Letture Antiche in chiave Moderna.

Una lettura dei classici per dare risposte attuali a quesiti che non hanno età.

E se i duelli narrati dai più celebri poeti antichi e tramandati da secoli di generazione in generazione, scritti e conservati tra i libri polverosi di qualche monastero, fossero la chiave per capire i conflitti moderni che ciascuno di noi si ritrova ad affrontare?

 

Torniamo indietro, nella Roma gloriosa del primo secolo Dopo Cristo, fino a restringere il campo ad un solo autore, celebre, oltre che per le sue opere, per la presenza nella Divina Commedia dantesca: Publio Papini Stazio. Andiamo ancora più a fondo, per analizzare il suo famosissimo poema epico intitolato “Tebaide”. I personaggi che più saltano all’occhio sono sicuramente i due fratelli, figli di Edipo, Eteocle e Polinice, entrambi con l’ardente desiderio di un governo esclusivo su Tebe. Dopo un accordo di spartizione del governo che dava il potere ad anni alterni, ma che non venne rispettato, viene narrato chesi arrivò ad una guerra famigliare, che portò alla morte, terribile e sanguinolenta, di entrambi i fratelli. Si parla di una guerra fratricida che segue la sua natura di potens scelerum (delitto/malvagità potente). È evidente la differenza tra i fratelli, anche per le modalità di descrizione: viene data maggiore importanza alle azioni esagerate ed estreme di Eteocle, piuttosto che a quelle del fratello, differenza che si nota soprattutto nella descrizione del crudo duello. Nonostante, ad un certo momento, Polinice sembrasse prossimo alla vittoria, Eteocle viene descritto come infido fino all’ultimo respiro. Se vogliamo concentrarci sulla differenza di presentazione dei personaggi e come ciò renda subito evidente la presenza di uno scontro, possiamo parlare di tutti gli articoli che “mostrano una sola faccia” della medaglia. Concentrandoci, ad esempio, sull’infinità di informazioni con cui venivamo bombardati durante il “lockdown”, risulta evidente come spesso venisse mostrato un solo punto di vista, che solo se analizzato permetteva di attuare l’effettivo scontro con altre espressioni o idee.

 

Tra i modelli che ispirarono questo meraviglioso poema, occorre citare l’Eneide di Virgilio, poiché nel racconto, diviso in dodici libri, del viaggio di Enea con lo scopo di fondare una nuova civiltàtroviamo, nel decimo libro, un importante scontro tra Turno e Pallante, alleato di Enea e suo protetto, nonché guerriero che spiccò nella battaglia tra i Troiani e i soldati di Eneaper le sue azioni valorose. Vi è anche lo scontro vendicativo tra l’eroe e Mezenzio, fortissimo alleato di Turno (se si volesse fare un confronto, è da ritenere efficace il parallelismo con lo scontro tra Patroclo ed Ettore). Vi sono descrizioni molto sanguinolente, soprattutto durante il secondo duello, dove viene descritta l’uccisione per mezzo della spada di Enea, dritta sulla gola dell’avversario.

 

Ma perché le battaglie sono combattute sempre da singoli? Come possiamo indentificarci negli eroi celebrati da questi poemi? Ma soprattutto, perché?

Per rispondere è necessario identificare il fine di questi scontri: se in un caso è il governo su Tebe, sottolineando la superiorità nei confronti del fratello, nell’altro caso è la superiorità da dimostrare sul nemico, rivendicando anche i compagni persi. Il concetto si stacca da quello di battaglia e si avvicina a quello di “guadagno personale”, fisico o materiale che sia.La possibile presenza della “collettività” in queste situazioni sminuirebbe l’eroicità della vicenda, che, se spartita, non avrebbe lo stesso impatto. Parliamo, in entrambi i casi, di individualità, che nella nostra società è sicuramente molto radicata: ad esempio prendiamo in considerazione la cosiddetta “rat race” americana, letteralmente “corsa dei ratti”, che in realtà si identifica nella corsa al potere, nella scalata sociale molto sentita, durante la quale non si guarda in faccia nessuno e si punta alla posizione sempre più alta. Quindi, se consideriamo i nostri obiettivi, come dimostrare la superiorità delle azioni appena messe in atto rispetto a quelle passate ma, soprattutto, se ritroviamo nel nostro nemico noi stessi del passato e, quindi, la nostra aspirazione è dimostrare una superiorità, allora possiamo identificarci con gli eroi del passato e possiamo autocelebrarci come facevano loro alla fine di questi strazianti duelli.

