante la battaglia sono comandati da lui; di conseguenza, spiegando questi concetti nei testi, non si tende ad idealizzare una battaglia, ma solo a descriverla nei minimi dettagli, anche in quelli più cruenti. Per scendere maggiormente nel dettaglio, si può utilizzare come esempio il testo che parte narrando le parole “ipsum erat oppidum Alesia in colle…”; infatti, qui Cesare descrive la posizione strategica della città e si sofferma poi sui particolari tecnici del sistema di circonvallazioni organizzato intorno alla rocca, con una minuziosa cura descrittiva finalizzata a porre in risalto la superiorità militare dell’esercito Romano e la propria abilità strategica.

Nonostante il grande tema della guerra, che accumuna queste due opere, molte sono le differenze; questo fatto è causato soprattutto dal diverso contesto storico in cui sono state prodotte.

Riccardo Cremonesi 3B

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