Il fascino del macabro.

Il gusto per l’orrore nella cultura moderna e medievale.

Nel 1376 in Francia nasceva la Danse Macabre, lugubre rappresentazione allegorica di una danza tra uomini e scheletri. Ripresa poi nel brano omonimo di Camille Saint-Saëns del 1874, è entrata a far parte della cultura folkloristica francese ed anche italiana, influenzando dipinti come il Trionfo della Morte a Palermo (raffigurante un banchetto con la morte tra gli ospiti), decorazioni murali come nel Santuario di San Bernardino alle Ossa di Milano e persino cartoni animati per bambini, ad esempio nel cortometraggio La danza degli scheletri della Disney, dove dei lugubri scheletrini, animati dall’inquietante suono dei violini e degli ottoni, danzano a braccetto nel cimitero di una piccola Chiesa, tra il bubbolare di un gufo e gli ululati di uno sparuto cane randagio.

È proprio nel Tardo Medioevo, dunque, che inizia a svilupparsi il gusto per il macabro e per il terrore: con l’obiettivo di terrorizzare, interessare e talvolta divertire.

Già Dante sviluppa questo gusto per l’orrido nella prima parte della Commedia. Sono proprio le descrizioni dei personaggi viziosi e violenti o delle torture disumane che rendono l’Inferno così avvincente ed interessante. La descrizione degli ignavi coperti da vespe e mosconi, degli omicidi immersi nel sangue o dei ruffiani frustati dai diavoli sono solo alcune delle pene orripilanti descritte nella prima Cantica, ma che, nonostante l’intento di ammonire il lettore, finiscono per risultare accattivanti. Il poeta, inoltre, aggiunge volontariamente degli elementi comici alle descrizioni di figure terrificanti, come la scelta di paragonare Satana ad un enorme mulino a vento, con l’obiettivo di sdrammatizzare, ridicolizzare e infrangere i simboli del male morale e della morte.

Lo studio dell’interesse umano per il macabro trova il suo massimo sviluppo durante il periodo romantico in Inghilterra in cui, con lo sviluppo delle industrie e la crescita economica delle città, i poeti e gli scrittori cercano un ritorno alla natura, agli istinti e alla purezza del passato: fisicamente, ma soprattutto attraverso l’immaginazione.

Inizia così una profonda analisi di tutte le emozioni umane, sia di quelle positive, sia di quelle più profonde e oscure, cercando di sviscerare le origini della paura ed il fascino, accompagnato dal concetto di sublime, provocato da luoghi spaventosi, come castelli diroccati, cimiteri o edifici abbandonati.

L’uso dell’immaginazione e la descrizione di scene orride si ritrovano, in particolare, nell’opera più famosa di Coleridge: The Rime of the Ancient Mariner del 1789. Nella ballata, divisa in sette parti, vengono narrate le raccapriccianti vicende a cui va incontro un marinaio dopo aver ucciso un albatro, animale considerato sacro e di buon auspicio. Come punizione per l’insensato gesto il marinaio incontra la Morte e la sua accompagnatrice, la Morte-in-Vita, che rappresenta le sofferenze durante l’esistenza e che punirà il vecchio marinaio, costringendolo a veder morire i suoi compagni, uccisi dalla Morte, e a portare con sé per tutto il resto della vita il ricordo di quella dolorosa esperienza.

Seppure le descrizioni sembrino al limite del delirante, il fascino del testo sta proprio nelle sensazioni di paura che riesce a provocare nel lettore. Ripetizioni di parole come “death” o “alone” e le ambigue allitterazioni in versi come “The many men, so beautiful! And they all dead did lie” (Così tanti uomini, così belli! E loro tutti morti giacevano lì) si aggiungono ad accentuare ancor di più le emozioni di terrore provocate dal testo.

Anche nei quadri romantici ritroviamo questa tematica, con una predilezione per la rappresentazione dell’impotenza dell’uomo di fronte alla natura e con l’obiettivo, più o meno esplicito, di creare scompiglio e disagio nell’osservatore dell’opera. Dipinti tranquilli e speranzosi, come il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, si alternano a rappresentazioni più lugubri dello stesso pittore, come Il naufragio della speranza o l’Abbazia nel querceto, sicuramente più inquietanti, ma non per questo meno affascinanti.

Un altro esempio più moderno si ritrova nei racconti di Edgar Allan Poe, riconosciuto come il padre della letteratura dell’orrore americana, che ha influenzato famosi scrittori del terrore successivi come Stephen King e gruppi musicali come The Alan Parsons Project che, nell’album Tales of Mystery and Imagination, cerca di riproporre le spaventose sensazioni provocate dalle storie dello scrittore in una vera e propria colonna sonora. Le tecniche utilizzate in musica per riprodurre la paura sono diverse: spesso vengono introdotti violini o chitarre per creare suoni striduli e disturbanti, oppure le trombe per simulare una marcia funebre. I cambi di ritmo e di intensità creano la suspence e persino la voce può essere usata per ottenere un’atmosfera lugubre, attraverso canti corali che ricordano certe melodie religiose molto antiche.

Ma perché siamo attratti da queste sensazioni di terrore e disgusto?

Spesso quelle scene spaventose tendono a riportare alla nostra mente ricordi di panico e insicurezza vissuti da tutti durante l’infanzia e l’adolescenza. Pertanto, forse, questo interesse per il macabro non è altro che un implicito desiderio di tornare ad affrontare la realtà con gli occhi innocenti e senza filtri di un bambino.

Sperimentare la paura con libri, canzoni o quadri diventa un mezzo per sentirsi nuovamente “vivi”, attraversati da brividi e sensazioni istintive, senza temere che possa realmente accaderci qualcosa di male.

Un’altra possibile spiegazione risiede nel tentativo umano di avvicinarsi al macabro, legato alla Morte e ai defunti, per sconfiggere la paura che questi elementi provocano naturalmente in noi, per accettare l’arrivo della propria fine e per apprezzare maggiormente i piccoli piaceri della vita.

Se un tempo il timore della morte veniva utilizzato dalla Chiesa o dallo Stato per assoggettare i più deboli e ignoranti, nella modernità l’educazione, unita allo studio della letteratura e dell’arte, permette un avvicinamento agli elementi lugubri in modo che vengano accolti con maggior serenità. Pertanto, studiare la morte e le sue spaventose rappresentazioni in vita permette alle persone di vivere senza temere troppo l’arrivo della fine.

Come scriveva Edgar Allan Poe, “Il confine che divide la vita dalla morte è ombreggiato e vago. Chi potrebbe dire dove uno finisce e l’altro inizia?”

Viola Rapetti 4A

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