In tutto questo s’insinua anche un concetto di solitudine: siamo davvero soli come crediamo? E loro erano davvero soli come si legge? La solitudine può essere definita una scelta?

Probabilmente siamo soli solo se non cogliamo gli aiuti, diretti o indiretti, che ci vengono forniti dall’esterno e non valorizziamo le nostre capacità, nelle quali spessoriponiamo meno fiducia del dovuto. Loro, allo stesso modo, non erano soli: innanzitutto va considerata la presenza costante degli Dei, che vengono addirittura citati nelle ultime parole di Mezenzio nel decimo libro dell’Eneide, quando afferma di non aver timore della morte e ricorda la loro presenza. Concentrandoci poi sul nemico, nelle nostre battaglie, spesso l’avversario rappresenta un “noi del passato” di cui non sopportiamo certi aspetti; vogliamo quindi che si attui un cambiamento e l’unico modo per farlo succedere è compiere “un’impresa eroica” nel nome degli eroi antichi. Talvolta, però, il nemico s’incarna in aspetti che ci circondano, che non condividiamo e che vogliamo eliminare in quanto non seguono i nostri ideali. Prendiamo come esempio quanto sta succedendo in America, tema che sicuramente sta toccando il mondo più di quando si potesse immaginare. L’uccisione di George Floyd per mano di un poliziotto ha portato gruppi di persone a parlare e a reagire. Ognuno, nel suo piccolo o attraverso piattaforme seguite a livello globale, ha cercato di condividere quanta più informazione possibile, creando la propria battaglia contro il razzismo. Condividere è un modo per far emergere tutto ciò che sta dietro ad una frase, ad un video, ad una affermazione… Da anni sono nati questi nuovi “campi di battaglia”, i social e i giornali on-line, che a loro modo permettono alle ingiustizie di essere combattute dal singolo attraverso l’informazione, la quale non sempre è fake come spesso si crede.

Infine, quale lavoro compie l’aspetto macabro in questi testi? Era veramente necessario introdurlo e sottolinearlo in modo così marcato? L’assenza avrebbe dato un tono diverso all’intera opera?

Stando ai testi antichi, parrebbe di sì: la presenza di aspetti macabri, che lasciano poco spazio all’immaginazione, in quanto tutti i momenti crudi e cruenti sono perfettamente descritti nelle singole azioni dei singoli personaggi, permettono di inquadrare meglio le situazioni di battaglia o di scontro. L’esagerazione, poi, sembra data dalla necessità del poeta di esprimere le sensazioni provate. Durante uno scontro non sarebbe efficace fermarsi per descrivere le emozioni dei personaggi: una mentalità romantica, dove tutto gira attorno alle sensazioni e come queste sono espresse in mille modi diversi, non porterebbe il lettore ad immergersi nella vera natura della battaglia. I personaggi, indipendentemente dalla loro posizione, devono apparire come macchine; allora tutto ciò che hanno di umano, anche se in modo paradossale, va riversato nella descrizione delle azioni. Se, per esempio, prima era una spada alla gola, scrivendo diventa tutto il corpo che freme, che porta l’energia necessaria all’azione, ad alzare la spada e a darle la carica necessaria.

 

Rispondendo alla domanda iniziale, la somiglianza tra le battaglie che ogni giorno ci troviamo a combattere e i duelli che venivano narrati nei più celebri poemi epici è alla portata di tutti, se si legge con occhi attenti e desiderosi di assimilare informazioni da aggiungere al nostro bagaglio di conoscenze. Spesso risposte che cerchiamo sono racchiuse tra le pagine di questi capolavori, non ci resta che scovarle.

Beatrice Fumagalli 4A

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