Noi Come Ciacco? 

Quante volte al cinema abbiamo visto i protagonisti soffocare le proprie insicurezze nel cioccolato? O, dopo una “giornata no”, abbiamo pensato di aver bisogno di una vaschetta di gelato? Forse quello che manifestiamo non è altro che una dipendenza da cibo. Noi come Ciacco.   

Venerdì Santo, 8 aprile 1300, verso mezzanotte Dante Alighieri raggiunge il III Cerchio, quello dei Golosi, dove incontrò Ciacco. Nonostante non esistano notizie certe su questo personaggio, è possibile desumere alcune informazioni dal Canto: il personaggio, infatti, fu di certo fiorentino, conosciuto da Dante, probabilmente quasi suo contemporaneo e con un grande vizio, quello della Gola.   

 Fu condannato proprio per questo, considerato all’epoca (e forse tuttora) la manifestazione della ricerca di una continua consolazione nel cibo invece che nella fede cristiana, considerata l’unica in grado di “saziare” l’anima. L’ingordigia, infatti, veniva criticata in quanto si presentava come una necessità terrena che tuttavia, non riuscendo a colmare la mancanza interiore, spingeva le persone a mangiare sempre di più. Inoltre, nel medioevo era particolarmente malvista in quanto la miseria e la fame erano molto diffuse, tanto che per la Chiesa cattolica fu definito uno dei sette peccati capitali.  

Con gli altri Golosi, quindi, Ciacco è rappresentato sdraiato a terra, colpito da una pioggia incessante mista ad acqua sporca, grandine e neve, che trasforma il suolo in fanghiglia maleodorante, sottolineando il contrasto con il suo comportamento in vita: si abbandonò alla Gola mangiando cibi raffinati e ora è costretto a giacere nel fango. Questo atteggiamento viene sottolineato anche dal suo nome, che in dialetto fiorentino significa “porco”. Molti commentatori antichi lo identificarono come Ciacco d’Anguillaia, in quanto era un frequentatore delle case dei nobili dove abusava dell’ospitalità mangiando e bevendo troppo. Addirittura, secondo il Benvenuto, vendendo anche la propria libertà.    

Nonostante questa identificazione non sia universalmente accettata, è certo che ai tempi di Dante l’ingordigia era considerata un vero e proprio peccato.   

Sorge quindi spontaneo domandarsi se questa visione sia valida ancora oggi, in una società caratterizzata da un eccessivo consumo di cibo e da malattie alimentari legate a una scorretta nutrizione, come l’obesità e il diabete. Se ai tempi di Dante era in sovrappeso solo qualche esponente delle classi sociali elevate, oggi, infatti, le statistiche dicono che siamo in molti a mangiare troppo e male.  Secondo dati dell’OMS, la prevalenza dell’obesità a livello globale è raddoppiata dal 1980 ad oggi: nel 2008 si contavano oltre 1,4 miliardi di adulti in sovrappeso (il 35% della popolazione mondiale). Di questi, oltre 200 milioni di uomini e oltre 300 milioni di donne erano obesi (l’11% della popolazione mondiale). E a preoccupare sono anche i bambini: in Italia nella fascia dai 6 ai 9 anni il 22,9% dei bambini è in sovrappeso e l’11,1% in condizioni di obesità, il tasso più alto in tutta Europa.  

La società contemporanea, per l’appunto, si contraddistingue per un notevole aumento del consumo di cibo, spesso acquistato per soddisfare un desiderio del subconscio e non un reale bisogno (circa un terzo di quello acquistato viene gettato).   

Il mercato, infatti, ha fatto leva sulle possibilità economiche crescenti della società, proponendo un cibo a basso costo e che potesse appagare il consumatore. È stato poi supportato, a partire dalle catene di fast-food, fino ai ristoranti stellati, il cui scopo non è quello di saziare il cliente, quanto di offrire “un’esperienza sensoriale”.   

Lo chef statunitense Thomas Keller, ad esempio, ha costruito i suoi menù sulla “legge dei rendimenti decrescenti”, il cui modello culinario sostiene che solamente i primi due morsi siano appaganti. Quelli seguenti, invece, non produrrebbero particolari sensazioni (ecco anche spiegato il perché delle porzioni “piccole”). Spesso, quindi, le persone mangiano spinte dal desiderio di ricercare una sensazione di “conforto” e sollievo nel cibo invece che per il reale bisogno di nutrirsi.   

Nonostante non sia ancora riconosciuta universalmente, molti scienziati parlano di una nuova dipendenza: quella da cibo (che forse nuova non è).    

Esistono alcuni piatti (patatine, popcorn, noccioline, cioccolata) che scatenano il bisogno di averne ancora in chi ne assapora. Le ragioni che spingono le persone a mangiare sono simili, se non identiche, a quelle che le spingono a fumare o a fare uso di alcolici (spesso, infatti, negli ex fumatori la sigaretta viene sostituita con del cibo, ad esempio patatine o gomme da masticare), con lo scopo di alleviare la tensione.   

Osservando la società contemporanea, però, sembra che questo modo di fare non sia così scandaloso come descritto da Dante ma, al contrario, appaia una pratica fortemente diffusa. È quindi lecito domandarsi se Dante nella sua Commedia non volesse sottolineare un altro aspetto di questo “vizio”, evidenziando già un prematuro concetto di dipendenza.   

Per rispondere bisogna fare, però, un passo indietro e specificare cosa si intenda per “vizio” e per “dipendenza”. La fede cristiana afferma che un vizio, oltre ad essere un gesto, è piuttosto un atteggiamento, che diventa abitudine di cui non si può fare a meno.  La dipendenza, invece, viene definita dall’OMS come una condizione psichica e fisica caratterizzata da risposte comportamentali che comprendono un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici ed evitare il malessere della sua privazione. Sembra quindi che, almeno in parte, queste due definizioni coincidano, descrivendo un’azione di cui non ci si può privare.  

Quindi, nonostante oggigiorno non si venga apertamente minacciati di finire all’inferno se si continua con un regime alimentare discutibile, è evidente che l’eccessiva nutrizione sia un sintomo di malessere interiore e, a lungo andare, di un meccanismo automatico che provoca l’insorgere di patologie gravi. Si stima infatti che il 44% dei casi di diabete tipo 2, il 23% dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 41% di alcuni tumori sono attribuibili all’obesità e al sovrappeso. In totale, sovrappeso e obesità rappresentano il quinto più importante fattore di rischio per mortalità globale e i decessi attribuibili all’obesità sono almeno 2,8 milioni all’anno nel mondo.  

Alla luce di questo allarme globale, forse si dovrebbe rivalutare il nostro stile alimentare, non con la paura di vivere per l’eternità all’inferno, quanto di vivere l’”inferno” nella vita di tutti i giorni, accorciando la nostra aspettativa di vita e convivendo con patologie dannose al nostro organismo. 

Matteo Crucitti 3G  

 

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